Archivi autore: Francesca Cavallo

Ah, tu questa pizza la chiameresti “Italian”?

Lo so. È sbagliato fare gli italiani all’estero che criticano tutto il cibo che vedono e guardano tutto dall’alto in basso. Per quanto possa valere, vi assicuro che mi sforzo di non farlo. E tutto sommato sono abbastanza aperta a provare tante altre cucine. E anche a cucinare cose diverse da quelle con cui sono cresciuta.

Oggi, per esempio, ho cucinato Bulghur con gamberi, peperoni rossi e gialli, curry, scorza di limone e carote. Ve lo consiglio. Una cosa rapida che si fa in mezz’ora.

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Insomma, questo per dimostrarvi che sono aperta e cerco di adeguarmi.

Ma quando vedo una pizza con il pollo e i fagioli, o con il pesto e 5 spicchi d’aglio (interi) per fetta (sì, per fetta) permettetemi di confessarvi che non riesco a non scuotere la testa.

Forse è per questo che abbiamo deciso di creare una app per insegnare ai bambini di tutto il mondo come sono fatte 10 pizze classiche italiane. La app si chiama Oscar Pizza Chef, e da oggi la trovate in vendita nell’App Store. In italiano e in inglese, per iPhone e per iPad.

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Destinazione Timbuktu: datemi un'app e immaginerò un mondo

Ribloggato da I Loved you @ First South:

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“È sempre stata una ragazzina ribelle. I suoi capelli ne sono la prova”.

Sul sito di Timbuktu, startup di cui è cofondatrice, Francesca Cavallo si presenta così.
Nonostante i successi ottenuti negli ultimi anni, e la consapevolezza di aver cambiato per sempre le regole dell'editoria digitale, l'enfant terrible della tecnologia non ha perso i suoi segni particolari: un migliaio di ricci neri (ciocca più, ciocca meno) e la capacità di immaginare nuovi percorsi.

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Simona Durzu mi ha intervistato per il suo blog "Love at First South" e abbiamo chiacchierato di Startup, di educazione, di innovazione, e dei progetti che abbiamo per Timbuktu!

Guida alla campagna elettorale per il mio paese

In questi giorni si è aperta a Lizzano la campagna elettorale per le amministrative del 26 e 27 maggio. Chi mi conosce, sa quanto ami le campagne elettorali, e quanto ritengo che siano momenti importanti per la vita di una comunità.

Mi accorgo che molti invece pensano alle campagne elettorali come a un male necessario, un brutto momento da superare per poter passare alla fase successiva. Un momento di ipocrisia, di false promesse, di imbrogli e accordi sottobanco, di colpi bassi, di “tutto è lecito”, di pettegolezzo, di malignità. (Spero di non aver dimenticato niente).

Ho pensato di mettere insieme una piccola guida per gli elettori lizzanesi, in modo da poter vivere al meglio la campagna elettorale e orientarsi nel momento in cui dovranno recarsi al proprio seggio.

Le campagne elettorali, infatti, sono quello che ne facciamo. Sono un momento importante, fondamentale, per la vita di un Paese, perché sono il momento di confronto vivo, aperto, appassionato tra diverse idee di sviluppo, tra diverse opinioni e obiettivi su quello che dovrà essere il futuro di una comunità, e su come arrivarci. Attenzione, non le sto idealizzando. Infatti, anche se non si parla apertamente di sogni, ogni candidato di fatto espone la sua visione del mondo ai suoi concittadini in mille modi:

- Attraverso le persone che compongono la lista

- Attraverso il programma

- Attraverso le parole scelte per i comizi

- Attraverso i manifesti

- Attraverso i valori evocati

- Attraverso i partiti in campo e le figure di riferimento per la lista

Ogni cittadino ha in mano tutti questi elementi per formarsi la propria idea del candidato, e per provare a immaginare il futuro del proprio paese a seconda che vincano gli uni o gli altri.

I candidati hanno il dovere di incontrare le persone, di parlare con quanta più gente possibile, di ascoltare quante più persone possibile, anche per capire quanto il proprio programma è vicino ai bisogni delle persone e come interpretare i bisogni della propria comunità nei successivi 5 anni. Credo si tratti di un compito nobilissimo, incredibilmente arduo, che richiede coraggio, forza, umiltà, gentilezza, fermezza.

Noi elettori dobbiamo farci alcune fondamentali domande, che possono aiutarci a fare la scelta più giusta per noi al momento del voto.

1) Dovremmo escludere dalle nostre possibilità chi si offre di comprare il nostro voto? Sì. Questo è già un enorme passo avanti per la nostra Comunità. Chi si offre di comprare il vostro voto (con un lavoro, con 50 Euro, con una busta della spesa, o una lavatrice) vi sta derubando. Non solo simbolicamente. Pensateci: perché dovrebbero darvi dei soldi per un voto? Che cosa ci guadagnano? Molto, molto di più di quello che vi stanno dando, se no non vi pagherebbero. Glieli restituirete in tasse, in servizi mancanti, solo pochi mesi dopo. Non ne vale la pena.

2) Riusciamo a capire quali sono i progetti del candidato per il nostro paese? Potrebbe sembrare banale, ma questo è un punto fondamentale. Il programma del candidato è concreto? Di che iniziative parla? Si tratta di proposte fumose, o di progetti concreti? Quanto tempo si spende nell’attaccare gli altri e quanto nel fare proposte? Se gli attacchi prendono più spazio che le proposte, questo è un segnale preoccupante. Indica un vuoto di proposte, e un semplice desiderio di potere, senza aver ben chiaro cosa farsene o (peggio) senza ritenere di dover condividere i propri intenti.

3) Data la storia personale del candidato e delle persone che sono in lista con lui/lei, riteniamo credibile che possa realizzare i progetti annunciati nel programma? Per qualunque lavoro si faccia domanda, è necessario presentare un curriculum. Qual è il curriculum di questo candidato? Che cosa ha realizzato, che tipo di esperienze ha accumulato nel lavoro, nello studio, nel sociale… Crediamo che queste esperienze siano rilevanti per il tipo di compito che svolgerà?

4) Quali sono le frequentazioni del candidato e delle persone nella sua lista? Rispondere a questa domanda ci aiuta a costruire in modo più obiettivo un contesto. Se si tratta di una brava persona, circondata da malfattori, ci sono ottime probabilità che la cosa pubblica non sarà gestita con trasparenza e onestà. Governare è un compito difficile, bisogna circondarsi di persone oneste per poterlo fare in modo onesto.

5) Ci sentiamo in linea con il partito a cui il candidato e la sua lista fanno riferimento? Potrebbe sembrare irrilevante in un piccolo paese, eppure si tratta di una componente importante della decisione di voto. Il fatto di avere un’amministrazione di un partito piuttosto che di un altro, porterà il nostro Paese a mettersi in rete con altri comuni e altre iniziative che portano avanti a un’idea di Paese piuttosto che un’altra. Se vogliamo che Lizzano cresca e si sviluppi in una certa direzione, quindi, dobbiamo cercare di immaginare che possa costruire relazioni e alleanze con altri paesi che condividono alcune idee generali. Sentirsi “affini” alla proposta politica nazionale del partito è quindi importante anche quando si sceglie un candidato locale.

Credo che questi 5 punti possano essere una guida utile per scegliere chi votare in modo libero, e migliorare la qualità di questo bellissimo esercizio di democrazia.

Un in bocca al lupo a tutti, e che vinca il migliore!

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Far prigioniero un popolo per “liberare” il Parlamento (We are 70%)

Il nostro è un Paese strano. È un Paese che vota d’istinto, che crede che l’istinto sia sempre la cosa migliore. È un Paese che vota di pancia. Se questa dimensione del nostro carattere ci ha consentito di diventare uno dei Paesi artisticamente più straordinari del mondo e uno dei Paesi in cui si mangia meglio al mondo, ci ha anche reso il Paese in cui l’empatia conta più della capacità nella carriera. E un Paese in cui si può pensare di votare “per dispetto”.

Al momento del risultato delle elezioni, la prima cosa che mi sono chiesta è stata: che cosa ho sbagliato per contribuire a questo risultato? La risposta che mi sono data è quella che tanti elettori di sinistra si sono dati: abbiamo sbagliato a scegliere il nostro candidato alle Primarie. Invece che sforzarci di interpretare il momento che l’Italia stava vivendo e capire quale dei nostri candidati poteva dare l’idea al più ampio numero possibile di italiani di essere la soluzione a questi problemi, abbiamo votato d’istinto. Abbiamo votato quello in cui ci rispecchiavamo il più possibile, non quello che pensavamo potesse vincere, ammettiamolo.

Non mi do tutta la colpa del risultato delle elezioni, ma so di aver contribuito a creare questa situazione di disagio, che per alcuni aspetti sta consentendo di tirare fuori alcuni gravissimi attacchi alla nostra democrazia. Una democrazia per la quale i nostri nonni hanno combattuto, sono morti. Una democrazia che ci ha portato ad avere una bellissima costituzione. È importante chiarire subito una cosa: il fatto che sia stato fatto un cattivo uso delle istituzioni democratiche del nostro paese, non vuol dire che vadano abbattute. Nello stesso modo in cui se un pirata della strada ammazza un pedone, non vuol dire che vanno abolite le automobili.

Molti dei concetti e dei proclami di Grillo attaccano alla radice le garanzie di libertà, e di pluralismo che fanno dell’Italia un Paese moderno e civile. Mi soffermerò su alcuni di questi proclami, alcuni di quelli che mi sembrano più gravi.

1) L’attacco all’articolo 67 della Costituzione

Quello che Grillo chiama “circonvenzione di elettore” è una garanzia importantissima per la qualità di una democrazia. Il fatto che i parlamentari eletti votino con libertà di coscienza, garantisce ai cittadini di non avere un Parlamento “feudale” in cui i parlamentari non sono persone pensanti, ma semplici esecutori della volontà di partito, qualsiasi cosa accada. Pensateci un attimo: se i parlamentari non votassero secondo coscienza, liberamente, senza vincolo di mandato: che motivo ci sarebbe di avere un Parlamento? Potremmo risparmiare molto di più votando una persona e facendole attuare il suo programma (ehi, ma questa è una monarchia, o una dittatura!). C’è di più: il concetto (che a Grillo sfugge del tutto) è che quando uno viene eletto, rappresenta non solo i suoi elettori, ma tutto il popolo italiano. È un passaggio che spesso viene dimenticato, ma che è importantissimo. Per questo alla fine delle elezioni è importante riconoscere la vittoria di un avversario, oppure portare rispetto all’avversario “sconfitto”. È un modo di dire a tutti i cittadini (sia quelli che hanno votato per te, che quelli che non ti hanno votato) “non preoccupatevi, io sarò anche il vostro Presidente e farò del mio meglio, anche per voi”. Un atteggiamento del tipo: “io ho vinto, e ora voi andate a quel Paese”, crea un clima da guerra civile, perchè è ovvio che il 70% degli elettori che non hanno votato, o che non hanno votato Grillo non scompaiono con un colpo di bacchetta. Ed è possibile che non gradiscano che gli si urli in faccia: “tu non conti niente! Qui decido io e basta”.

L’articolo 67 della Costituzione difende questo principio. Ed è per questo che è così importante.

2) Il proposito di avere il 100% del Parlamento

Uno stato in cui sono stati sciolti tutti i partiti che non sono il partito di governo, pensateci, è uno stato fascista. Pensate che possa esistere un solo modo di risolvere i problemi di un Paese? Non c’è mai un solo modo, e il confronto con chi la pensa diversamente, la dialettica di un parlamento è il segno di un paese civile e moderno. Un parlamento in cui non c’è confronto, non è un parlamento, è l’espressione di una dittatura.

3) L’assenza di strumenti democratici per la gestione di M5S

Capisco la stanchezza nei confronti dei partiti italiani. Il fatto che vediamo le stesse facce da tanti, troppi anni. Credo anch’io che ci sia bisogno di un rinnovamento profondo, sostanziale. Che i partiti debbano assumersene la responsabilità ristrutturandosi profondamente dall’interno: procedure di accesso, scambio con il territorio, c’è davvero molto spazio per reinventare tutto. Ma credo che sia un errore pensare che la forma del partito di per sè sia da buttare. Perchè se un partito funziona, se si riesce a farlo funzionare bene e in modo innovativo, è un organismo democratico: un organismo in cui si sperimenta il confronto con opinioni diverse, si concorda una linea, ci si rende conto da subito di quali sono le difficoltà di governare un paese libero, e si impara a conviverci. I partiti, se sani, sono organismi che consentono una partecipazione reale alla vita democratica di un paese. Non avere un partito ma un gruppo che non ha regole comuni, che non ha strumenti per decidere, che non ha strumenti per rimuovere il segretario di partito e che deve semplicemente eseguire gli ordini che arrivano dall’alto, è una profondissima mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini. Il “ghe pens’ mi” di Berlusconi è sostituito da un equivalente in genovese, che non so quale sia, ma che nella sostanza non cambia. La fedeltà che Berlusconi comprava con il suo impero, Grillo la compra privando il M5S di strumenti democratici.

4) Il concetto di fare piazza pulita per ripartire da zero

Non si riparte mai da zero. Questa è un’illusione pericolosa nel suo infantilismo. Illudersi di non dover fare i conti con la storia, la cultura, l’economia di un Paese, è pericoloso.

Avere il desiderio di eliminare tutto, buono e cattivo (senza prendersi la briga di andare a guardare chi è buono e chi è cattivo, cosa funziona e cosa no) può essere legittimo in un momento di rabbia, ma diventa un’autostrada verso la tragedia se è il modus operandi di un governo. Questo desiderio di “purificazione” e di ripartenza da zero per la costruzione di un mondo che corrisponda esattamente al proprio ideale ha portato nel corso della Storia a delle atrocità le cui ferite sanguinano ancora.

Credo che sia compito di tutti noi (il 70% degli italiani), dei parlamentari eletti (di qualsiasi schieramento), e delle altre forze di governo, capire il fenomeno del grillismo, e interpretare costruttivamente l’esigenza che il 30% degli elettori italiani hanno proiettato sul Movimento a 5 Stelle. Affrontare la complessità che Grillo si rifiuta di affrontare e offrire una risposta nuova. Credo sia importante non reagire con snobismo al grillismo, ridicolizzandolo. Beppe Grillo ridicolizza e sminuisce i suoi avversari per evitare il confronto. Non facciamo il suo stesso errore. Non cerchiamo scorciatoie per sottrarci, difendiamo il nostro diritto di pensare, confrontare, capire, dedurre. Affrontiamo con coraggio la complessità che il M5S si rifiuta di guardare in faccia, e usciremo da questo passaggio storico con una democrazia più forte.

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“La Candela di Sego” diventa un libro interattivo per la prima volta!

Circa tre mesi fa uno storico danese di nome Esben Brage ha scoperto una delle prime fiabe scritte da Hans Christian Andersen. Probabilmente una fiaba che il famosissimo scrittore aveva scritto a 18 anni. Questa fiaba, scritta due secoli fa, si intitola “La Candela di Sego”. Sono molto emozionata, perchè da ieri questa fiaba è un libro interattivo illustrato, in vendita sull’iTunes store, ed è firmato Timbuktu.

Ho curato personalmente l’adattamento del testo, e Samuele Motta, l’Art Director di Timbuktu, ha curato le illustrazioni. La storia mi emoziona molto, per quanto sia un po’ vintage, diciamo. La forza morale di Andersen, la sua fede, l’attrazione per la luce, mi hanno fatto pensare moltissimo alla parte finale del discorso che  Adlai Stevenson pronunciò come elegia funebre di Eleanor Roosvelt:

Preferiva accendere candele che maledire le tenebre, e il suo bagliore ha scaldato il mondo.

Vi faccio questo augurio quando vi dico di scaricare, su iPhone o su iPad, questo bellissimo librettino.

la candela di sego timbuktu

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E noi italiani come ce l’immaginiamo il futuro?

Da quando l’anno scorso ho iniziato a vivere in California, mi sono spesso fermata a pensare e a cercare di capire quali fossero le differenze fondamentali tra l’Italia e gli Stati Uniti. Non parlo di paesaggio, di cibo, di arte. Parlo soprattutto dei principi sui quali si fondano gli Stati Uniti d’America, e quelli su cui si fonda la Repubblica italiana.

Una delle cose più difficili da accettare per me vivendo qui è il numero di persone che vivono in mezzo alla strada. La maggior parte sono disabili (fisici o mentali), la maggior parte di questi disabili sono afro-americani. Una enorme quantità di persone (10 mila pare) a San Francisco vive senza una casa.

La prima sensazione che ho avuto quando sono arrivata in California, è stata quella di una enorme spinta avanti. Mentre spesso in Italia avevo provato la dolorosissima sensazione che tutto mi tirasse indietro, qui è stato l’opposto. Le prospettive c’erano, ci sono. Se sei bravo e lavori duro hai la sensazione di poter arrivare ovunque. The sky is the limit.

All’inizio la sensazione legata a questo pensiero è stata molto positiva, di entusiasmo. Di rabbia, nei confronti dell’Italia che mi aveva tenuto a briglie strette finora. Poi però pensando a quanto è complessa la società, a quanti legami, leve, spinte, danno a un Paese una forma piuttosto che un’altra, ho iniziato a pensare all’Italia e agli Stati Uniti e alle startup in termini diversi.

Ho sempre difeso a spada tratta la meritocrazia. Poi ho visto questo TED talk, e ho iniziato a farmi qualche domanda in più.

Chi ha talento deve poter andare a una velocità supersonica, niente lo deve trattenere dal raggiungere le vette del potere, del denaro, del prestigio (sempre che la persona in questione sia interessata, cosa che non credo sia giusta dare per scontata, Will Hunting docet). Ma se questo vuol dire che chi non ha tutto questo talento deve stare in fondo e rimanerci e non ostacolare quelli bravi, siamo ancora tutti d’accordo con lo spingere a tavoletta sulla meritocrazia? Io ho iniziato ad avere qualche dubbio.

Certo, che oggi in Italia il tema del sostegno dei talenti sia un tema centrale non ci piove, non lo metto in discussione. Piuttosto mi interrogo sul come, perchè ci sono tanti “come” e dire “meritocrazia” e basta non vuol dire nulla. Mi interrogo sul perchè questi temi non siano al centro del dibattito politico italiano. E non intendo solo quello che dicono i politici, ma anche quello di cui parliamo noi, quello di cui scrivono i giornali. A me sembra un tema fondamentale per lo sviluppo del paese.

Il nostro è un paese che ha voluto una scuola pubblica di eccellenza, che ha cercato attraverso la scuola di costruire l’uguaglianza, il nostro è un paese che si è posto (e continua a porsi) il problema di sostenere la cultura, che la cultura sia un affare di stato. Il nostro è un paese che considera l’assistenza sanitaria un diritto di ogni cittadino. Il nostro è un paese in cui chi affitta una casa è più tutelato di chi la possiede, perchè avere una casa è considerato un diritto.

Tutto questo ha un prezzo? Come si bilancia con il potere all’imprese, la detassazione, le politiche economiche? Qual è il punto di equilibrio? Possiamo davvero solo guardare agli Stati Uniti e cercare di copiare come possiamo? Il nostro paese si fonda su principi che faticosamente Obama sta cercando di affermare anche negli Stati Uniti. Allora qual è il punto di sintesi che possiamo e dobbiamo trovare? Qual è la nostra via allo sviluppo?

Qual è il paese che ci stiamo immaginando? Credo che sarebbe molto bello se ognuno di noi facesse questo esercizio, invece che perdersi nelle polemiche. Credo che sarebbe bello se lo scrivessimo nei nostri profili facebook che paese ci stiamo immaginando, credo che potremmo affrontare meglio le elezioni se ci facessimo questa domanda. Chissà, magari se ce la facessimo in tanti, potrebbero iniziare a parlarne anche i giornali.

Magari potremmo incentivare i giornali a essere uno strumento di racconto non solo del pettegolezzo, ma delle aspirazioni, dei sogni di un paese.

Per questo sono contentissima di essere una dei mentor di Changemakers for Expo Milano 2015. Un progetto bellissimo, in cui 10 team per otto settimane lavoreranno instancabilmente per mettere a punto un progetto di impresa innovativa che possa cambiare il nostro Paese, e il mondo. Lavorare e provare ad aiutare 27 persone che stanno cercando un modo di disegnare una via italiana all’innovazione mi sembra un modo eccellente di prepararmi alle elezioni.

PS: Questo post mi è venuto in mente leggendo questo articolo di Stefano Bernardi sul Corriere del Veneto. Ho pensato che è su questi temi che è bello confrontarsi.

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Finalmente un libro di Timbuktu in italiano!

Finora ho parlato poco di Timbuktu su questo blog. Perchè finora Timbuktu è stata sempre e soltanto in inglese. Ma da oggi, non più.

Da oggi iniziamo a pubblicare dei libri interattivi per bambini anche in italiano, e anche per iPhone. Non potete immaginare quanto è emozionante vedere la mia lingua tra quelle illustrazioni sullo schermo. Io non me lo immaginavo prima di vederlo.

Potete scaricare Lo Schiaccianoci in italiano, su iPad oppure su iPhone, e farvi sorprendere dalla musica di Tchaikovsky, e dalla delicatezza e raffinatezza dell’illustratore italiano Philip Giordano. Potete scaricarla subito dicevo, basta cliccare qui.

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From Lizzano with love

A qua lassu

assai cosi belli.

No po’ caccià tutti cosi, ‘ntra na valisci.

Lassu n’amori granni pi sta terra ca m’è crisciuta. 

Nu desideriu ca no si pò diciri cu la vecu cangiata, felici.

Lassu l’aulivi, li pucci, e li cimi di rapa. Lu mieru, lu mari, nu paru d’amici.

Lassu na mamma e n’attani. Na casa, e tanta belli pinzieri.

Ncuna cosa me la portu, però.

L’alauru, l’origanu e to ricchiteddi.

La luci, la lurtima

di quannu “na, mo scuresci”.

E poi n’ogna di sabbia mia,

ca l’oceanu è assa’ granni pi mei.

 

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Un po’ di titoli

Qualche giorno fa ho lasciato la casa a Milano. A partire dal 3 gennaio mi trasferirò a San Francisco. Non è il primo trasloco, ne ho fatti parecchi finora. Ma questo è senz’altro il primo in cui il passaggio successivo è trasferirsi con un visto “immigrant” in un altro Paese.

Una delle cose più ingombranti e pesanti che ho dovuto spostare (e che non potrò portarmi dietro) sono i libri. Sono abbastanza convinta che siano un oggetto obsoleto, e che nelle case del futuro non ci saranno librerie, perché tutti leggeremo i libri su tablet e e-reader. Non ne faccio una tragedia, mi sembra un’evoluzione naturale delle cose, e anche un’evoluzione comoda: senza libri il mio trasloco sarebbe stato molto più facile!

Però ora che sono a casa, mi è venuta voglia di tirare fuori alcuni libri dagli scatoloni, e di lasciare nella mia camera (c’è spazio solo per pochi di loro!) alcuni di quelli a cui sono affezionata, o meglio, quelli che credo abbiano avuto un impatto sulla formazione della mia identità di oggi. E mi è venuta voglia di elencarli, in ordine di come sono disposti, non di importanza. Mi fa piacere sapere che c’è un posto in casa mia, in cui questa manciata dei libri sta insieme. In questo modo, mi sembra di avere un àncora da qualche parte (e mi chiedo: “quale sarà l’analogo digitale di quest’àncora?”). Intanto eccoli:

1) Dostoevskij, I fratelli Karamazov

2) Fabio Geda, Nel mare ci sono i coccodrilli

3) Freud, La psicanalisi infantile

4) Nazareno Dinoi, Dentro una vita

5) Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio

6) Enzo Mari, L’altalena

7) Shaun Tan, L’approdo

8) Bruno Munari, Nella nebbia di Milano

9) Mis Primeras 80.000 palabras

10) Concita De Gregorio, Malamore

11) Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia

12) Ennio Flaiano, Tempo di uccidere

13) Altazor, Vicente Huidobro

14) Massimo Mila, Breve Storia della Musica

15) Thomas Eliot, La terra desolata – Quattro quartetti

16) Ovidio, Metamorfosi

17) Hanif Kureishi, Il Budda delle periferie

18) Pamuk, La casa del silenzio

19) Bertolt Brecht, Mother Courage and her children

20) Shakespeare, Troilo e Cressida

21) Shakespeare, King Lear

22) Piva, Apocalisse da camera

23) Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran

24) Claudio Magris, Lei dunque capirà

25) Cortazar, Fine del gioco

26) Nicanor Parra, Ojas de Parra

27) Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri

28) Tolstoj, Il prigioniero del Caucaso

29) Alan Ginsberg, Howl

30) Ernesto De Martino, Sud e magia

31) Goliarda Sapienza, L’arte della gioia

32) Szymbroska, Discorso all’ufficio degli oggetti smarriti

33) Szymbroska, Ok? Nuove letture facoltative

34) Jimmy Corrigan, Il ragazzo più in gamba sulla terra

35) Shel Silverstein, A giraffe and a half

36) Wolf Erlbruch, Ente, Tod und Tulpe

37) Carlo Fabbri, La Pieve di Gropina

38) Luoghi d’Arte e di Fede a Loro Ciuffenna

39) Iran

40) Ritzer, La religione dei consumi

41) Willett, Brecht on theatre

42) Dario Fo, Pagine scelte

43) Norman, La caffettiera del masochista

44) Carlson, Performance

45) Caillois, L’occhio di Medusa

46) Mazzocut-Mis, Voyeurismo Tattile

47) Emanuele Riverso, Iran

48) Giacomelli, La magia del significato

49) Fitzgerald, Khayyam’s Quattrains

50) Cervantes, Don Chisciotte

51) Rostand, Cyrano de Bergerac

52) Jerzy Grotowski, Per un teatro povero

53) Stanislavskij, Il lavoro dell’attore su se stesso

54) Tadeusz Kantor, Il teatro della morte

55) Tadeusz Kantor, La classe morta

56) Coblenzer e Muhar, Respiro e voce

57) Le Coq, Il corpo poetico

58) Polly Irvin, Directing for the stage

59) Anais Vaugelaude, Una zuppa di sasso

60) David Small, Stiches

61) Vito Mancuso, Io e Dio

62) Marjane Satrapi, Persepolis

63) Robert Crumb, Kafka

 

 

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Le Primarie, Vendola e la Primavera Italiana

Domani andrò a votare Nichi Vendola, per la terza volta.

Sono orgogliosa di far parte di una regione che ha scelto con tanta cura il suo candidato per due volte. Vedete, sono contenta di queste primarie del centrosinistra, ma mi dispiace che Renzi venga considerato l’unico candidato che non appartiene all’”apparato”. Vendola ha conquistato la sua candidatura, restando sempre all’interno del partito e contestandolo, con forza, quando il centrosinistra aveva fatto di tutto per non ricandidarlo, al termine del suo primo mandato. Si battè per le primarie, e le stravinse, perché i pugliesi avevano testimoniato l’impatto che la sua politica aveva avuto sulla nostra regione, e non volevano fermare quella rivoluzione.

Sotto la presidenza di Vendola, la Puglia ha vissuto una vera e propria primavera. Ho testimoniato in prima persona l’impatto sulla società pugliese (e su di me!) delle politiche dell’innovazione che lui e la sua squadra hanno saputo mettere in campo. Ho visto con i miei occhi l’importanza della rete che hanno saputo costruire. La capacità di costruire una rete di persone di talento e di farle entrare in contatto con la regione, senza generare la dinamica del circolino degli illuminati, non è cosa da tutti.

La sinistra che voto, votando Vendola, è una sinistra moderna che interpreta e rilancia, non insegna e bacchetta o rottama e ridicolizza. È una sinistra che ha dimostrato di conoscere gli strumenti di una progettazione partecipata e di altissimo livello. È una sinistra che premia la qualità e, allo stesso tempo, si occupa di creare le condizioni perché la qualità arrivi a tanti, perché tanti imparino a ricercarla e a riconoscerla.

È una sinistra che non interpreta l’innovazione come un fenomeno di tendenza, ma come una esigenza degli esseri umani  e, in quanto tale, come declinabile in tante forme diverse, non solo in quelle che oggi vanno sulle pagine dei giornali. È una sinistra che ha capito profondamente la metafora della “foresta pluviale” e che ha saputo assumersi dei rischi, per promuovere la nascita di una cultura dell’innovazione matura e responsabile.

Soprattutto è una sinistra che è stata in grado di costruire politiche di ampio respiro, politiche che hanno dato a un territorio la fiducia nel cambiamento e nel fatto che era possibile, che è possibile, superarsi. Tante cose sono rimaste da fare, importanti e urgenti. Ma hanno creato un ecosistema che è in grado di superarli. Vendola e i suoi assessori hanno messo in campo una energia e una passione che ha reso le persone in grado di immaginare e costruire un’alternativa. Anche una’alternativa a loro stessi. Hanno dato alle persone la forza e la fiducia di capire che sarebbe arrivato il momento di “rottamarli”, e di proseguire da soli.

Non posso immaginare un’eredità più preziosa di questa, e un cambiamento più profondo nel modo di intendere la politica. Mi piacerebbe tanto, in questo momento storico, vedere l’impatto sull’Italia intera di questo approccio. Per questo domani voterò Nichi Vendola.

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