Archivio dell'autore: Francesca Cavallo

Gli auguri per per un papà del sud (il mio)

Mio padre mi ha insegnato il gusto di raccontare le storie.

Si annoiava a leggerci i libri di favole, e quando eravamo piccole aveva di fatto costruito una saga di fiabe in cui lui era il protagonista di improbabili avventure che lo vedevano lanciarsi da auto in corsa, sventare rapine e fare scherzi assurdi a temibili criminali.

Mi ha insegnato il gusto dell’avventura e della libertà.

Durante tutti i viaggi in camper, le spedizioni per provare le jeep sulla sabbia che si concludevano con noi che spingevamo una macchina che ci spruzzava la sabbia in faccia, le gite in gommone in cui prendeva le onde (bassissime) per farci credere di essere in un mare in tempesta.

Mi ha ripetuto così tante volte la sua gioia di avere un negozio tutto suo in cui potesse decidere quando chiudere senza dover chiedere a nessuno… che credo sia uno dei responsabili della mia voglia di fondare un’impresa.

Mi ha insegnato a non temere chi non merita rispetto.

Una delle lezioni più importanti che abbia mai imparato. Ci portava “all’avventura” per le strade di campagna simulava inseguimenti “col boss”. Una vecchia masseria diventava la roccaforte del boss che noi violavamo per poi lanciarci in inseguimenti esilaranti. “Il boss” non mi ha mai fatto paura, grazie a lui.

Mi ha insegnato l’amore per un’onestà serena, mai bacchettona. Un’onestà che nasce in modo semplice dal considerare gli altri come propri pari. Che si tratti di un ministro o di un cameriere, mi ha insegnato a guardare chiunque negli occhi, con gentilezza, senza timore.

Mi ha insegnato, e continua a insegnarmi ogni giorno, che ognuno deve comportarsi nel modo che lo fa sentire bene: “occhio per occhio”… non ha mai avuto senso per lui. “Perché mi devo far privare della libertà di fare come voglio io?” ribatte quando gli diciamo di essere meno generoso con chi si è dimostrato scortese o scorretto.

Mi ha insegnato a vedere le cose per il loro potenziale, più che per lo stato in cui sono.

Quando nei primi anni ’90 il centro storico di Lizzano era completamente abbandonato, lui ci portava a passeggiare là e ci raccontava storie sul castello. Ha sempre sognato a occhi aperti e condiviso i suoi sogni con noi. Spesso lo abbiamo preso in giro per questo, e spesso litighiamo anche. Ma sognare insieme a qualcuno è una delle cose più belle che possano esserci, anche perché a furia di sognare insieme agli altri… certi sogni diventano realtà.

Oggi mi dispiace tanto di essere lontana. 

Tanti auguri papà!

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Quando una banda di paese conquista l’Europa

Con moltissimo piacere vi propongo di leggere questa storia bellissima scritta da Elena Favilli e pubblicata oggi su Che Futuro. Elena racconta la storia straordinaria della banda del suo paese, e dei cittadini che l’hanno sostenuta.

Questa è la storia del laboratorio musicale più rivoluzionario d’Italia. È la storia di un paese di 5.000 abitanti della provincia di Arezzo che ha saputo trasformare la sua banda in uno degli esperimenti di musica contemporanea più apprezzati al mondo. È la storia di un compositore che ha osato immaginare che persone comuni potessero imparare a suonare qualsiasi cosa. È la storia di un’amministrazione comunale che ha avuto il coraggio di sostenere quel sogno, e affiancarlo alla sfida di inventare un modo nuovo di insegnare musica a scuola. È la storia di Orio Odori, ed è la storia di Banda Improvvisa.

 

A vent’anni Orio Odori era una promessa strumentale al conservatorio di Firenze. Il suo insegnante gli aveva già tracciato la strada per una carriera luminosa come clarinettista d’orchestra sinfonica. E in effetti per una decina d’anni quello fu il suo mestiere. Ma a trent’anni era già chiaro per lui che suonare in un’orchestra gli dava solo inquietudine. Troppa rigidità, poche possibilità di sperimentazione, e soprattutto nessuno spazio per suonare la propria musica. Decise di seguire la sua vocazione di musicista di strada, e trovò nella banda di Loro Ciuffenna un primo gruppo di persone che gli diedero fiducia e decisero di seguirlo.

 

Continua a leggere su Che Futuro.

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Miracolo italiano #3: quando un biellese emigra a Matera (e si innamora di una materana)

La storia che vi voglio raccontare inizia con la mia diffidenza.
Incontrai Andrea Paoletti per la prima volta qualche anno fa a The Hub Milano. Pochi minuti dopo le presentazioni mi disse che voleva andare in Basilicata a fare qualcosa. Non sapeva ancora bene cosa, ma “invece che trasferirmi in Brasile ho pensato di andare in Basilicata”.
Io gli chiesi se avesse parenti là perché “Ma come questo vive a Milano e si trasferisce in Basilicata???” pensai. “Senz’altro vuole venire al sud perché gli sembra l’ultima frontiera del radical chic”. Lo confesso ora ad Andrea, scrivendo questo post, che queste erano le cose che pensai di lui quando mi disse del suo piano.
Non sono mai stata così felice di sbagliarmi in pieno, perché Andrea quando mi disse di quella idea balzana stava di fatto avviando il suo miracolo. Ma andiamo con ordine, perché questa è veramente una storia speciale.
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Miracolo italiano parte seconda: questo ristorante vi lascerà a bocca aperta. Si chiama XFood.

Come alcuni di voi sanno, vivo a San Francisco. San Francisco è considerata l’ombelico del mondo in termini di innovazione, tecnologia, impresa. È un posto eccitante, dove tutto viaggia a grandissima velocità, è la città che mi ha dato la possibilità di lanciare Timbuktu. Eppure, non è solo a San Francisco che mi sento al centro del mondo.

Quella sensazione del tutto è possibile, dello “stiamo cambiando il mondo”, la sensazione di essere al posto giusto al momento giusto… io ce l’ho anche quando vado a San Vito dei Normanni (BR) – a 40 km da Lizzano. Il progetto di cui voglio parlarvi oggi si chiama XFood, ma dovete avere un po’ di pazienza, perché devo dirvi tutta la storia per bene.

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Mamme e figli maschi: come crescerli in modo da favorire una società più equa?

Mi sono imbattuta in questa citazione di Renate Siebert a proposito della figura della donna nella cultura mafiosa, e mi sono sorpresa per la lucidità e per la chiarezza con cui la professoressa Siebert descrive una dinamica nella quale così spesso mi sono imbattuta, in contesti che non avrei mai pensato di descrivere come “mafiosi”. Credo sia molto illuminante per capire quali cambiamenti debbano essere promossi all’interno delle nostre famiglie per favorire lo sviluppo di una società più giusta e moderna nel nostro Paese.

Nella sindrome della “madre dei miei figli” echeggia automaticamente un disprezzo per le donne: la donna, temuta e rifiutata con diffidenza perché portatrice delle tentazioni di Eros, desessualizzata e resa funzionale per la riproduzione, diventa l’icona della figura della madre. “L’unica donna veramente importante per un mafioso è e deve essere la madre dei suoi figli, le altre sono tutte puttane”, diceva il giudice Falcone, che bene conosceva i mafiosi. Questo sdoppiamento della figura femminile in madonna e puttana, esasperato in ambiente mafioso, non è estranea alla nostra cultura in generale. A questo si aggiunge un tratto, anch’esso non infrequente: quello di privilegiare il figlio maschio rispetto alla figlia femmina. La nascita del maschio concede alla donna, seppure come riverbero, una partecipazione allo splendore del principio maschile, principio dominante nella sfera pubblica, e contemporaneamente le dà la possibilità di modellarlo, di legarlo, di renderlo dipendente e di farlo suo per interposta persona nella sfera privata. Attraverso il potere sul figlio maschio la madre si appropria dello splendore del principio maschile, perché è lei colei che l’ha generato. Il possesso del figlio, agito fatalmente dall’amore materno, rivela così le sue due facce. Si tratta di un possesso esclusivo, goduto nel privato, che gratifica e valorizza la donna in quanto madre e, contemporaneamente, si tratta di una licenza per il figlio di comportarsi da maschio nel sociale – con tutto ciò che da questa licenza deriva per la madre stessa in quanto donna. Crescere il proprio figlio nell’illusione della sua supremazia significa, per la donna, legarlo a sé, fargli da testimone, da garante della sua superiorità alla quale ella partecipa illusoriamente in quanto madre. Significa anche instillargli, confermargli un disvalore del femminile, al limite un disprezzo per le donne. Valorizzando in questo modo il materno, le madri contribuiscono a svalorizzare il femminile, le donne. Contribuiscono a diffondere una cultura della sopraffazione e della violenza.

Renate Siebert è docente di Sociologia del mutamento all’Università della Calabria. I suoi libri possono essere acquistati qui.

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Il nuovo “miracolo italiano” è già iniziato. A sud.

Immaginate un centro storico semi distrutto e quasi abbandonato. Un paese siciliano in crisi, come tutti i paesi del sud Italia. Immaginate uno di quei paesi da cui i giovani se ne vanno e ritornano solo d’estate e magari a Natale. Uno di quei paesi in cui si dice spesso “qua non c’è niente”. Immaginate un paese bruttino. Uno dei nostri paesi bruttini, cresciuti un po’ come veniva, senza preoccupazioni artistiche o attenzione sul piano urbanistico. Paesi di commercianti, di imprenditori edili… forse avete capito.

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Scrivo da Favara, cittadina di 33.000 abitanti in provincia di Agrigento, a 10km dalla Valle dei Templi.
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Cose che ho imparato nel 2013

1) La prima impressione conta.

I primi momenti in cui conosciamo qualcuno sono importanti. Spesso le persone che incontriamo ci danno dei segnali preziosi che, se analizzati con cura, possono aiutarci a predire gli sviluppi di una relazione. Ho trovato questa riflessione importante soprattutto per quanto riguarda l’ambito professionale: avevo letto molte volte questo consiglio, ma finora non lo avevo assimilato. Nel 2013 credo di averlo fatto mio.

2) Le persone molto negative hanno una data di scadenza scritta da qualche parte.
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Innovatori, vi prego, parlate italiano!

Avete notato anche voi che tutte le volte che si parla di innovazione e cambiamento le parole chiave usate, i titoli delle conferenze, i nomi dei settori vengono sempre usati in inglese? Che ne pensate? Io lo trovo dannoso. Davvero pensiamo che l’innovazione e il cambiamento possano essere raccontati soltanto in inglese? Che dire “food” sia più moderno di “cibo”? Che “social” sia più fico di “sociale”? Che “job” sia più rassicurante di “lavoro”?

A me sembra una tendenza pericolosa, e altamente lesiva della percezione che noi abbiamo del nostro Paese e del suo potenziale nel campo dell’innovazione. Se noi innovatori per primi rinunciamo a descrivere l’innovazione nella nostra lingua, è come se rafforzassimo il messaggio che l’innovazione vera avviene sempre altrove, e che se vogliamo essere davvero “cool” dobbiamo fare finta di abitare quell’altrove e rinunciare al racconto che la nostra lingua può costruire del futuro.

Usare l’italiano solo per descrivere il passato e non per generare futuro ci priva di una enorme ricchezza: che facciamo costruiamo le basi per diventare coloni nel nostro stesso Paese? Progettare in italiano, creare le nostre parole per descrivere le cose nuove che tanti di noi stanno inventando ci aiuterà a sentirci padroni di un pezzo di futuro.

Non sono tra coloro che dicono elaboratore al posto di computer, intendiamoci. Ma “food”? In Italia? Come on!

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Ode alle mezze misure

Di fatto sono convinta che le misure “intere” non esistano. Quelle che chiamiamo “mezze misure” sono l’unica opzione possibile. Il bianco e il nero sono concetti comodi per poter esprimere in modo sintetico a quale dei due poli tende il nostro grigio, ma sempre di grigio di tratta. Ognuno di noi vive ancorato al tempo, e nessuno di noi sa bene dove fissare l’inizio e la fine di una storia vera. Per questo ci rilassano tanto le storie di finzione: le storie di finzione finiscono in modo definitivo. È chiaro fino a che punto una storia è ancora aperta e quando si chiude. Quando si chiude è finito il libro, ci sono i titoli di coda, o cala il sipario. E si può andare a casa tranquilli e fare tutte le nostre valutazioni sulla storia alla quale abbiamo assistito.
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Si spara nel mio paese

Negli ultimi 11 giorni a Lizzano diversi consiglieri dell’opposizione e un vigile urbano sono stati oggetto di atti violenti che sembrerebbero seguire il copione classico dell’attentato mafioso di tipo intimidatorio.

È stata incendiata la macchina del consigliere Pippo Donzello, e sono stati esplosi colpi di fucile contro le porte di casa di Valerio Morelli, Antonio Motolese, Antonio Lecce e contro l’automobile del vigile urbano Pasquale Castronuovo.

Il paese in questi giorni è battuto dalle macchine dei carabinieri e da alcuni elicotteri.
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