Ode alle mezze misure

Di fatto sono convinta che le misure “intere” non esistano. Quelle che chiamiamo “mezze misure” sono l’unica opzione possibile. Il bianco e il nero sono concetti comodi per poter esprimere in modo sintetico a quale dei due poli tende il nostro grigio, ma sempre di grigio di tratta. Ognuno di noi vive ancorato al tempo, e nessuno di noi sa bene dove fissare l’inizio e la fine di una storia vera. Per questo ci rilassano tanto le storie di finzione: le storie di finzione finiscono in modo definitivo. È chiaro fino a che punto una storia è ancora aperta e quando si chiude. Quando si chiude è finito il libro, ci sono i titoli di coda, o cala il sipario. E si può andare a casa tranquilli e fare tutte le nostre valutazioni sulla storia alla quale abbiamo assistito.

La realtà è più complicata di così. Le storie vere non finiscono quasi mai. Divengono attraverso di noi. Noi possiamo orientare queste storie in una direzione piuttosto che in un’altra, possiamo tentare di chiuderle, di aprirle, di deviarle, ma non illudiamoci di poterle controllare. Perfino le nostre storie individuali sono più grandi di noi. È difficile capire come dividerle in capitoli, quando un capitolo finisce e quando ne inizia un altro. Le nostre storie individuali sono stringhe tese e formano fasci con le vite degli altri. Intrecciate così profondamente da rendere difficile capire dove finisce la nostra storia e dove inizia quella di un altro. Difficile capire quali delle parole del nostro libro sono scritte da noi, e quali sono scritte da chi ci circonda.

Per questo le mezze misure sono l’unica via. Le misure assolute non sono di questo mondo. Ab-solutus, “sciolto” è una condizione da laboratorio, che vive nella nostra testa e che ci aiuta a mettere ordine ai pensieri. Uno strumento del pensiero, ecco. Mai una misura della realtà. Sarebbe come voler misurare il peso di un’arancia con un metro. Impossibile.

Le azioni che ognuno di noi è chiamato a compiere fanno i conti con una serie di limiti e con dei confini in continua trasformazione. Questo vuol dire che la nostra facoltà di discernere, di distinguere, di capire, va esercitata senza posa. Siamo continuamente chiamati a fare paragoni, a valutare, ad analizzare le circostanze e a compiere la scelta migliore possibile in quel momento secondo la nostra cultura, sensibilità, identità. Siamo continuamente chiamati a capire se in quel particolare momento e in quel particolare contesto la persona che abbiamo di fronte ha fatto la migliore scelta possibile. E, naturalmente, siamo chiamati a definire migliore rispetto a cosa.

L’Italia che Berlusconi ha rappresentato negli ultimi 15 anni è stata un’Italia in cui il senso della misura, il discernimento, la capacità critica sono state messe sistematicamente a tacere. Sono state etichettate come noiose, snob, fuori dal tempo. Credo che gli italiani  vogliano ritrovare quella capacità di analisi creativa e flessibile che ci ha sempre contraddistinto, ma che molti di loro siano terrorizzati da quella flessibilità che ha contribuito a produrre un ventennio di declino.

Eppure, è soltanto a partire da quell’intelligenza flessibile che possiamo riprenderci il nostro Paese. Solo attraverso la capacità di capire i contesti, valutare le persone, fare paragoni sensati, scegliere le mezze misure più adeguate possiamo ricostruire uno dei Paesi più straordinari del mondo.

La flessibilità e la moralità possono e devono convivere. La ricostruzione morale del nostro Paese non può passare attraverso un moralismo bacchettone livido e vendicativo. Questo tradisce il nostro DNA, e tarpa le ali a una delle più grandi risorse degli italiani: la capacità di rimanere flessibili davanti a un problema complesso. Questa qualità è una di quelle che definiranno la competitività di molti Paesi in un prossimo futuro: sarebbe bello se iniziassimo a costruire un racconto collettivo di questo Paese che la valorizza, e che ci aiuta ad osservare attraverso questa lente le nostre storie individuali, e la grande storia collettiva che stiamo scrivendo insieme.

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