“Chi ti credi di essere?”: quello sguardo che mi spaventa quando sogno di tornare in Italia

Io amo l’Italia.

Amo gli italiani, l’italiano, gli odori, i modi, i sapori, la varietà dei paesaggi, le stagioni, le persone che si guardano negli occhi, gli abbracci, condividere i momenti tristi, lo sconforto, amo le relazioni familiari (anche complicate), il lei (anche se mi accorgo di confondermi quando lo uso ora), amo la forma dell’Italia: sulla cartina mi sembra la più bella di tutte le nazioni. Sono orgogliosa di avere ricevuto una educazione eccellente e di non avere un euro di debito, a differenza dei miei coetanei americani.

Amo il design, gli inviti a pranzo, l’estate caldissima, il mare, le regioni. I treni (perfino i treni ho imparato ad apprezzare qui che da San Francisco a Los Angeles un treno sarebbe così comodo, ma non c’è).

Per tutte queste ragioni, penso continuamente di tornare. Pianifico il mio ritorno in Italia, elaboro strategie, immagino la mia casa, scelgo la mia città, valuto i pro e i contro di Milano, i pro e i contro di un piccolo paese, la vicinanza agli aeroporti, alle stazioni: sogno a occhi aperti, spesso, di tornare. Sogno di portare in Italia la mia azienda e di farla crescere da lì.

Poi però, ogni volta, arriva quel momento in cui il sogno diventa più dettagliato, e inizio a preoccuparmi.

Finché ho vissuto in Italia ho sentito questa forza invisibile a trattenermi, a sussurrarmi di andare più piano ogni volta che volevo accelerare. Di sognare più piccolo quando volevo capovolgere le cose. “Chi ti credi di essere?” questo mi sono sentita sussurrare tante volte. Certe volte non era un sussurro, certe volte me l’hanno gridato.

Come quando un anno fa in un centro di innovazione importante ho preteso che un contratto di una pagina (un contratto di soli 8 punti) venisse rispettato e mi hanno detto che mi stavo comportando come un CEO di sessant’anni. Come quando ho pensato che avrei potuto creare uno studio sperimentale con i miei compagni di accademia fuori dalle ore scolastiche, perché mi sentivo responsabile di quello che il teatro sarebbe stato per la mia generazione e volevo che provassimo senza insegnanti a creare una cosa nuova e mi hanno guardato come se fossi esaltata e un po’ scema. Come quando non trovavo nessun lavoro e ho chiesto aiuto a un mio amico che lavorava in TV e lui attraverso un suo amico mi ha trovato un lavoro a Brugherio: spazzare via le briciole dei cornetti che si mangiavano quelli che venivano a girare le pubblicità della Vodafone con le veline e il Gabibbo. Una volta stavano organizzando un evento per la presentazione di una nuova collezione di manichini, ebbero la bontà d’animo di farmi vedere dei bozzetti e espressi un’opinione su come secondo me poteva essere migliorato in alcuni punti. Non mi hanno più chiamato. Poi ho trovato altri due lavori: distribuire i buoni del prosciutto di Parma al supermercato, e intervistare donne al supermercato per la pubblicità di Ace Candeggina. Le mie colleghe a fine giornata avevano intervistato 9/10 persone a testa, io ne avevo intervistate 90. Avevo sperato che questo attirasse l’attenzione dei produttori della pubblicità, ma no.

Io non penso che tutti debbano fare gli imprenditori. Non giudico le persone sulla base del lavoro che hanno. Sono sempre felice e curiosa di conoscere persone che fanno lavori molto diversi dal mio. Credo, però, che l’atteggiamento nei confronti dell’ambizione e del talento nel nostro Paese sia desolante. Quando fantastico sul tornare stabilmente in Italia, questa è la cosa che mi spaventa di più.

È la codardia. Siamo sempre stati così codardi? Abbiamo sempre avuto bisogno che fosse qualcun altro a dirci se qualcosa aveva del valore o meno?

Credo che l’ostacolo principale all’innovazione e alla crescita del nostro Paese non sia l’assenza di capitale, non credo si tratti delle dimensioni del mercato, della burocrazia, dei sindacati, dell’instabilità politica. Credo si tratti principalmente di una codardia diffusa, di una passione per le cose fatte a metà. Perché finché rimani a metà, puoi sempre tornare indietro. Puoi sempre dire che tu non c’entravi niente. Che non era nelle tue intenzioni. Finché sei a metà di una cosa conta se va bene, ma se non va bene non si nota più di tanto. Dentro di te magari un po’ lo sai che sei rimasto a metà, che non hai completato l’opera, ma tanto se non la completi non rischi di dare fastidio a nessuno e anche quelli intorno a te sono mediamente tutti contenti.

Se però arrivato a metà c’è accanto a te uno che non si vuole fermare, che vuole provare ad andare fino in fondo, allora tu ti senti giudicato, e lì parte quello sguardo, lo sguardo che temo di più al mondo: “chi ti credi di essere?”.

Dopo poco più di due anni mi rendo conto che liberarmi della paura di ricevere quello sguardo è la cosa che ho trovato più bella della California. L’audacia, l’ambizione, il coraggio sono incoraggiate attivamente dalle persone che ho intorno qui. Ovviamente, questo genera una enorme quantità di arroganza, ma anche una enorme libertà creativa. Quando sogno di tornare in Italia mi chiedo se riuscirei a conservare questa libertà, questa audacia, o se dovrei rinunciarci e se quello è il prezzo da pagare per costruire il mio futuro nel mio Paese.

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19 thoughts on ““Chi ti credi di essere?”: quello sguardo che mi spaventa quando sogno di tornare in Italia

  1. sabrina scrive:

    questo é quello che genera la frustrazione nel nostro paese, che conosciamo penso tutti

  2. Antonio Clemente Cavallo scrive:

    L’ITALIA (nonostante tutto) E’ IL PIU’ BEL PAESE DEL MONDO!

    Ci sarebbero mille ragioni per cui l’Italia di oggi non mi piace. Non mi piacciono i populismi imperanti di cui sono impregnati i maggiori movimenti politici del Paese. In particolare non mi piace Berlusconi, perché mette in imbarazzo il Paese in ogni parte del mondo! Non mi piace questo Parlamento da cui non mi sento rappresentato, perché per una legge infame i parlamentari sono scelti dai capipartito e non da noi cittadini. Non mi piace Marchionne, che dopo avere vinto un referendum che doveva sancire la italianità della Fiat dichiara che il vertice dell’azienda se ne andrà a Detroit. Non mi piace il pontefice della sinistra Scalfari, che una settimana sì e una no annuncia la imminente fine del berlusconismo, dimenticando non solo gli errori della sua parte, ma il fatto che questo “fenomeno”, continua ad essere tenuto in vita da un involontario e sterile anti-berlusconismo. E, infine, non mi piace, e questa è la cosa più grave, il continuo indebolimento del senso dello Stato e delle regole.
    Ma non c’è una sola ragione per cui mi rammarichi di essere nato in Italia e di essere italiano. E lo dico pensando non solo ai paesi che vivono tuttora guerre o altri drammi, ma a quelli che ammiro come Inghilterra, Francia o Stati Uniti. Lo dico pensando alla straordinaria bellezza del territorio, alla bonarietà del nostro popolo, alla dolcezza del modo di vita, tutto ciò per cui un proverbio sudamericano dice che “l’Italia è il sorriso di Dio”. Ma lo dico anche convinto che nella nostra storia, nella nostra cultura, nelle nostre tradizioni, accanto ai difetti di cui tutti i giorni parliamo, vi sono infiniti motivi di orgoglio di cui spesso ci dimentichiamo, e che consentono di guardare con speranza al nostro futuro.
    Senza andare tanto indietro nel tempo abbiamo molte ragioni per essere orgogliosi della nostra Repubblica. Nata da un referendum popolare vinto di stretta misura, la Repubblica si è dotata in un anno di una Costituzione avanzata. Ha creato nel giro di dieci anni il miracolo economico e ha realizzato l’unica politica meridionalistica che ha veramente cambiato le regioni meridionali (e chi ricorda la Puglia degli anni 50 può testimoniarlo). Ha dato vita all’Europa. Quando gli squilibri della crescita economica hanno provocato un terrorismo diffuso lo ha battuto nel pieno rispetto delle leggi e di tutte le garanzie. E quando le istituzioni erano ormai invecchiate ha cambiato il sistema politico in modo pacifico, attraverso due referendum, realizzando, anche se purtroppo in modo incompleto, un cambiamento che in Francia era stato possibile solo per i drammi dell’Algeria e per la personalità di De Gaulle. E’ grazie a questa riforma che oggi, pur in presenza di una crisi grave, i comuni funzionano assai meglio di prima, sono spesso guidati da sindaci capaci e popolari, e in molti casi il volto della città è nettamente migliorato.
    Eppure si avverte un clima di pessimismo, la stessa unità d’Italia viene contestata, mentre nelle regioni più ricche è ancora in auge il partito che mette in discussione la storia e soprattutto il futuro dell’Italia unita.
    Dunque gli oltre 150 anni italiani, e sopratutto i circa settanta anni di storia repubblicana, sono stati un drammatico errore?
    No, certamente no! Cento volte no! Sicuramente la crisi di oggi è grave. E non solo per i guai della finanza mondiale. Perché ci accorgiamo bruscamente di avere vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Negli anni 80 la generazione al potere ha governato in modo “allegro” lasciando a figli e nipoti un debito pubblico spaventoso. Per di più la classe politica si è chiusa a riccio. Creando meccanismi, tipo la lista bloccata per il Parlamento, che la rendono inamovibile e ingessano il Paese. Ma nell’Italia del ‘44 i drammi non erano ben maggiori? E siamo sicuri che la crisi di oggi sia più grave che negli anni del terrorismo o in quelli degli scandali scoperti da Mani Pulite? Eppure li abbiamo superati.
    Il vero problema di oggi è dentro di noi, è la nostra perdita di ambizioni, la rassegnazione. E’ questo che lascia tanto spazio al mito della secessione, che è una fuga dalle responsabilità. In un mondo che mette problemi sempre più globali, che solo grandi soggetti come l’Europa possono affrontare, la divisione è antistorica e illusoria, anche per il nord. Sono lo scoramento e la mancanza di fiducia in noi stessi, che ci fanno cercare scorciatoie.
    Eppure la storia ci dice che questo nostro strano popolo, accanto a enormi difetti, ha doti singolari e capacità di reazione impensate. Ci dice che nei passaggi decisivi sono state le minoranze a tracciare la rotta e a trascinare il paese: così è avvenuto per il Risorgimento, per la Resistenza, per l’avvio dell’Europa. Ci dice che anche nei momenti più difficili l’Italia ha, alla fine, trovato la strada giusta. Certo la storia non ci dà certezze! Non ci garantisce che si ripetano i successi del passato. Ma ci dà speranze, ci dice che la cosa è possibile. E io credo che ancora una volta sarà una minoranza, un piccolo gruppo nuovo, autorevole e coraggioso a indicare la strada ed avviare la ripresa.
    (Testo da me riadattato, da un autore di cui non ricordo il nome)

    • Louis scrive:

      È tutto vero Antonio Clemente. Ma purtroppo gli italiani di oggi vivono troppo di rendita su quanto fatto nel passato, fino a mezzo secolo fa. Questo medioevo sta oscurando tutto (persino quei beni culturali ereditati da “quegli altri italiani”). Chissà se ci sarà un nuovo rinascimento, anche stavolta.

  3. Louis scrive:

    Io non sono finito in America (anche se ci sono nato…), ora sono tutto sommato vicino, in Belgio, nella vecchia Europa. Ma condivido in pieno l’articolo. Anch’io amo dell’Italia tutto quello elencato all’inizio, e ho più volte pensato di tornarci. Ma, insomma, per farla breve: l’Italia è un grande paese per trascorrerci le vacanze, e quando ci vivi lontano e la visiti, tutto bene. Ma viverci e lavorarci è tutt’altra cosa. La mentalità del fare i propri interessi e fregare gli altri esiste tuttora eccome, e lo si vede subito, appena varcata la frontiera, da come guidano per la strada…

  4. sklivvz scrive:

    Si, si, si, si, si! Grazie, hai messo in parole quello che provo da anni… Assolutamente, totalmente d’accordo. Quello sguardo lo vedo una volta all’anno quando torno a visitare gli amici. Grazie di aver scritto questo blog, spero qualcuno in Italia capisca e cambi vita!

  5. simone scrive:

    bello quello che hai scritto e bello lavorare all’estero. Comunque sia a metà mancano sempre delle cose anche fuori se sei italiano.

  6. freaksimo scrive:

    Interessante e utile per capire meglio la gente che ho intorno quando torno in Italia e comprendere (senza giustificazioni) da dove vengono, anche, alcune mie paure legate all’imprenditorialità.

  7. Antonio Basile scrive:

    Quello sguardo ha un suo perchè. Spesso chi decide di lasciare l’Italia lo fa con disprezzo e sbattendo la porta, dimenticando che resta Italiano comunque, a vita. Tutti coloro che vivono in altre nazioni conservano in tasca la cittadinanza italiana e quando tornano per le vacanze mostrano un atteggiamento critico verso le istituzioni e la società.
    “Chi ti credi di essere” è ciò che sentono sulla loro pelle e non perchè gli viene detto a voce. Chi resta, consapevole di tutte le mancanze della politica, della burocrazia e della società, si fà carico di un fardello doppio per ogni Italiano che lascia questo paese.
    Si comprendono le ragioni di chi emigra ma non l’amarezza di chi resta.
    Siamo ancora qui, noi Italiani, a combattere per cambiare il sistema, a sopportare da un lato le ingiustizie sociali e dall’altro le critiche di chi va via. A pagare le tasse anche per loro. Si, avete letto bene. Perchè il debito pubblico non è solo di chi vive qui, ma anche di chi vive altrove ed è comunque cittadino Italiano.
    Ora, si può criticare molto dell’Italia e degli Italiani, ma chi non ha rinunciato alla lotta per sperare di cambiare le cose per un futuro migliore in questo paese, non lo sente quello sguardo “Chi ti credi di essere” su di se.
    Ci sentiamo tutti parte di un movimento che lotta, suda, sopporta, paga e comunque non smette di far sentire la propria voce.
    E per favore, risparmiate i commenti qualunquisti di come “si comportano gli Italiani”. Ci sarebbe tanto da dire della stupidità degli inglesi come degli americani. Ovunque c’è gente che non rispetta leggi e il prossimo. Ovunque c’è chi approfitta del lavoro altrui, ovunque c’è chi specula sulle disgrazie degli altri (vedi il sistema sanitario negli U.S.A., invece se un Italiano torna in patria non ha perso alcun diritto all’assistenza sanitaria, pagata profumatamente da chi è rimasto in Italia).
    Non giudicate in base al vostro sentimento. Questa Nazione ha sempre molto da offrirvi grazie agli ITALIANI che non hanno smesso di crederci e continuano a viverci.

    • Ciao Antonio, non credo nell’eroismo di chi se ne va e allo stesso modo non credo nell’eroismo di chi resta. Credo sia un modo molto miope e ideologico di guardare ai flussi migratori. Andare a vivere all’estero non vuol dire “aver rinunciato a servire il proprio paese”. Vuol dire che magari, come nel mio caso, ti interessa fare delle esperienze che sono più avanzate in un altro punto del mondo in quel momento. Nessuno idealizza – non in questo blog di certo – gli Stati Uniti o altri Paesi. Però non bisogna avere paura di dirci le cose che non vanno e gli ostacoli che vanno superati per modernizzare l’Italia. Non credo che questo faccia bene a nessuno!🙂

      • Antonio Basile scrive:

        Grazie Francesca della risposta franca. Sono felice di aver suscitato una reazione Positiva alla discussione, che non si puo basare su “gli italiani sono prepotenti, basta guardare come guidano”.
        Se sei tra quelli che momentaneamente lasciano il paese, sei animata da sentimenti di ricerca, avventura, esperienze stimolanti nuove e quant’altro.
        E questo è un dato positivo che ti dà la carica di andare, ma comunque con solide radici nel tuo paese natio dove sai che certamente tornerai.
        Io sono del sud, anche se vivo da tutta una vita nella capitale e ti parlo con l’esperienza maturata in 56 anni vissuti tra la gente sul territorio.
        Non sono nè miope nè ideologico se ti racconto che ancora oggi i giovani del sud spesso sono costretti ad emigrare perchè non c’è lavoro (un qualunque lavoro e non la ricerca del lavoro migliore o piu stimolante), e chi ha già famiglia magari con un figlio, chi ha già un’età che non gli permette di iniziare una nuova attività lavorativa, chi non ha soldi e deve dar da mangiare alla propria famiglia si sente un perdente, inutile nella società, comincia ad odiare il sistema, a combattere una battaglia interiore che da un lato ti frena a rimanere magari attaccato agli affetti, ai luoghi dell’infanzia, agli amici e dall’altro ti spinge a trovare una soluzione a tutti i costi, che ti metta nella condizione di vivere dignitosamente. Un po di anni fa si pensava di andare in America a “fare fortuna”. La triste realtà insegna che la fortuna non l’hanno trovata. Sono rimasti invece intrappolati in un sistema che li fa vivere (e spesso solo sopravvivere) solo per sfruttarli e non sono piu capaci di tornare. E se dopo anni di sacrifici riescono a comprare un biglietto per venire a trovare i parenti, se ne tornano emigranti con lo sconforto nel cuore sapendo che lì hanno i loro 1500 dollari al mese e qui invece non possono piu ricominciare. E a questo punto che rinasce la rabbia. Ho assistito a scene da film all’aeroporto di Fiumicino. Gente che piangeva e malediceva tutto e tutti per la loro condizione di emigrati (sequestrati in una sorta di maleficio – casa e stipendio – affetti e patria), gente che imprecava per ogni piccolo diguido o anomalia adducendo che dove vivono queste cose non succedono (ho viaggiato molto anch’io, nel mondo succede di tutto e di piu che qui da noi), che gridavano che l’Italia è un paese di merda (riporto letteralmente) e che non ci avrebbero piu messo piede. E noi Italiani che abbiamo lottato attivamente contro questo stato di cose con la speranza di cambiare? Noi che abbiamo dovuto sottometterci alle angherie di generazioni di politici? noi che lottiamo ogni giorno per lasciare un’eredità spirituale morale culturale ai nostri figli? Siamo merda in un paese di merda? Mi dispiace dover usare termini così crudi, ma per il comportamento di sdegno, di sfida, di rabbia di tanti emigranti ribadisco il mio orgoglio di essere Italiano e di stare qui a casa mia.
        Non ho paura di dire le cose come stanno, cara Francesca, ma se il tuo viaggiare è solo per fare esperienze lavorative piu avanzate, la tua non è l’unica verità. Esistono tante realtà legate ai flussi migratori, e non è nè cieco nè ideologico ricordarle e condividerle. Anzi, cieco e ideologico è pensare che esista solo la propria realta.

      • Ti prego di non usare parolacce, non sono benvenute qui. La civiltà passa anche dal sapere usare il linguaggio senza aver bisogno di essere volgari, e questo esercizio è caldamente incoraggiato su questo blog.

  8. AlfonsoMandia scrive:

    Ciao Antonio, mi chiamo Alfonso, ho quarantotto anni, trenta dei quali passati a lavorare a vario titolo nello spettacolo, lavoro il legno, faccio il fotografo, scrivo, nel mio blog e in giro per la Rete mi presento così: “Attore, scrittore, pony express, musicista, viaggiatore, cialtrone per passione, cane sciolto per dienneà, navigo a vista nella tempesta perfetta aspettando l’onda gigante per vedere l’effetto che fa”. Sono un “ritornato”. Nell’ormai lontano 2001 ho vissuto un anno in Messico commerciando artigianato tra il Messico e il Guatemala, poi ho deciso di tornare perchè non volevo darla vinta a chi stava devastando questo paese. Ma non mi sento per niente un eroe.

    Francesca ha ragione, non è questione di eroismo, sono scelte, punto.

    Non mi son sentito un eroe quando ho lasciato l’Italia per il Messico, e in quei giorni di “chi ti credi di essere?” ne piovevano a carrettate. Tutti vorrebbero farlo!, mi dicevano.
    Non mi son sentito un supereroe quando ho deciso di tornare per fare la mia parte per tirare giù il Regime che ci sta togliendo la vita, anche quella è soltanto una scelta, condivisibile o meno, ma nient’altro che questo.

    Francesca ha ragione anche quando scrive:

    “Credo che l’ostacolo principale all’innovazione e alla crescita (umana e culturale prima di tutto, aggiungo io) del nostro Paese non sia l’assenza di capitale, non credo si tratti delle dimensioni del mercato, della burocrazia, dei sindacati, dell’instabilità politica. Credo si tratti principalmente di una codardia diffusa, di una passione per le cose fatte a metà. Perché finché rimani a metà, puoi sempre tornare indietro”.

    Per lavoro ho seguito molto da vicino la storia della Social Card di Tremonti, all’epoca. Ho visto ottantenni fare file infinite per una roba che ti dava quaranta euro al mese e la patente di morto di fame. Naturalmente, come ogni elemosina che si rispetti e che viene donata secondo i comodi del benefattore, un paio di settimane dopo l’inaugurazione in pompa magna, si verificò la prima sventagliata di figure di merda, perdonate il francesismo, perché il governo aveva “caricato” soltanto le prime settecentocinquantamila, e quindi le carte passavano nel lettore e risultavano vuote. Un amico che lavorava in un discount mi disse che ormai passavano le mezze giornate a rimettere a posto la merce dei carrelli abbandonati alla cassa.

    Oggi pontifichiamo sugli ottanta euro di Renzi, certo però almeno ce l’hanno indicizzata, l’elemosina.

    Siamo un popolo senza dignità, questa è l’amara verità.

    Siamo quelli che la Repubblica l’abbiamo fatta in quattro ed è durata due settimane, siamo quelli che la seconda guerra mondiale l’abbiam fatta il primo tempo con gli americani, il secondo con i tedeschi, quelli che l’unità d’Italia l’han fatta per convenienze politiche, Cavour e circo Barnum appresso erano federlisti, siamo amici di Putin e di Obama, siamo quelli che gli americani, per sbarcare nel ’45, han prima chiesto il permesso a Lucky Luciano. Tempo fa, per un articolo, chiesi in giro a uomini della mia età quale fosse stato il più bel periodo della loro vita. almeno la metà di loro rimpiangeva l’anno di militare, perché qualsiasi cosa dovessero fare, c’era sempre qualcuno a dirgli come e quando e come farla.

    Ce l’abbiamo dentro, la codardia.

    I figuri che ci governano da tempo immemorabile sono, ti piaccia o meno, l’immagine speculare dei governati.

    Il nostro è un paese fondato sui cerchi magici, quanto più trasversalmente si possa immaginare, dai comitati civici ai centri sociali, dalle associazioni culturali alle associazioni di volontariato, lo scrive anche Paolo Barnard, che l’ultimo dei fessi proprio non è.

    Fanno bene, le ragazze e i ragazzi come Francesca, ad andare via, se gli viene fatta.

    A loro questo paese non ha più niente di buono, da offrire, soltanto le repliche infinite dello stesso teatrino, cambiano i nomi, le faccie, i partiti, il resto è sempre tutto uguale.

    Che vadano via tutte e tutti, le ragazze e i ragazzi come Francesca, che viaggino, che aprano la mente e il cuore, sono loro, l’unica possibilità di rinascimento di questo paese, è bene che stiano lontani di chi può trasmettergli soltanto senso di rassegnazione, menefreghismo, fascismo da quattro soldi, becera ignoranza, codardia, per tornare a bomba.

    Il maestro mario Monicelli nella sua ultima intervista ebbe a dire che o il popolo decideva di riprendersi la propria dignità, ma questo avrebbe voluto dire fare una vera rivoluzione, che costa morti, sangue, sofferenza, o visto che le cose andavano in questo modo da tre generazioni che andassero pure tutti in malora.

    Ecco, caro Antonio, il punto è proprio questo, per come la vedo.

    E’ giunto il tempo che questo paese muoia definitivamente.

    Magari dalle macerie, le ragazze e i ragazzi come Francesca tireranno su qualcosa di meglio, dello schifo nel quale stiamo annegando.

    O almeno, me lo auguro per loro.

    • Antonio Basile scrive:

      Caro Alfonso, comprendo la tua amarezza nel guardare al nostro sistema in decadimento. Comprendo chi va via per i piu disparati motivi. Per lavoro, per cercare una propria dimensione, per fare nuove esperienze, per conoscere nuove culture e via discorrendo. Premetto che la parola “Eroe o Eroismo” non l’ho mai usata. L’ha usata Francesca. Conosco Eroi che, in silenzio, senza fasti, hanno dato letteralmente la loro vita per gli altri e chi emigra non rientra tra questi.
      Torniamo al punto; nei due lunghi messaggi precedenti ho cercato di focalizzare l’aspetto che riguarda i nostri connazionali che tornano in patria e disprezzano ogni cosa del nostro popolo, della nostra terra, della nostra cultura e perfino del cibo. Ecco, questo non accetto. Tornare e guardare tutti dall’alto in basso sputando sentenze. Più chiaro di così non potrei esprimermi e, cara Francesca, in quanto alle presunte “parolacce”, voglio vedere se rimbotti anche Alfonso per aver citato la stessa “parolaccia” che ho usato io.
      Vedo che questo blog è animato solo da sentimenti antipatriottici.
      Comunque grazie per lo spazio che mi è stato concesso.

  9. Molto singolare che tu consideri questo blog animato da sentimenti antipatriottici. Dalla lunghezza dei tuoi commenti è evidente che ti piace scrivere più che leggere.🙂

  10. AlfonsoMandia scrive:

    Ciao Antonio. Credo sia riduttivo etichettare chiunque torni dall’estero come sputa sentenze. Il nostro cibo è avvelenato, basta guardare alla storia della terra dei fuochi, giusto per fare l’esempio più conosciuto. la nostra scuola è stata smantellata a partire dalle elementari, il cui modello educativo è stato ripreso in tutto il mondo perchè uno dei più avanzati, i nostri territori cadono a pezzi alla prima pioggia forte, rovine e monumenti crollano a poco a poco, i nostri mari sono inzeppati di veleni fatti affondare compresi di carrette del mare.
    Se per te è antipatriottico portare ad esempio la propria esperienza in paesi più civili del nostro e dire senza mezzi termini che l’Italia è diventata una cloaca malsana, allora sì, sono antipatriottico. Chiudere gli occhi per “patriottismo”, come mi sembra tu suggerisca di fare, ci ha portato dove siamo adesso.
    Continuare così, caro Antonio, non mi pare proprio una prospettiva esaltante, non credi?

    • Antonio Basile scrive:

      Ma…in questo blog si doveva parlare solo di emigrati. Francesca non ha fornito alcun utile argomento se non iniziare una crociata personale. E tu Alfonso stai allargando il dibattito a macchia d’olio, a 360 gradi, tutti i problemi che ti vengono in mente. Non che non sia daccordo con te ma, visto che non si riesce a mantenere una linea di dibattito unicamente sul problema degli emigrati, vi rimando ad altri blog più congeniali alle vostre rimostranze.
      E per calmare gli animi vi annuncio che non solo non scriverò null’altro ma che annullerò l’iscrizione a questo forum.
      Grazie ancora per lo spazio concesso.

      • AlfonsoMandia scrive:

        A parte il fatto che gli animi non mi paiono per niente agitati, non mi pare di essere uscito fuori tema. i problemi di cui ho scritto erano la conferma che per come la vedo chi emigra non sbaglia, a parlare male dello stato attuale del nostro paese. Dopo di che mi spiace che tu l’abbia presa in questo modo. grazie a te per il tempo che mi hai dedicato.

  11. Mariangela scrive:

    Ciao! Sono capitata sul tuo bel blog e ho letto questo post.. mi ha colpito molto, anch’io vivo all’estero (a Copenhagen) da 2 anni e forse a breve tornero’ in Italia.
    Ed in questi giorni mi capita spesso di chiedermi se sapro’ conservare lo sguardo differente che questa esperienza mi ha regalato, se sapro’ essere un’italiana migliore in Italia. Migliore non rispetto agli altri, ma rispetto alla me stessa di 2 anni fa.
    Non so la risposta, ma so che voglio scoprirla.
    Per quanto possibile, penso che si debba sempre cercare di assecondare i propri desideri, con razionalita’… se siamo soddisfatti, se seguiamo le nostre aspirazioni, viviamo meglio ovunque siamo, il resto, si sistema strada facendo : )

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