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“Chi ti credi di essere?”: quello sguardo che mi spaventa quando sogno di tornare in Italia

Io amo l’Italia.

Amo gli italiani, l’italiano, gli odori, i modi, i sapori, la varietà dei paesaggi, le stagioni, le persone che si guardano negli occhi, gli abbracci, condividere i momenti tristi, lo sconforto, amo le relazioni familiari (anche complicate), il lei (anche se mi accorgo di confondermi quando lo uso ora), amo la forma dell’Italia: sulla cartina mi sembra la più bella di tutte le nazioni. Sono orgogliosa di avere ricevuto una educazione eccellente e di non avere un euro di debito, a differenza dei miei coetanei americani.

Amo il design, gli inviti a pranzo, l’estate caldissima, il mare, le regioni. I treni (perfino i treni ho imparato ad apprezzare qui che da San Francisco a Los Angeles un treno sarebbe così comodo, ma non c’è).

Per tutte queste ragioni, penso continuamente di tornare. Pianifico il mio ritorno in Italia, elaboro strategie, immagino la mia casa, scelgo la mia città, valuto i pro e i contro di Milano, i pro e i contro di un piccolo paese, la vicinanza agli aeroporti, alle stazioni: sogno a occhi aperti, spesso, di tornare. Sogno di portare in Italia la mia azienda e di farla crescere da lì.

Poi però, ogni volta, arriva quel momento in cui il sogno diventa più dettagliato, e inizio a preoccuparmi. Continua a leggere

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Innovatori, vi prego, parlate italiano!

Avete notato anche voi che tutte le volte che si parla di innovazione e cambiamento le parole chiave usate, i titoli delle conferenze, i nomi dei settori vengono sempre usati in inglese? Che ne pensate? Io lo trovo dannoso. Davvero pensiamo che l’innovazione e il cambiamento possano essere raccontati soltanto in inglese? Che dire “food” sia più moderno di “cibo”? Che “social” sia più fico di “sociale”? Che “job” sia più rassicurante di “lavoro”?

A me sembra una tendenza pericolosa, e altamente lesiva della percezione che noi abbiamo del nostro Paese e del suo potenziale nel campo dell’innovazione. Se noi innovatori per primi rinunciamo a descrivere l’innovazione nella nostra lingua, è come se rafforzassimo il messaggio che l’innovazione vera avviene sempre altrove, e che se vogliamo essere davvero “cool” dobbiamo fare finta di abitare quell’altrove e rinunciare al racconto che la nostra lingua può costruire del futuro.

Usare l’italiano solo per descrivere il passato e non per generare futuro ci priva di una enorme ricchezza: che facciamo costruiamo le basi per diventare coloni nel nostro stesso Paese? Progettare in italiano, creare le nostre parole per descrivere le cose nuove che tanti di noi stanno inventando ci aiuterà a sentirci padroni di un pezzo di futuro.

Non sono tra coloro che dicono elaboratore al posto di computer, intendiamoci. Ma “food”? In Italia? Come on!

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Ode alle mezze misure

Di fatto sono convinta che le misure “intere” non esistano. Quelle che chiamiamo “mezze misure” sono l’unica opzione possibile. Il bianco e il nero sono concetti comodi per poter esprimere in modo sintetico a quale dei due poli tende il nostro grigio, ma sempre di grigio di tratta. Ognuno di noi vive ancorato al tempo, e nessuno di noi sa bene dove fissare l’inizio e la fine di una storia vera. Per questo ci rilassano tanto le storie di finzione: le storie di finzione finiscono in modo definitivo. È chiaro fino a che punto una storia è ancora aperta e quando si chiude. Quando si chiude è finito il libro, ci sono i titoli di coda, o cala il sipario. E si può andare a casa tranquilli e fare tutte le nostre valutazioni sulla storia alla quale abbiamo assistito.
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Guida alla campagna elettorale per il mio paese

In questi giorni si è aperta a Lizzano la campagna elettorale per le amministrative del 26 e 27 maggio. Chi mi conosce, sa quanto ami le campagne elettorali, e quanto ritengo che siano momenti importanti per la vita di una comunità.

Mi accorgo che molti invece pensano alle campagne elettorali come a un male necessario, un brutto momento da superare per poter passare alla fase successiva. Un momento di ipocrisia, di false promesse, di imbrogli e accordi sottobanco, di colpi bassi, di “tutto è lecito”, di pettegolezzo, di malignità. (Spero di non aver dimenticato niente).

Ho pensato di mettere insieme una piccola guida per gli elettori lizzanesi, in modo da poter vivere al meglio la campagna elettorale e orientarsi nel momento in cui dovranno recarsi al proprio seggio.
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E noi italiani come ce l’immaginiamo il futuro?

Da quando l’anno scorso ho iniziato a vivere in California, mi sono spesso fermata a pensare e a cercare di capire quali fossero le differenze fondamentali tra l’Italia e gli Stati Uniti. Non parlo di paesaggio, di cibo, di arte. Parlo soprattutto dei principi sui quali si fondano gli Stati Uniti d’America, e quelli su cui si fonda la Repubblica italiana.

Una delle cose più difficili da accettare per me vivendo qui è il numero di persone che vivono in mezzo alla strada. La maggior parte sono disabili (fisici o mentali), la maggior parte di questi disabili sono afro-americani. Una enorme quantità di persone (10 mila pare) a San Francisco vive senza una casa.

La prima sensazione che ho avuto quando sono arrivata in California, è stata quella di una enorme spinta avanti. Mentre spesso in Italia avevo provato la dolorosissima sensazione che tutto mi tirasse indietro, qui è stato l’opposto. Le prospettive c’erano, ci sono. Se sei bravo e lavori duro hai la sensazione di poter arrivare ovunque. The sky is the limit.

All’inizio la sensazione legata a questo pensiero è stata molto positiva, di entusiasmo. Di rabbia, nei confronti dell’Italia che mi aveva tenuto a briglie strette finora. Poi però pensando a quanto è complessa la società, a quanti legami, leve, spinte, danno a un Paese una forma piuttosto che un’altra, ho iniziato a pensare all’Italia e agli Stati Uniti e alle startup in termini diversi.

Ho sempre difeso a spada tratta la meritocrazia. Poi ho visto questo TED talk, e ho iniziato a farmi qualche domanda in più.

Chi ha talento deve poter andare a una velocità supersonica, niente lo deve trattenere dal raggiungere le vette del potere, del denaro, del prestigio (sempre che la persona in questione sia interessata, cosa che non credo sia giusta dare per scontata, Will Hunting docet). Ma se questo vuol dire che chi non ha tutto questo talento deve stare in fondo e rimanerci e non ostacolare quelli bravi, siamo ancora tutti d’accordo con lo spingere a tavoletta sulla meritocrazia? Io ho iniziato ad avere qualche dubbio.

Certo, che oggi in Italia il tema del sostegno dei talenti sia un tema centrale non ci piove, non lo metto in discussione. Piuttosto mi interrogo sul come, perchè ci sono tanti “come” e dire “meritocrazia” e basta non vuol dire nulla. Mi interrogo sul perchè questi temi non siano al centro del dibattito politico italiano. E non intendo solo quello che dicono i politici, ma anche quello di cui parliamo noi, quello di cui scrivono i giornali. A me sembra un tema fondamentale per lo sviluppo del paese.

Il nostro è un paese che ha voluto una scuola pubblica di eccellenza, che ha cercato attraverso la scuola di costruire l’uguaglianza, il nostro è un paese che si è posto (e continua a porsi) il problema di sostenere la cultura, che la cultura sia un affare di stato. Il nostro è un paese che considera l’assistenza sanitaria un diritto di ogni cittadino. Il nostro è un paese in cui chi affitta una casa è più tutelato di chi la possiede, perchè avere una casa è considerato un diritto.

Tutto questo ha un prezzo? Come si bilancia con il potere all’imprese, la detassazione, le politiche economiche? Qual è il punto di equilibrio? Possiamo davvero solo guardare agli Stati Uniti e cercare di copiare come possiamo? Il nostro paese si fonda su principi che faticosamente Obama sta cercando di affermare anche negli Stati Uniti. Allora qual è il punto di sintesi che possiamo e dobbiamo trovare? Qual è la nostra via allo sviluppo?

Qual è il paese che ci stiamo immaginando? Credo che sarebbe molto bello se ognuno di noi facesse questo esercizio, invece che perdersi nelle polemiche. Credo che sarebbe bello se lo scrivessimo nei nostri profili facebook che paese ci stiamo immaginando, credo che potremmo affrontare meglio le elezioni se ci facessimo questa domanda. Chissà, magari se ce la facessimo in tanti, potrebbero iniziare a parlarne anche i giornali.

Magari potremmo incentivare i giornali a essere uno strumento di racconto non solo del pettegolezzo, ma delle aspirazioni, dei sogni di un paese.

Per questo sono contentissima di essere una dei mentor di Changemakers for Expo Milano 2015. Un progetto bellissimo, in cui 10 team per otto settimane lavoreranno instancabilmente per mettere a punto un progetto di impresa innovativa che possa cambiare il nostro Paese, e il mondo. Lavorare e provare ad aiutare 27 persone che stanno cercando un modo di disegnare una via italiana all’innovazione mi sembra un modo eccellente di prepararmi alle elezioni.

PS: Questo post mi è venuto in mente leggendo questo articolo di Stefano Bernardi sul Corriere del Veneto. Ho pensato che è su questi temi che è bello confrontarsi.

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Le Primarie, Vendola e la Primavera Italiana

Domani andrò a votare Nichi Vendola, per la terza volta.

Sono orgogliosa di far parte di una regione che ha scelto con tanta cura il suo candidato per due volte. Vedete, sono contenta di queste primarie del centrosinistra, ma mi dispiace che Renzi venga considerato l’unico candidato che non appartiene all'”apparato”. Vendola ha conquistato la sua candidatura, restando sempre all’interno del partito e contestandolo, con forza, quando il centrosinistra aveva fatto di tutto per non ricandidarlo, al termine del suo primo mandato. Si battè per le primarie, e le stravinse, perché i pugliesi avevano testimoniato l’impatto che la sua politica aveva avuto sulla nostra regione, e non volevano fermare quella rivoluzione.

Sotto la presidenza di Vendola, la Puglia ha vissuto una vera e propria primavera. Ho testimoniato in prima persona l’impatto sulla società pugliese (e su di me!) delle politiche dell’innovazione che lui e la sua squadra hanno saputo mettere in campo. Ho visto con i miei occhi l’importanza della rete che hanno saputo costruire. La capacità di costruire una rete di persone di talento e di farle entrare in contatto con la regione, senza generare la dinamica del circolino degli illuminati, non è cosa da tutti.

La sinistra che voto, votando Vendola, è una sinistra moderna che interpreta e rilancia, non insegna e bacchetta o rottama e ridicolizza. È una sinistra che ha dimostrato di conoscere gli strumenti di una progettazione partecipata e di altissimo livello. È una sinistra che premia la qualità e, allo stesso tempo, si occupa di creare le condizioni perché la qualità arrivi a tanti, perché tanti imparino a ricercarla e a riconoscerla.

È una sinistra che non interpreta l’innovazione come un fenomeno di tendenza, ma come una esigenza degli esseri umani  e, in quanto tale, come declinabile in tante forme diverse, non solo in quelle che oggi vanno sulle pagine dei giornali. È una sinistra che ha capito profondamente la metafora della “foresta pluviale” e che ha saputo assumersi dei rischi, per promuovere la nascita di una cultura dell’innovazione matura e responsabile.

Soprattutto è una sinistra che è stata in grado di costruire politiche di ampio respiro, politiche che hanno dato a un territorio la fiducia nel cambiamento e nel fatto che era possibile, che è possibile, superarsi. Tante cose sono rimaste da fare, importanti e urgenti. Ma hanno creato un ecosistema che è in grado di superarli. Vendola e i suoi assessori hanno messo in campo una energia e una passione che ha reso le persone in grado di immaginare e costruire un’alternativa. Anche una’alternativa a loro stessi. Hanno dato alle persone la forza e la fiducia di capire che sarebbe arrivato il momento di “rottamarli”, e di proseguire da soli.

Non posso immaginare un’eredità più preziosa di questa, e un cambiamento più profondo nel modo di intendere la politica. Mi piacerebbe tanto, in questo momento storico, vedere l’impatto sull’Italia intera di questo approccio. Per questo domani voterò Nichi Vendola.

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Essere o non essere (choosy): questo è il problema

Non ho capito tutto questo scandalo sulla dichiarazione del ministro Fornero. Credo che sia legato a un’attitudine molto radicata in noi italiani: la tendenza irresistibile a non abitare la battaglia, a non metterci davvero in discussione, ma a fare le partite dagli spalti. Urlando e dicendo agli altri cosa devono o dovrebbero fare, che cosa noi faremmo “se fossimo” al posto loro.

Il ministro Fornero ha detto che il mondo del lavoro si deve cambiare dall’interno, giocando questa partita e non aspettando sugli spalti finché non potremo dire che la partita è andata male, “ma se ci fossimo stati noi…”

Ho un’esperienza limitata, ma mi è capitato di parlare con molti miei coetanei che non si spostano neanche da una città all’altra in Italia per provare a fare il lavoro che definiscono “dei loro sogni”. Mi è capitato di incontrare molte persone che non sono disposte a svolgere nessuna mansione che loro non reputano essere perfettamente nelle loro corde, neanche se queste mansioni sono necessarie a svolgere un lavoro che è quello che vorrebbero fare. Piuttosto non lo fanno.

Certo, ci sono tante persone che sono alla disperata ricerca di un lavoro e accettano qualsiasi cosa. Ma non sono loro (questa almeno è la mia impressione) che hanno levato gli scudi contro il ministro Fornero. Leggendo i tweet e gli status facebook, la mia impressione è che siano stati proprio coloro i quali pretendono che gli arrivi un lavoro ideale, in cui non devono occuparsi di mettersi nelle condizioni di fare il proprio lavoro, ma solo di farlo. Nella mia limitata esperienza, queste condizioni non esistono e mettersi nelle condizioni di fare il proprio lavoro, è una parte inscindibile dal lavoro stesso.

Per questo è importante non essere choosy e abitare la battaglia. Si impara molto di più giocando, che non bestemmiando dagli spalti. I giochi non si chiudono una volta che inizi a giocare, anche se quella non è la squadra della tua vita. Il gioco vero inizia allora: è da dentro che è importante discernere e capire come muoversi per costruire il lavoro nel quale riusciamo a esprimerci al meglio. Altrimenti aspettiamo il lavoro che nella nostra testa sarebbe perfetto: magari a un certo punto arriva, ma non è perfetto come ce lo eravamo immaginato (non lo è mai), ma siccome abbiamo giocato tutto su quella puntata dobbiamo farcelo andare bene per forza.

Molti di quelli che si sono scagliati contro il ministro Fornero sono americanofili. Bene, negli USA la filosofia è esattamente quella espressa dal ministro. Il sogno americano si fonda su questo: inizia a lavorare e tieni sempre in vista i tuoi obiettivi. Anche se inizi facendo il cameriere, arriverai ovunque con abilità, intelligenza e buona volontà.

Sappiamo che l’Italia è un paese dove la mobilità sociale non è il massimo e conosciamo tanti limiti del nostro Paese. Per superarli c’è bisogno di agire su molte leve: politica, diritto, scuola, università, lavoro. Ma tutte queste decisioni non vanno aspettate, iniziamo a costruirle insieme, scendiamo dagli spalti.

Acqua e sole

Godetevi e condividete il nuovo video di Proforma sui Referendum di 12 e 13 Giugno.

 

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Che Milano è mai questa?

Questa campagna elettorale ha un grosso merito. Mi ha fatto scoprire una Milano che non conoscevo, una Milano che in questi otto anni non avevo mai creduto possibile. Milano mi ha dato tanto, ma l’ho sempre guardata un po’ di traverso, lo confesso.

Guardandola ho sempre visto una città arrabbiata, nervosa, cinica. Dove gli intellettuali sono snob e fanno i contemporanei replicando in realtà il modello ottocentesco degli aperitivi in galleria, dove il popolo è sempre incazzato nero e non ha mai tempo per niente. Dove chi governa è la solita banda di cialtroni all’italiana, ma si dà arie da pool di competenze di una capitale europea. Da quando ho finito la scuola si è rafforzata in me l’impressione di una città che ti chiede moltissimo e ti dà indietro poco e niente, solo la speranza che qualche briciola cada dalla mensa di quelli che (beati loro) contano davvero.

Questa campagna elettorale ho provato a leggerla dalla prospettiva in cui mi ero abituata a leggere questa città, e non l’ho capita. Ho pensato che il centro sinistra stesse sbagliando, che stesse facendo una campagna elettorale poco pop, che non coinvolgesse le persone. La diffidenza a cui mi ero abituata, in un primo momento, mi ha impedito di vedere che cosa stava nascendo. Adesso però, è impossibile negare che qui sta succedendo qualcosa di nuovo e non sta succedendo negli uffici delle persone che contano, ma per le strade (e chi conosce un po’ Milano sa quanto questo sia incredibile).

Beh, questa Milano sconosciuta sorride, festeggia, gira in bicicletta con i figli alle 10 di sera, si abbraccia per strada, ha il senso dell’umorismo, non se la tira, ha messo da parte il basso profilo (che Dio sia lodato) perché per se stessa ha deciso che vuole di più. L’energia che Giuliano Pisapia è stato in grado di mettere in circolo ha del miracoloso. Ci sta facendo scoprire una Milano della quale è possibile innamorarsi. Una città diversa da quella in cui si sta per necessità. Una città che potrebbe addirittura piacerci, e parecchio.

Che cosa controbatte a questa sferzata di intelligenza, allegria e ironia il centrodestra? Questo (cito a memoria i manifesti che vedo in giro):

“Moschea a Milano. E se fosse nel tuo quartiere?”

“Con la sinistra Ecopass a 10 euro”

E così via. Risponde dicendo bugie (L’Ecopass lo introdusse proprio la Moratti) e alimentando sentimenti razzisti, di chiusura, di odio nei milanesi. Questo, mi chiedo, è il centrodestra che accusa la sinistra di essere poco popolare, troppo seria, di non dire barzellette? Il livore che traspare dalla loro comunicazione non può essere riscattato da una volgare barzelletta.

Qui non si tratta di essere di destra o di sinistra. Si tratta di scegliere una città vitale, sorridente, popolare, aperta e veramente moderna, oppure una città livida, chiusa su se stessa, rabbiosa e che tenta con ogni mezzo di difendere i privilegi di una casta consolidati da decine di anni (il che non è mai un presupposto affidabile per il rinnovamento).

Questa campagna elettorale ci ha dimostrato che Milano può essere molto meglio di come l’abbiamo sempre immaginata. Votiamo allora, e lasciamo che lo diventi.

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I pericoli della retorica del “restismo”

[Questo è un post di risposta a quello di Dino Amenduni, “I pericoli della retorica del ‘fuggismo‘”, sul suo blog.]

Gli italiani si lamentano troppo. E poi non fanno mai niente per cambiare le cose. Se ne vanno sempre i migliori. Se stessimo davvero così male scenderemmo in piazza. Bisogna avere il coraggio di restare. Andarsene è troppo comodo. Bisogna restare non per se stessi, ma per gli altri.

Questi sono soltanto alcuni dei numerosi luoghi comuni presenti nel post che Dino Amenduni ha scritto sul Fatto Quotidiano per inneggiare a chi resta (e specie a se stesso che non solo non è andato all’estero, ma addirittura è restato a Bari, anche se avrebbe potuto guadagnare di più altrove). Anche io devo aver pensato qualcosa di simile ogni tanto, e forse ogni tanto lo penso ancora.

Amo l’Italia, e amo il posto da cui vengo, la provincia di Taranto. Ciononostante vivo da otto anni a Milano. Perché mi ci hanno costretto? Perché sono dovuta emigrare per studio o per lavoro a tutti i costi? No. Sono emigrata a Milano 8 anni fa perché mi sono capitate una serie di circostanze che mi hanno permesso di realizzare una bella parte del mio sviluppo personale in questa città. Gli incontri che ho fatto, gli amori, le mie passioni e una serie di sentimenti e spinte di cui non sono consapevole mi hanno portato qui. La vita tutto sommato è in gran parte proprio questo. Se ogni vita fosse la semplice somma di una serie di scelte politiche consapevoli, sarebbe davvero triste. Quello che succede è che a volte abbiamo bisogno di giustificare agli altri e a noi stessi le scelte che ci hanno portato ad andare o a restare, e allora ci raccontiamo di aver scelto per amore degli altri e che tutti dovrebbero fare come noi. Ma questo è un modo un po’ infantile di mettere giù la questione: avendo paura di quello che non abbiamo scelto (o che non ci è capitato) diciamo che tutti dovrebbero fare come noi e che, se non lo fanno, sono brutti e cattivi. Oppure sono bisognosi, e allora bisogna lasciarli perdere, poverini.

Un po’ semplicistico, no? È naturale avere paura delle strade che non abbiamo percorso, ed è una cosa che bisogna imparare ad accettare, io credo. Ed essere felici del fatto che le strade che noi non abbiamo percorso, le stia percorrendo qualcun altro.

Alla fine, quello che conta, il regalo più grande che possiamo fare al mondo è realizzarci come esseri umani. Se questo comporta andarsene, è giusto farlo. Se comporta restare, che si resti. Ma se si resta, non ci rende più cool dire che lo abbiamo fatto per gli altri. Se sei restato per gli altri, hai fatto male, perché il massimo che puoi fare per la società è prendere sulle tue spalle la responsabilità piena della tua felicità. Sarà la tua felicità a rendere gli altri felici, non il tuo sacrificio.

Il tempo in cui i genitori si vantavano reciprocamente dei sacrifici che facevano per i figli, grazie al cielo, è passato, o sta passando. Io credo che solo abbandonando queste logiche polverose, ideologiche e clericali l’Italia possa avviarsi a una nuova era. Non c’è la squadra di quelli che restano e quella di quelli che se ne vanno. Non ci sono due categorie di persone che se vanno (e quante di quelli che restano?). Ci sono persone che hanno la volontà e la fortuna di realizzarsi (nel loro paese o altrove) e altre che (andandosene o restando) vivono prigioniere della propria ideologia e privano se stesse e chi gli sta intorno del potenziale che sprigiona un individuo felice.

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