Archivi categoria: Ci sono cose che non si devono comprare

Che Milano è mai questa?

Questa campagna elettorale ha un grosso merito. Mi ha fatto scoprire una Milano che non conoscevo, una Milano che in questi otto anni non avevo mai creduto possibile. Milano mi ha dato tanto, ma l’ho sempre guardata un po’ di traverso, lo confesso.

Guardandola ho sempre visto una città arrabbiata, nervosa, cinica. Dove gli intellettuali sono snob e fanno i contemporanei replicando in realtà il modello ottocentesco degli aperitivi in galleria, dove il popolo è sempre incazzato nero e non ha mai tempo per niente. Dove chi governa è la solita banda di cialtroni all’italiana, ma si dà arie da pool di competenze di una capitale europea. Da quando ho finito la scuola si è rafforzata in me l’impressione di una città che ti chiede moltissimo e ti dà indietro poco e niente, solo la speranza che qualche briciola cada dalla mensa di quelli che (beati loro) contano davvero.

Questa campagna elettorale ho provato a leggerla dalla prospettiva in cui mi ero abituata a leggere questa città, e non l’ho capita. Ho pensato che il centro sinistra stesse sbagliando, che stesse facendo una campagna elettorale poco pop, che non coinvolgesse le persone. La diffidenza a cui mi ero abituata, in un primo momento, mi ha impedito di vedere che cosa stava nascendo. Adesso però, è impossibile negare che qui sta succedendo qualcosa di nuovo e non sta succedendo negli uffici delle persone che contano, ma per le strade (e chi conosce un po’ Milano sa quanto questo sia incredibile).

Beh, questa Milano sconosciuta sorride, festeggia, gira in bicicletta con i figli alle 10 di sera, si abbraccia per strada, ha il senso dell’umorismo, non se la tira, ha messo da parte il basso profilo (che Dio sia lodato) perché per se stessa ha deciso che vuole di più. L’energia che Giuliano Pisapia è stato in grado di mettere in circolo ha del miracoloso. Ci sta facendo scoprire una Milano della quale è possibile innamorarsi. Una città diversa da quella in cui si sta per necessità. Una città che potrebbe addirittura piacerci, e parecchio.

Che cosa controbatte a questa sferzata di intelligenza, allegria e ironia il centrodestra? Questo (cito a memoria i manifesti che vedo in giro):

“Moschea a Milano. E se fosse nel tuo quartiere?”

“Con la sinistra Ecopass a 10 euro”

E così via. Risponde dicendo bugie (L’Ecopass lo introdusse proprio la Moratti) e alimentando sentimenti razzisti, di chiusura, di odio nei milanesi. Questo, mi chiedo, è il centrodestra che accusa la sinistra di essere poco popolare, troppo seria, di non dire barzellette? Il livore che traspare dalla loro comunicazione non può essere riscattato da una volgare barzelletta.

Qui non si tratta di essere di destra o di sinistra. Si tratta di scegliere una città vitale, sorridente, popolare, aperta e veramente moderna, oppure una città livida, chiusa su se stessa, rabbiosa e che tenta con ogni mezzo di difendere i privilegi di una casta consolidati da decine di anni (il che non è mai un presupposto affidabile per il rinnovamento).

Questa campagna elettorale ci ha dimostrato che Milano può essere molto meglio di come l’abbiamo sempre immaginata. Votiamo allora, e lasciamo che lo diventi.

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Ti svelo un segreto

Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e

vizio che non vivano della loro segretezza.

Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di

tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via.

[Joseph Pulitzer, fondatore Premio Pulitzer]

Vi ricorda qualcuno?

Sono esterrefatta dal tentativo di tanti politici della terra jonica di cavalcare l’onda di protesta che si è levata nella Provincia di Taranto (con epicentro a Lizzano) per quanto riguarda la situazione discarica. Facciamo attenzione: se questi politici si fossero tardivamente, ma improvvisamente resi conto del disastro in cui viviamo e volessero finalmente fare qualcosa, sarebbero comunque apprezzabili. Senz’altro tonti (vista la quantità di incontri, lettere, video con cui abbiamo tentato di raggiungerli finora) ma apprezzabili nella loro fessacchiottoneria.

Ma non è così. Perché i vari politici che si stanno affannando a rilasciare interviste, sono subdoli: stanno cercando di spostare il problema sull’arrivo dei rifiuti di Napoli. Ancora una volta stanno anteponendo il loro interesse personale (fare la guerra a Vendola e far vedere che si stanno muovendo) alla risoluzione del problema. E la posta in gioco stavolta è ancora più alta:

questi signori senza dignità e senza vergogna, con la loro deliberata distorsione del grido di aiuto che i cittadini stanno lanciando, cercano di far sembrare la nostra rivendicazione di un futuro migliore, di un’aria salubre, del diritto alla salute, di una politica dei rifiuti più civile e lungimirante, la solita guerra tra poveri. I lizzanesi non vogliono qua la mmonnezza di Napoli.

Signori, forse la meschineria di cui avete fatto sfoggio in questi anni vi impedisce di capire quanto più alte siano le rivendicazioni di questo popolo. Speriamo che questo popolo sappia riconoscere la vostra maschera di cera, e non si faccia tradire più da persone della vostra risma.

PS.: Qualche tempo fa ho curato la regia di un radiodramma registrato alla RAI qui a Milano… c’era un pezzo che mi ha ricordato l’atteggiamento di un po’ di questi signori… ascoltatelo se vi va e fatevi due (amare) risate. Il testo è di Diego Zanoni, Le voci di Luca Iervolino, Matteo Salimbeni, Federico Manfredi, Rosa Sarti, Valerio Napoli.

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Sposare l’azienda

In questo periodo di crisi nera, qui in Italia, dove la cultura dei diritti non è stata mai molto forte, si sono terribilmente aggravati alcuni vizi tremendissimi.

Uno di questi è credere che quando si paga un lavoratore, non si compra il suo lavoro, ma la sua persona.

Cari capitani d’industria, responsabili, manager, direttori, dirigenti… questo è scorretto, moralmente sbagliato, illegale e, soprattutto (dal vostro punto di vista) svaluta in partenza l’investimento che fate sulle persone con cui scegliete di collaborare. Perché se un lavoratore lo trattate così, quello se è bravo davvero, appena può se ne andrà. E voi dovrete ricominciare da capo. Un gran, gran spreco.

Google ha aumentato del 10% gli stipendi dei suoi dipendenti per evitare la fuga di cervelli. Mi sembra che loro di affari se ne intendano, no?

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Mi sa che io resto

Se dovessi scrivere stamattina una delle liste che ieri abbiamo sentito a “Vieni via con me”, se dovessi scrivere una lista dei motivi per cui resto in Italia, la prima cosa che scriverei stamattina è “perché l’Italia è il mio paese ed è il paese di Falcone, di Benigni, di Saviano, di Fazio e di Abbado”. Ma li avete visti? Santo cielo che bell’Italia.

Mille cose si potrebbero dire della puntata di ieri sera, sulla quantità e qualità degli spunti di riflessione e sulle occasioni di contatto con una narrazione nuova, affascinante, emozionante perché vera (dio mio, vera) di questo paese prostrato che ci siamo ritrovati ad avere per patria.

Mille cose, dicevo, ma una, una in particolare: Benigni che si rivolge a Sandokan. Con la sua leggerezza, con ironia ma con un coraggio e una fermezza incredibili. Questa mi è sembrata una novità assoluta, io per lo meno una cosa così non l’ho mai vista. Nel paese degli innominabili, del timore reverenziale, della paura delle ritorsioni, del garantismo applicato più ai boss che agli altri, il genio di Benigni ha raggiunto una nuova altezza. Ha guardato in faccia Schiavone e quelli come lui, li ha presi in giro, smascherando com’è ridicolo quel prendersi così sul serio di chi crede di poter guadagnare rispetto con gli ammazzamenti, di chi crede di poter disegnare la storia con gli attentati.

Benigni li ha guardati negli occhi e gli ha detto “vendicatevi”, e la sua battuta, esilarante, in quel momento coincideva con una enorme verità, l’impossibilità categorica della vendetta. La vendetta non può annientare l’onestà, non ammazza l’ideale, soltanto uccide te stesso, e l’altro. La storia continua però.

In un paese in cui Saviano ha difficoltà a prendere casa in affitto, perché nessuno lo vuole come vicino di casa, Benigni ieri sera ci ha fatto una grandissima lezione di coraggio. Di quelle che, portate nella vita quotidiana, cambiano un paese.

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Rallegratevi ed esultate

E’ di questi giorni la notizia che (strano a dirsi) l’emergenza rifiuti campana non era affatto stata risolta dal nostro super presidente del consiglio con la sua mitica bacchetta magica e il suo scintillante ottimismo. Infatti, com’era ovvio, non essendo intervenuti alla base del problema – cioè attuando una politica che diminuisse la quantità dei rifiuti implementando pratiche di riuso e riciclo – la munnezza è ricomparsa.

Poiché alla testa del nostro paese c’è ancora la stessa gente, la strategia di risoluzione del problema sarà, ancora una volta, cercare di nascondere queste tonnellate di mmunnezza sotto il tappeto di qualcuno, in modo da poter mandare canale 5 a riprendere le strade sgombre e dei cittadini-comparsa sorridenti e soddisfatti. Tanto poi Canale 5, nei posti dove si sotterra quella munnezza, non ci va.

Ma chi avrà l’onore di accogliere quelle migliaia di tonnellate di rifiuti per sgombrare il set campano in tempo per l’arrivo delle telecamere? Noi! Noi miei cari compaesani, noi siamo gli eletti! Esultate!

Avanti così, finché non sarà solo la puzza a soffocarci, ma rimarremo schiacciati dall’immondizia proveniente da tutta Italia. Tossica? Non importa. Radioattiva? Chissenefrega. Cancerogena? Yeeeeeeee.

Nel delirio di immobilismo dal quale ci si potrebbe riscuotere prima del soffocamento, c’è qualcuno che sta disperatamente tentando di fare qualcosa. Il minimo (ma proprio il minimo) che potete fare, è andarvi a leggere qui che cavolo sta succedendo.

 

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Democrazia mafiosa

Su Repubblica di oggi c’è un articolo di Roberto Saviano molto bello.

Nell’ultimo periodo mi è capitato spesso di discutere del voto di scambio e del fatto che, se dovessi fare una campagna per una qualche lista elettorale del mezzogiorno, più che contro gli avversari punterei tutto contro la pratica del voto di scambio. L’ho detto spesso in questi giorni, e molti mi hanno risposto: “E perderesti, è una cosa troppo radicata.”

E’ inaccettabile. Finché non ci scandalizzeremo anche solo a nominarlo questo maledetto modo di pensare il voto, l’Italia non potrà diventare un paese davvero moderno e civile.

Un paragrafo dell’articolo di Roberto dice così:

Il codice etico elettorale viene sbandierato quando si è molto lontani dalle elezioni e poi dimenticato quando bisogna candidare chi ti porta voti. Conviene essere contro le organizzazioni, ma se questo significa perdere? Cosa fai? Compromesso o sconfitta? Tutti rispondono compromesso. E questo perché la politica sembra essersi ridotta a mero strumento che usi per ottenere quello che il diritto non ti dà. Se non hai un lavoro, cerchi di ottenerlo votando quel politico; se non hai un buon letto in ospedale, cerchi di votare il consigliere comunale che ti farà il favore di procurartelo. Ecco, questo sta diventando la politica, non più rispetto dei diritti fondamentali, ma semplice scambio. Quello che si fatica a comprendere, è che il politico che ti promette favori ti dà una cosa ma ti toglie tutto il resto. Ti dà il letto in ospedale per tua nonna, ti dà magari l’autorizzazione ad aprire un negozio di tabacchi, ti dà mezzo lavoro: ma ti sta togliendo tutto. Ti toglie le scuole che dovresti avere per diritto. Ti toglie la possibilità di respirare aria sana, ti toglie il lavoro che ti meriti se sei capace. Questa è diventata la politica italiana: se non ne prendiamo atto, si discute su un equivoco.

Il resto, leggetelo qui.

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L’isola che non c’è

Sul Corriere del Giorno c’è questa dichiarazione dell’avvocato Pecorella, presidente della Commissione Ecomafie sul traffico illecito di rifiuti che ha fatto visita a Taranto nei giorni scorsi.

Gli amministratori locali hanno dipinto Taranto e la sua provincia come isole felici. Di certo il bilancio è positivo rispetto ad altre Regioni e ci hanno rassicurato sulla mancanza di un interesse della criminalità organizzata alla raccolta, al trasporto e allo smaltimento dei rifiuti nel tarantino ma occorre vigilare sempre.

“CI HANNO RASSICURATO SULLA MANCANZA DI UN INTERESSE DELLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA RISPETTO ALLA RACCOLTA, AL TRASPORTO E ALLO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI NEL TARANTINO”???

Ma questo è uno scherzo oppure una commediaccia da quattro soldi? Cioè, voi ve l’immaginate così l’attività di una commissione parlamentare d’inchiesta? Un gruppo di parlamentari viene a farsi una gita di tre giorni a Taranto, incontra un po’ di gente e questa gente gli dice “no, non preoccupatevi, qui la criminalità non ha interesse nella questione rifiuti”. “Ah, grazie, ci avete tolto un peso dallo stomaco, allora possiamo andare?” “Sì, prego prego, buon viaggio!”. Punto.

A questa dichiarazione indegna e totalmente fuori luogo in uno dei territori più inquinati d’Europa, l’onorevole Franzoso ha pensato bene di aggiungere quest’altra perla:

Da queste audizioni sta emergendo come ci sia una scarsa presenza di ecomafie sul nostro territorio. E’ da questo dato che dobbiamo partire.

No, caro onorevole, non è questo il dato da cui dobbiamo partire. L’attività di indagine non può limitarsi a “chiedere in giro”. Il dato da cui bisogna partire è il disagio enorme che vivono migliaia di cittadini di questa provincia, l’aria irrespirabile e nauseante che sono costretti a respirare ogni giorno, proprio in quello che lei, in questi anni, ha sempre considerato come il suo feudo. Noi siamo quelli che lei ha trattato come sudditi, noi ci siamo ammalati, non riusciamo più a respirare, siamo nauseati, alcuni di noi sono anche morti. Questo è il dato da cui dobbiamo partire.

Il dato da cui dobbiamo partire sono le inchieste che ci sono state in questi anni, e che sono sempre finite nel dimenticatoio. Nessuno di noi sa quali siano stati gli esiti di quelle indagini. La commissione di cui lei fa parte ha il dovere di informarci chiaramente su questa storia. Non abbiamo bisogno, nessun bisogno, delle sue rassicurazioni perché noi la puzza di questo affare ce l’abbiamo dentro, ogni sacrosanto giorno.

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Il brivido è lo stesso (o forse un po’ di più)

No, è solo che ho appena scoperto (se lo sapevate già, scusatemi) che se la commissione di inchiesta è presieduta dall’avv. Pecorella, il segretario è nientepopodimeno che l’on. Franzoso! Inutile dire la moglie di Franzoso è in affari con l’Ilva, inutile dire anche che non è che Franzoso finora si sia dimostrato così sensibile ai nostri problemi ambientali, diciamo così.

Se siete curiosi di sapere, per esempio, che cosa ne pensava Franzoso della legge per ridurre le emissioni di diossina, potete dare un’occhiata qui.

Se invece siete curiosi di sapere se Pecorella e Franzoso potrebbero avere amici in comune potete riguardare il cv di Pecorella e dare uno sguardo ad alcuni episodi del passato di Franzoso qui e qui.

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Che cosa sta succedendo a Taranto?

Oggi siamo a meno quarantasei. Meno quarantasei giorni alla scadenza del termine entro il quale il Comune di Taranto può richiedere all’Ilva Spa il risarcimento danni secondo la sentenza della Corte di Cassazione nr. 38936 del 24.10.2005.

Che cosa successe allora? In un processo contro l’Ilva per gravi danni all’ambiente, gli enti pubblici si erano costituiti parte civile: provincia e comune si erano schierati per la prima volta dalla parte dei cittadini e avevano deciso di affrontare (così pareva) il colosso. Ma che accadde?

Il 27 febbraio 2004 venne siglato un atto d’intesa (il terzo) tra Stato, Regione, Provincia, Comune di Taranto e Ilva. Di conseguenza la provincia e il comune ritirarono la costituzione di parte civile nel processo. Il processo andò comunque avanti e si giunse a un atto storico: una condanna definitiva in Cassazione. Ma. Siccome gli enti pubblici avevano ritirato la costituzione di parte civile e avevano raggiunto un accordo con l’Ilva, i giudici non determinarono una pena per la sentenza di condanna e fissarono il termine di prescrizione per la richiesta di un risarcimento al 23 ottobre 2010. Eccoci.

Che cosa prevedeva questa intesa? Una riduzione delle emissioni entro certi limiti (che, a quanto pare, non sono stati rispettati) e il fatto che (secondo quanto riportato da Gianmarco Leone su Tarantoggi) qualora il sindaco decidesse di richiedere il risarcimento nei termini stabiliti dalla Cassazione, “l’onere dell’ammontare del risarcimento danni deciso dal giudice civile, sarebbe stato totalmente coperto dall’ente regionale”. Cioè: dopo essere stati pagati con la salute, i danni dell’Ilva dovrebbero anche essere pagati dalle tasche di tutti i contribuenti pugliesi (grazie a Fitto, Florido e Di Bello).

Ancora Leone sostiene quindi che l’esitazione di Stefàno di fronte alla richiesta di un risarcimento – che sarebbe importantissimo per la città sia dal punto di vista pragmatico che da quello ideale – sarebbe dovuto al fatto di non voler scaricare sulle spalle dell’alleato Vendola un fardello così pesante in un momento difficile per la Regione Puglia sul piano del bilancio. Ma l’avv. Nicola Russo, coordinatore e responsabile del comitato promotore referendario “TARANTO FUTURA“, sostiene che c’è al TAR c’è una causa pendente per rendere nulla questa parte dell’accordo perché contro la legge: “non c’è accordo che tenga” scrive, un ente pubblico non può assumersi l’onere di un risarcimento per un danno provocato da un privato.

E allora? Che cosa stanno aspettando? Stefàno ha affidato l’incarico di promuovere l’azione civile a un primo avvocato, Maria Luisa de Benedetto, la quale con una nota del 19 luglio 2010 ha rifiutato. Al che, l’11 agosto 2010, il Comune di Taranto ha conferito un nuovo incarico all’Avv. Paolo Miraglia per difendere e rappresentare le ragioni dell’Ente civico contro l’Ilva Spa innanzi al Tribunale di Taranto. Non si sa ancora se questi accetterà oppure no.

Se non dovesse accettare, è molto, molto difficile che in 46 giorni si possa conferire un nuovo incarico e arrivare pronti in tribunale. E, nonostante una condanna definitiva della Cassazione che sancisce con certezza e in modo non opinabile la pericolosità del colosso per la città e la provincia di Taranto, tutta questa storia potrebbe diventare l’ennesima occasione in cui la città di Taranto si prostra davanti al gruppo Riva.

Chi può fare qualcosa, qualunque cosa, non dovrebbe consentirlo. Passate la voce.

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