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L’Italia dovrebbe diventare la Silicon Valley? Anche no. (Post dedicato agli startup-guru che hanno visto l’Ammerica)

AVVERTENZA: questo post contiene un linguaggio ad alta frequenza di storpiature lessicali e semantiche che personalmente aborro, ma che ho dovuto usare per amore di verosimiglianza con le conversazioni alle quali ho assistito/partecipato

Da quando sono arrivata negli Stati Uniti per fondare Timbuktu insieme a Elena Favilli ho iniziato a essere parte di una conversazione che si ripete ciclicamente (in loop per gli startup-guru) in qualsiasi dibattito online e offline tra startupper nostrani in Italia e startupper nostrani all’estero. Gli argomenti presentati sono quasi sempre gli stessi, quindi ve li riassumo in ordine sparso alternati tra fanatici dell’Ammerica e surdati ‘nnammurati:

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“Chi ti credi di essere?”: quello sguardo che mi spaventa quando sogno di tornare in Italia

Io amo l’Italia.

Amo gli italiani, l’italiano, gli odori, i modi, i sapori, la varietà dei paesaggi, le stagioni, le persone che si guardano negli occhi, gli abbracci, condividere i momenti tristi, lo sconforto, amo le relazioni familiari (anche complicate), il lei (anche se mi accorgo di confondermi quando lo uso ora), amo la forma dell’Italia: sulla cartina mi sembra la più bella di tutte le nazioni. Sono orgogliosa di avere ricevuto una educazione eccellente e di non avere un euro di debito, a differenza dei miei coetanei americani.

Amo il design, gli inviti a pranzo, l’estate caldissima, il mare, le regioni. I treni (perfino i treni ho imparato ad apprezzare qui che da San Francisco a Los Angeles un treno sarebbe così comodo, ma non c’è).

Per tutte queste ragioni, penso continuamente di tornare. Pianifico il mio ritorno in Italia, elaboro strategie, immagino la mia casa, scelgo la mia città, valuto i pro e i contro di Milano, i pro e i contro di un piccolo paese, la vicinanza agli aeroporti, alle stazioni: sogno a occhi aperti, spesso, di tornare. Sogno di portare in Italia la mia azienda e di farla crescere da lì.

Poi però, ogni volta, arriva quel momento in cui il sogno diventa più dettagliato, e inizio a preoccuparmi. Continua a leggere

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Ah, tu questa pizza la chiameresti “Italian”?

Lo so. È sbagliato fare gli italiani all’estero che criticano tutto il cibo che vedono e guardano tutto dall’alto in basso. Per quanto possa valere, vi assicuro che mi sforzo di non farlo. E tutto sommato sono abbastanza aperta a provare tante altre cucine. E anche a cucinare cose diverse da quelle con cui sono cresciuta.

Oggi, per esempio, ho cucinato Bulghur con gamberi, peperoni rossi e gialli, curry, scorza di limone e carote. Ve lo consiglio. Una cosa rapida che si fa in mezz’ora.

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Insomma, questo per dimostrarvi che sono aperta e cerco di adeguarmi.

Ma quando vedo una pizza con il pollo e i fagioli, o con il pesto e 5 spicchi d’aglio (interi) per fetta (sì, per fetta) permettetemi di confessarvi che non riesco a non scuotere la testa.

Forse è per questo che abbiamo deciso di creare una app per insegnare ai bambini di tutto il mondo come sono fatte 10 pizze classiche italiane. La app si chiama Oscar Pizza Chef, e da oggi la trovate in vendita nell’App Store. In italiano e in inglese, per iPhone e per iPad.

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L’idea che mi sono fatta degli Stati Uniti

Cerco di riassumere in alcuni punti le cose che mi sembra di aver capito di questo strano paese.

1) Che noi ce lo immaginiamo parecchio diverso da com’è. Io almeno mi immaginavo che qui tutto fosse super moderno e perfettamente funzionante. Ma:

– l’iPhone (almeno il 3gs) qui funziona molto peggio che in Italia, la connessione in 3G è davvero lentissima ed esasperante

– il Caltrain (il treno che percorre la spina dorsale della Silicon Valley, il posto in cui si inventa il futuro del pianeta) è poco diverso dai trenini del Far West. È lento e, non si capisce come mai, suona il clacson in continuazione.

– prendere un taxi è difficile. Cioè se lo chiami al telefono per farti venire a prendere devi aspettare minimo 20 minuti, e spesso dopo che hai aspettato venti minuti ti cancellano la chiamata

– gli americani non sanno fare la raccolta differenziata. A leggere Good Magazine ci sembra che qui tutto stia andando nella direzione della eco-sostenibilità, ma nella vita quotidiana non è così. Tutto ha degli imballaggi enormi e la gente sbaglia sistematicamente la differenziazione. In molti uffici non c’è neanche un cestino differenziato per la carta.

2) Questo paese è straordinario.

Davvero. La metafora che ho usato spesso per descrivere la sensazione fisica che ho provato qui è quella del tapis roulant: finora ho corso tanto, mi sono allenata, ma è stato come rimanere sempre nello stesso punto. Qui, se corri e sei coraggioso, i metri, i chilometri, li macini davvero. Quindi sì, gli USA sono ancora la terra delle opportunità, e sì, senti che “the sky is the limit” non è un’espressione retorica. Il talento viene riconosciuto, ma non solo. Sul talento si investe, ci si rende conto che può produrre ricchezza, per tutti, e non ci si limita alle pacche sulle spalle.

L’impressione è che qui la gente si renda conto che il talento, l’energia e la tenacia sono risorse limitate. Nessuno ti tratta mai come se ci fossero altre 1000 persone come te.

3) La quantità di senzatetto che si trovano in giro è assolutamente impressionante.

È un modo immediato e molto duro di scontrarsi con una società che è costruita su principi fondamentalmente diversi dai nostri. Non sto dando un giudizio di valore, ma davvero capisci quanto è diverso dall’Europa questo paese. Nel paese dove il merito trionfa, ti rendi conto che il demerito fa molto presto a essere “espulso” dalla società. (E per demerito intendo fare degli sbagli come sviluppare una dipendenza dall’alcol, perdere il lavoro e non avere un piano B, non aver dato abbastanza importanza alla costruzione del proprio benessere, ma anche avere un disagio mentale e non avere una famiglia alle spalle..). L’impressione è che l’America non perdoni. A San Francisco, per dire, ci sono 10.000 persone che vivono per la strada. Già, 10.000.

4) Siamo davvero degli sbruffoni noi.

Anche qui ci sono gli sbruffoni, certo. Ma noi lo siamo di più. Appena abbiamo guadagnato il nostro piccolo posto al sole, iniziamo a tirarcela, e iniziamo a trattare gli altri dall’alto in basso, come se dovessero dimostrarci qualcosa anche solo per poter parlare con noi. Mettiamoci un mano sulla coscienza e capiamo che questo è uno dei maggiori ostacoli all’innovazione che esistono in Italia . Qui, se hai passione e un bel progetto in mano, puoi presentarti a chiunque. Le persone ti trattano con rispetto e ti stanno ad ascoltare. Sì, anche quelle di aziende gigantesche, come Youtube, Adobe, Twitter. Quindi, cari dirigenti italiani, smettetela per favore di trattare i giovani imprenditori a pesci in faccia, con l’atteggiamento di chi “tanto prima o poi da qui dovete passare perché più grosso di noi non c’è nessuno”. Perché se ragionate così, non avete capito che l’unico modo che avete per non farvi travolgere è stringere alleanze con chi sta disegnando il futuro.

5) Il concetto del WIN-WIN

Qui è fortissimo e investe ogni aspetto della gestione di un progetto. Si basa sull’idea molto semplice che se si vuole portare avanti un progetto di successo, si deve fare in modo che gli interessi delle persone che ci lavorano siano allineati, e quindi bisogna trovare un punto di sintesi in cui tutti sentano di starci guadagnando in quella relazione. Altrimenti è chiaro che una delle parti in causa cercherà dei modi per riprendersi quello che sente sarebbe suo di diritto. Noi siamo abituati a vivere le trattative come una gara a chi è più bravo a prendersi di più dando meno. Invece, dagli USA dovremmo imparare a capire cosa dare in cambio di cosa rispetto ai nostri interessi e alle nostre necessità di quel momento.

6) I donuts con il cappuccino ci stanno benissimo.

Ma il cappuccino fatevelo a casa da soli. Non ne ho trovato neanche uno degno di questo nome in giro.

7) La natura è sconvolgente. Le calle e gli Iris, per dire, crescono a mazzi, spontaneamente.

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Forse dovrò continuare in un’altra puntata.

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