Archivi categoria: Luoghi comuni

I pericoli della retorica del “restismo”

[Questo è un post di risposta a quello di Dino Amenduni, “I pericoli della retorica del ‘fuggismo‘”, sul suo blog.]

Gli italiani si lamentano troppo. E poi non fanno mai niente per cambiare le cose. Se ne vanno sempre i migliori. Se stessimo davvero così male scenderemmo in piazza. Bisogna avere il coraggio di restare. Andarsene è troppo comodo. Bisogna restare non per se stessi, ma per gli altri.

Questi sono soltanto alcuni dei numerosi luoghi comuni presenti nel post che Dino Amenduni ha scritto sul Fatto Quotidiano per inneggiare a chi resta (e specie a se stesso che non solo non è andato all’estero, ma addirittura è restato a Bari, anche se avrebbe potuto guadagnare di più altrove). Anche io devo aver pensato qualcosa di simile ogni tanto, e forse ogni tanto lo penso ancora.

Amo l’Italia, e amo il posto da cui vengo, la provincia di Taranto. Ciononostante vivo da otto anni a Milano. Perché mi ci hanno costretto? Perché sono dovuta emigrare per studio o per lavoro a tutti i costi? No. Sono emigrata a Milano 8 anni fa perché mi sono capitate una serie di circostanze che mi hanno permesso di realizzare una bella parte del mio sviluppo personale in questa città. Gli incontri che ho fatto, gli amori, le mie passioni e una serie di sentimenti e spinte di cui non sono consapevole mi hanno portato qui. La vita tutto sommato è in gran parte proprio questo. Se ogni vita fosse la semplice somma di una serie di scelte politiche consapevoli, sarebbe davvero triste. Quello che succede è che a volte abbiamo bisogno di giustificare agli altri e a noi stessi le scelte che ci hanno portato ad andare o a restare, e allora ci raccontiamo di aver scelto per amore degli altri e che tutti dovrebbero fare come noi. Ma questo è un modo un po’ infantile di mettere giù la questione: avendo paura di quello che non abbiamo scelto (o che non ci è capitato) diciamo che tutti dovrebbero fare come noi e che, se non lo fanno, sono brutti e cattivi. Oppure sono bisognosi, e allora bisogna lasciarli perdere, poverini.

Un po’ semplicistico, no? È naturale avere paura delle strade che non abbiamo percorso, ed è una cosa che bisogna imparare ad accettare, io credo. Ed essere felici del fatto che le strade che noi non abbiamo percorso, le stia percorrendo qualcun altro.

Alla fine, quello che conta, il regalo più grande che possiamo fare al mondo è realizzarci come esseri umani. Se questo comporta andarsene, è giusto farlo. Se comporta restare, che si resti. Ma se si resta, non ci rende più cool dire che lo abbiamo fatto per gli altri. Se sei restato per gli altri, hai fatto male, perché il massimo che puoi fare per la società è prendere sulle tue spalle la responsabilità piena della tua felicità. Sarà la tua felicità a rendere gli altri felici, non il tuo sacrificio.

Il tempo in cui i genitori si vantavano reciprocamente dei sacrifici che facevano per i figli, grazie al cielo, è passato, o sta passando. Io credo che solo abbandonando queste logiche polverose, ideologiche e clericali l’Italia possa avviarsi a una nuova era. Non c’è la squadra di quelli che restano e quella di quelli che se ne vanno. Non ci sono due categorie di persone che se vanno (e quante di quelli che restano?). Ci sono persone che hanno la volontà e la fortuna di realizzarsi (nel loro paese o altrove) e altre che (andandosene o restando) vivono prigioniere della propria ideologia e privano se stesse e chi gli sta intorno del potenziale che sprigiona un individuo felice.

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Una discarica diventa un’opera d’arte

Jardim Gramacho è la discarica di spazzatura più grande del mondo, e si trova vicino Rio de Janeiro, in Brasile.

I “catadores” sono persone che passano le loro giornate in mezzo a questi rifiuti, differenziando i materiali ammucchiati in questa enorme distesa di immondizia. Il 65% sono donne e ci sono anche tantissimi bambini. È inutile dire che passare le proprie giornate sotto il sole in mezzo all’immondizia, non è la cosa più salubre che ci venga in mente.

Vik Muniz è un artista brasiliano che vive a New York. Uno scultore e un fotografo che un giorno ha deciso di tornare in Brasile, andare in questa discarica e realizzare una delle sue opere avendo come protagonisti proprio i catadores. Il regista Lucy Walker lo ha seguito, e il risultato di questo viaggio è un documentario meraviglioso che si intitola “Waste land“, “La terra degli scarti” dove gli scarti non sono solo i rifiuti, ma gli stessi catadores, gli abitanti della discarica.

“Waste land” è una testimonianza meravigliosa di come l’arte possa riscattare anche una situazione così disperata. Basta guardare le facce di questi catadores per capire che la loro vita non sarà più la stessa. E la nostra?

 

WASTE LAND Official Trailer from Emily Rothschild on Vimeo.

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WORK

Nell’ultima settimana si è parlato parecchio di lavoro. Per via di Paola Caruso, la giornalista del Corriere che ha fatto uno sciopero della fame per non essere stata assunta dopo 7 anni di collaborazioni a progetto. Se n’è parlato tanto e da molti punti di vista. Alcuni rispettabili, altri decisamente no.

Quelli che decisamente no, sono quelli di chi dice “c’è crisi, è così. Vedrete che chi è bravo ce la farà comunque.”

Il problema, lo diciamo chiaro e tondo, non è “farcela comunque”. Questo è un modo per niente innovativo di affrontare la questione, un modo retrogrado: non si tratta di una novità portata dalla crisi, è qualcosa che c’è sempre stato. Ma la crisi c’è, e un ripensamento è necessario.

L’ultimo numero di Good Magazine ha come tema “work”, il lavoro appunto. Traduco qui l’editoriale, perché secondo me è il punto di vista più interessante e innovativo che abbia sentito fino a oggi sulla questione.

Sia che ci affatichiamo in un lavoro a tempo determinato, che cerchiamo di trasformare una nostra passione in una carriera o che dobbiamo prenderci cura della nostra famiglia con tutti i mezzi necessari, tutti dobbiamo lavorare. Data questa realtà, è strano che non facciamo di più per migliorare la nostra vita lavorativa.

Potrebbe sembrare strano oggi parlare in questi termini di lavoro, visto che in giro ce n’è così poco. Ma quando non ci sono problemi di occupazione, il lavoro è dato per scontato. Andiamo a lavorare. Ci arriva la paga. Torniamo a lavorare. Adesso – che il lavoro è il primo dei nostri pensieri – potrebbe essere il momento migliore per cambiare le nostre cattive abitudini.

Sarebbe bello che questo numero, allora, servisse come punto di partenza per una nuova generazione di lavoratori per ripensare alle condizioni del loro lavoro. Nel farlo, forse, potremmo emergere da questa crisi non solo con un’economia rivitalizzata, ma anche con una nuova prospettiva sull’attività che occupa la maggior parte del nostro tempo da svegli.

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Leggere il cielo

Type the sky. Bellissimo progetto di Lisa Rienermann.

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“Meglio un figlio ladro che un figlio frocio”

Che cosa avete pensato leggendo questo titolo? Avete pensato subito al titolo della canzone degli Skiantos? Oppure avete pensato che fosse una nuova dichiarazione del Presidente del Consiglio o della Conferenza della Famiglia? Tutto sommato è sorprendente che nessuno l’abbia ancora citata, nessuno di loro dico.

È sorprendente visto che:

1) Melania Rizzoli ha potuto scrivere sul Giornale “Basta con le ipocrisie: tutti preferiamo un figlio etero”

2) Berlusconi ha sostanzialmente detto che è meglio andare con le minorenni (essendo un settantenne) che non essere gay

L’ultima perla è di Alemanno e viene proprio dalla conferenza della famiglia:

3) “Se vogliamo aiutare le famiglie, che sono quelle sposate, dobbiamo aumentare le tasse ai single e alle coppie con pochi figli”

Soluzione quest’ultima che non penalizzerebbe solo gli omosessuali (come nessuna delle precedenti, visto che un paese in preda a questa barbarie è un paese peggiore per tutti) ma tutte quelle coppie che sono già penalizzate per il fatto di non essere riconosciute come tali solo perché non sono sposate. A casa mia si direbbe “Dalli ‘n cuerpu”.

Ah, se volete ascoltare la canzone… la trovate qui.

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Alessandro non è di Lizzano

Eppure ha trovato su internet i nostri video, e ha deciso di farne uno lui. In cui invita tutti gli italiani a stare dalla nostra parte, perché “Lizzano è l’Italia e l’Italia è Lizzano”. L’ho trovato per caso stamattina, spulciando i link dai quali erano arrivati a questo blog. A quanto pare non è vero che a nessuno gliene importa niente.

 

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Ciucci

Si dice in lizzanese. Se vuoi essere un po’ all’antica però dici “Somari”. È il titolo del progetto di kilodrammi finalista al Premio Scenario Infanzia. Se volete farvi un’idea… cliccate play.

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Avetrana e altre mete turistiche

Chissà, forse prima o poi si potrebbe organizzare un tour italiano di questi luoghi. Da nord a sud tutti in pulman: si parte dalla villetta di Cogne, poi ci si sposta su Garlasco e da lì si vira a sud ovest, verso Perugia. E poi? Dritti al sud, ad Avetrana, anche noi abbiamo avuto la nostra bella rivincita e saremo inclusi nel tour MORBOSI 2010.

Qualcuno, vi prego, mi aiuti a capire. Qualcuno mi aiuti a capire com’è possibile anche soltanto pensare di “andare a vedere” ad Avetrana o a Perugia o a Cogne o a Garlasco. “Andare a vedere” cosa? Che cosa? C’è qualcuno che dice che i giornalisti dovrebbero finalmente andarsene. Io sono d’accordo. Ma non è solo colpa dei giornalisti, perché anche dalle mie parti c’è gente che, non sapendo dove andare, si va a fare un giro ad Avetrana, per andare a vedere. Credo che quasi non gli sembri vero di potersi andare a fare un giro così, facile, che siamo proprio vicini.

Qual è il motivo per tutta questa morbosa curiosità? Sentirsi meglio degli altri perché non si ha una storia del genere in casa? Avere una valvola di sfogo per la propria immaginazione? Se la fa almeno una domanda chi in questi dannati giorni ha preso la macchina ed è “andato a vedere” (ma sarebbe meglio dire “andare a guardare” che vedere è proprio un’altra cosa) ad Avetrana?

Qualcuno, vi prego, mi aiuti a capire.

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Che cosa sta succedendo in via Canova

La sede di Attiva Lizzano, a quanto pare, è stata presa di mira da un gruppo di vandali che ci stanno provando un certo gusto a tenere la facciata imbrattata di disegni osceni e scritte. Qualche giorno fa c’era stato il primo episodio, con la facciata completamente ricoperta di scritte e disegnini osceni, poi i membri dell’associazione ci avevamo messo sopra delle lenzuola per il passaggio della processione (anche se, magari vedendole, i fedeli avrebbero potuto pregare anche per i poveracci autori delle scritte). Fatto sta che queste lenzuola sono state bruciate, danneggiando anche la porta della sede.

Oggi, dopo che la facciata era stata reimbiancata, un nuovo disegno campeggia sul muro bianco.

Perché, poi mi chiedo, questi si sono fissati con la sede di Attiva Lizzano? E’ davvero perché si tratta di atti intimidatori, come si sono subito affannati a scrivere i giornali? Non credo. Non credo e penso anche che sia una cosa abbastanza brutta questa fame di martiri che hanno i giornali. Naturalmente dare notizia di quanto è successo è una cosa importante, ma spesso, più che affrettarsi a fornire subito un’interpretazione sommaria dei fatti, sarebbe più saggio porsi delle domande e fare un passo indietro per capire meglio.

Lizzano è un contesto dal punto di vista sociale estremamente problematico. Non siamo nuovi a episodi di vandalismo e violenza (risse sulla piazza principale, violenze nei confronti dell’autista di un autobus, incendio di cassonetti, gravi episodi di bullismo, e potremmo andare avanti così). Questa situazione pare che nessuno voglia guardarla in faccia e tantomeno affrontarla. Quando successe che furono piazzate due “bombette” una davanti alla scuola elementare e una davanti a un negozio di ferramenta, il sindaco di Lizzano espresse questo atteggiamento di ostinata cecità con un paragrafo memorabile che riportammo qui.

Come si può riuscire a comunicare con persone che non riescono a trovare passatempo che le gratifichi, se non disegnare cazzi sulle facciate della gente? E’ possibile sopperire al totale vuoto lasciato dalle istituzioni? Quando io ero adolescente, a Lizzano c’era l’oratorio che raccoglieva intorno a sè moltissimi giovani. La miopia di politiche del proprio giardinetto ha portato alla chiusura di una realtà importante come quella, e in parte anche questi sono i risultati. Sarebbe il caso che i responsabili se ne rendessero conto e cercassero, in qualche modo, di inventarsi una proposta alternativa, se proprio non gli andava giù quello che c’era prima. E’ inutile che se ne vadano in giro con la faccia stupita e sgomenta di fronte a quelle oscenità, perché gli adulti che ci hanno consegnato un paese così arido di proposte e così privo di speranza, sono responsabili di quelle scritte così come i ragazzacci che le hanno fatte.

Quelle scritte sono il segno visibile di un disagio profondo, di una difficoltà di comunicazione rispetto alla quale bisogna cercare di fare qualcosa. Non credo che il muro contro muro possa portare a niente di buono.

So che è difficile e, sicuramente, non è cosa di cui si possano occupare da soli i membri di Attiva Lizzano, già oberati di impegni per tutelare tutti noi. Le istituzioni dovrebbero farsi avanti e cercare di colmare il vuoto che hanno fatto intorno a sé.

La domanda è “perché proprio Attiva Lizzano”? Perché probabilmente è uno dei poli più vivi in questo momento nel nostro paese e la vita, come si sa, attira l’attenzione, ti costringe a prendere posizione, da una parte o dall’altra, soffia via la possibilità dell’indifferenza. In questo senso, il fatto che quella facciata sia stata presa di mira, per certi versi (lo so è un paradosso) potrebbe essere addirittura un buon segno. Per trasformare quei disegnini in parole e sciogliere la primitiva esigenza di comunicazione che c’è dietro, però, c’è tanta strada da fare e nessuno può sottrarsi, questa strada bisogna farla insieme.

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Papà e biberon

Andate a leggere questo articolo sui Mille. Parla di come l’attenzione ai papà possa risolvere tanti problemi sulla discriminazione femminile nei posti di lavoro.

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