Archivi categoria: Un altro sud è possibile

Qualcuno vota Minervini

Qualcuno vota Minervini perché è nato a Molfetta.

Qualcuno vota Minervini perché il papà, la mamma, lo zio… il cugino, no.

Qualcuno vota Minervini perché vede la Puglia come una promessa, il Meridione come una poesia, il Mediterraneo come il Paradiso terrestre.

Qualcuno vota Minervini perché prima di Minervini si sentiva solo.

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Lettera d’amore per Guglielmo Minervini

Caro Guglielmo,

non ci conosciamo ancora di persona ma tu hai già avuto un’importanza enorme nella mia vita. Nel 2010 ero scoraggiata e avevo paura. Continuavo a partecipare a concorsi teatrali che a volte vincevo a volte no, ma che non cambiavano niente nella vita di nessuno. Avevo finito i miei studi, ma non riuscivo a trovare lavoro. Provavo a mandare curriculum, ma nessuno mi rispondeva. Mentre lavoravo ai miei progetti, avevo trovato un lavoretto in uno studio di registrazione vicino Milano: il mio compito era spazzare via le briciole dei cornetti che mangiavano le troupe che venivano a registrare spot televisivi e videoclip. Il Gabibbo mangiava un cornetto e io dovevo assicurarmi che le briciole scomparissero quasi prima di toccare terra. 

Ero triste e avevo iniziato a pensare che la mia voglia di fare fosse una maledizione. Continua a leggere

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Che cosa c’entra l’innovazione con quel gusto per il surreale che abbiamo al sud?

Maurizio ha un’edicola a Lizzano. Una decina di giorni fa, verso le 6 di pomeriggio ha ricevuto una telefonata. “Vieni 5 minuti al cinema che mi devi fare un favore”. Maurizio è andato al cinema, dove ha trovato un gruppo di persone che lo aspettava. Gli hanno chiesto di spogliarsi.

Questo potrebbe essere l’inizio di una storia violenta, una storia di pizzo e vendetta. E invece, no.
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Di chi è Sferracavalli?

Sferracavalli è di quelli a cui piace mischiarsi.

Con i bambini

con i vecchi

con le galline

con le pecore

con i cavalli

con quelli che c’hanno le edicole

con quelli vestiti da soldati romani

e con quelli vestiti da Gesù.
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Miracolo italiano #3: quando un biellese emigra a Matera (e si innamora di una materana)

La storia che vi voglio raccontare inizia con la mia diffidenza.
Incontrai Andrea Paoletti per la prima volta qualche anno fa a The Hub Milano. Pochi minuti dopo le presentazioni mi disse che voleva andare in Basilicata a fare qualcosa. Non sapeva ancora bene cosa, ma “invece che trasferirmi in Brasile ho pensato di andare in Basilicata”.
Io gli chiesi se avesse parenti là perché “Ma come questo vive a Milano e si trasferisce in Basilicata???” pensai. “Senz’altro vuole venire al sud perché gli sembra l’ultima frontiera del radical chic”. Lo confesso ora ad Andrea, scrivendo questo post, che queste erano le cose che pensai di lui quando mi disse del suo piano.
Non sono mai stata così felice di sbagliarmi in pieno, perché Andrea quando mi disse di quella idea balzana stava di fatto avviando il suo miracolo. Ma andiamo con ordine, perché questa è veramente una storia speciale.
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Miracolo italiano parte seconda: questo ristorante vi lascerà a bocca aperta. Si chiama XFood.

Come alcuni di voi sanno, vivo a San Francisco. San Francisco è considerata l’ombelico del mondo in termini di innovazione, tecnologia, impresa. È un posto eccitante, dove tutto viaggia a grandissima velocità, è la città che mi ha dato la possibilità di lanciare Timbuktu. Eppure, non è solo a San Francisco che mi sento al centro del mondo.

Quella sensazione del tutto è possibile, dello “stiamo cambiando il mondo”, la sensazione di essere al posto giusto al momento giusto… io ce l’ho anche quando vado a San Vito dei Normanni (BR) – a 40 km da Lizzano. Il progetto di cui voglio parlarvi oggi si chiama XFood, ma dovete avere un po’ di pazienza, perché devo dirvi tutta la storia per bene.

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Mamme e figli maschi: come crescerli in modo da favorire una società più equa?

Mi sono imbattuta in questa citazione di Renate Siebert a proposito della figura della donna nella cultura mafiosa, e mi sono sorpresa per la lucidità e per la chiarezza con cui la professoressa Siebert descrive una dinamica nella quale così spesso mi sono imbattuta, in contesti che non avrei mai pensato di descrivere come “mafiosi”. Credo sia molto illuminante per capire quali cambiamenti debbano essere promossi all’interno delle nostre famiglie per favorire lo sviluppo di una società più giusta e moderna nel nostro Paese.

Nella sindrome della “madre dei miei figli” echeggia automaticamente un disprezzo per le donne: la donna, temuta e rifiutata con diffidenza perché portatrice delle tentazioni di Eros, desessualizzata e resa funzionale per la riproduzione, diventa l’icona della figura della madre. “L’unica donna veramente importante per un mafioso è e deve essere la madre dei suoi figli, le altre sono tutte puttane”, diceva il giudice Falcone, che bene conosceva i mafiosi. Questo sdoppiamento della figura femminile in madonna e puttana, esasperato in ambiente mafioso, non è estranea alla nostra cultura in generale. A questo si aggiunge un tratto, anch’esso non infrequente: quello di privilegiare il figlio maschio rispetto alla figlia femmina. La nascita del maschio concede alla donna, seppure come riverbero, una partecipazione allo splendore del principio maschile, principio dominante nella sfera pubblica, e contemporaneamente le dà la possibilità di modellarlo, di legarlo, di renderlo dipendente e di farlo suo per interposta persona nella sfera privata. Attraverso il potere sul figlio maschio la madre si appropria dello splendore del principio maschile, perché è lei colei che l’ha generato. Il possesso del figlio, agito fatalmente dall’amore materno, rivela così le sue due facce. Si tratta di un possesso esclusivo, goduto nel privato, che gratifica e valorizza la donna in quanto madre e, contemporaneamente, si tratta di una licenza per il figlio di comportarsi da maschio nel sociale – con tutto ciò che da questa licenza deriva per la madre stessa in quanto donna. Crescere il proprio figlio nell’illusione della sua supremazia significa, per la donna, legarlo a sé, fargli da testimone, da garante della sua superiorità alla quale ella partecipa illusoriamente in quanto madre. Significa anche instillargli, confermargli un disvalore del femminile, al limite un disprezzo per le donne. Valorizzando in questo modo il materno, le madri contribuiscono a svalorizzare il femminile, le donne. Contribuiscono a diffondere una cultura della sopraffazione e della violenza.

Renate Siebert è docente di Sociologia del mutamento all’Università della Calabria. I suoi libri possono essere acquistati qui.

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Il nuovo “miracolo italiano” è già iniziato. A sud.

Immaginate un centro storico semi distrutto e quasi abbandonato. Un paese siciliano in crisi, come tutti i paesi del sud Italia. Immaginate uno di quei paesi da cui i giovani se ne vanno e ritornano solo d’estate e magari a Natale. Uno di quei paesi in cui si dice spesso “qua non c’è niente”. Immaginate un paese bruttino. Uno dei nostri paesi bruttini, cresciuti un po’ come veniva, senza preoccupazioni artistiche o attenzione sul piano urbanistico. Paesi di commercianti, di imprenditori edili… forse avete capito.

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Scrivo da Favara, cittadina di 33.000 abitanti in provincia di Agrigento, a 10km dalla Valle dei Templi.
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Si spara nel mio paese

Negli ultimi 11 giorni a Lizzano diversi consiglieri dell’opposizione e un vigile urbano sono stati oggetto di atti violenti che sembrerebbero seguire il copione classico dell’attentato mafioso di tipo intimidatorio.

È stata incendiata la macchina del consigliere Pippo Donzello, e sono stati esplosi colpi di fucile contro le porte di casa di Valerio Morelli, Antonio Motolese, Antonio Lecce e contro l’automobile del vigile urbano Pasquale Castronuovo.

Il paese in questi giorni è battuto dalle macchine dei carabinieri e da alcuni elicotteri.
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Principi Attivi, la cultura e le nuove frontiere della politica meridionale

La Puglia negli ultimi anni è stata una fucina di idee e, nel campo delle politiche giovanili, uno degli esempi più radiosi a livello non solo nazionale. Nonostante questo, però, si avvicinano le amministrative di molti dei nostri paesi, e sembra che la classe politica non sia cresciuta di un millimetro.

Confrontandomi con alcuni degli altri organizzatori degli eventi legati a Principi Attivi o a Bollenti Spiriti, è venuto fuori che molti dei progetti più innovativi spesso sono stati guardati con una punta di sospetto, quando non di fastidio o addirittura di aperta ostilità, dai politici locali. Mi sono chiesta perché.

In un primo momento ho pensato che si trattasse di una questione di schieramenti: poiché la regione è amministrata da un esponente di SEL, le forze del centro-destra non volevano attribuirgli alcun valore per non far segnare un punto agli avversari. Ma questa analisi non teneva: molti dei progetti, infatti, sono stati osteggiati anche da forze del centro-sinistra.

A un certo punto mi sono resa conto di una cosa: questi progetti stanno portando nei nostri comuni idee, contenuti, nuove possibilità. Stanno facendo conoscere alle persone altri progetti, esperienze, e stanno aprendo nuove frontiere. Potrebbe sembrare retorico, ma mi sono resa conto che non lo è affatto.

Perché quando le persone si rendono conto che ci sono delle alternative, le agende dei politici sono costrette a cambiare. Quando le persone si rendono conto che ci sono molti modi per far accadere l’innovazione, anche al sud (!) e che queste strade non passano quasi mai dalla polemica, ma dal lavoro di squadra e dalla competenza, quelle persone diventano “elettori pericolosi”. Sono elettori pericolosi perché conoscono le alternative e se sentono un comizio privo di contenuti, non pensano più che tanto quello è il massimo che possono aspettarsi. Sono elettori pericolosi, perché sono elettori esigenti. Sono elettori pericolosi, perché sono elettori liberi.

La classe politica dei nostri paesi ci ha abituato a un atteggiamento nichilista nei confronti della realtà: se voti me posso fare qualcosa in più, ma comunque più di tanto non si può fare (“perché c’è la crisi”, “perché ci hanno lasciato un sacco di problemi”, “perché mi devi votare anche al prossimo mandato”). Ci tengo a dire che, da questo punto di vista, il grillismo non mi sembra una risposta, è solo un nichilismo di senso contrario (“vaffanculo tutti”, “la politica fa schifo” non possiamo credere che sia una risposta).

E invece tutte queste persone che si mettono insieme e *fanno* accadere le cose, stanno dimostrando che “più di tanto non si può fare” è una delle più grosse bugie mai raccontate. Come può questo non spaventare i politici?

Uno dei più grandi meriti del programma Principi Attivi è stato quello di trasformare il volto dell’associazionismo culturale in Puglia e, ancor più, di modificare la radice della relazione tra associazioni e amministrazioni. Se prima le associazioni dovevano tenersi buone le amministrazioni per elemosinare qualche contributo, ed erano quindi in una relazione di sudditanza rispetto alla politica, le associazioni post Principi Attivi stanno cambiando le agende politiche e invertendo i rapporti di potere nelle nostre comunità. Stanno abituando le persone a chiedere di più e meglio. E a forza di chiedere, credo che qualcosa succederà. Basta non accontentarsi, non stancarsi e non scoraggiarsi.

Bertolt Brecht diceva che non bisogna avere paura che gli spettatori non ci seguano, che non siano all’altezza di quello che facciamo, che bisogna sempre precederli a grandi passi, e loro seguiranno. Se continuiamo con questa energia e questa determinazione, assisteremo anche noi a un rinnovamento organico della politica.

PS: È uscito il nuovo bando di Principi Attivi, partecipate!

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