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Giornate importanti

Lo scorso 29 gennaio sono partita insieme a Elena alla volta di San Francisco.

Avevamo vinto il concorso Mind The Bridge con la nostra Timbuktu, e venivamo in California a cercare finanziamenti e, soprattutto, consigli su come portare al livello successivo il nostro progetto. Sono passati 5 mesi e mezzo soltanto, ma credo sia stato il semestre più intenso della mia vita finora. Mai mi era capitato di mettermi alla prova su tante cose nuove, in un posto completamente nuovo, in un ambiente sconosciuto e tutto questo tutto insieme.

Mentre eravamo alla gym di Mind The Bridge, abbiamo cercato di conoscere più persone possibile, parlando a tutti del nostro progetto e ascoltando migliaia di opinioni. La maggiorparte delle cose che ci venivano dette, naturalmente, non ci sono servite a niente. In tanti casi ci è voluta una pazienza infinita per imparare a sopportare tutti quelli che ti trattano come una cretina, o che pretendono di saperne molto più di te su qualsiasi fronte.

Ma è stato importante chiedere tante opinioni. Se non lo avessimo fatto non avremmo trovato le persone il cui parere o le cui riflessioni ci hanno aiutato centimetro dopo centimetro a fare un grosso passo avanti. Se non avessimo rischiato di perderci in mezzo a tutte quelle parole, forse non avremmo trovato una strada nuova.

Quattro delle persone che abbiamo conosciuto in questa piccola Odissea ci hanno presentato a 500 Startups, un acceleratore per giovani imprese su cui avevamo messo gli occhi da molto prima di arrivare in California. Ci hanno preso, e qui è cominciato un percorso bellissimo: tonnellate di informazioni nuove, tante sfide, rivoltare Timbuktu come un calzino e ripartire 100 volte.

Poi portare qui una squadra e lavorare per la prima volta insieme intorno a un tavolo a tempo pieno su Timbuktu: io, Elena, Diego e Samuele, e Annalisa (che non era con noi qui a Mountain View, ma è stato come se lo fosse). Vedere il progetto procedere, vederlo fermarsi e ripartire. Condividere lo spazio di lavoro con altri 60 giovani imprenditori da tutto il mondo. Diversi da noi, e anche un po’ uguali.

Bere la birra con loro, e poi mettersi a dieta, per essere pronti per la fine di questo percorso, il Demoday. Il giorno in cui tutti e 28 presenteremo la nostra startup a una platea di investitori e alla stampa della Silicon Valley. Domani alla Microsoft a Mountain View, dopodomani a San Francisco da Zynga. E il 23 luglio a New York.

Sapere che questo è solo l’inizio è una delle emozioni più forti che abbia mai provato. Fate il tifo per noi.

Potete seguire tutti e tre gli eventi in live streaming, metterò qui il link domani pomeriggio.

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Essere su tanti giornali

Non capita tutti i giorni. Ma oggi sì, perché oggi Timbuktu, il progetto a cui sto lavorando in California, è su tutti i maggiori giornali tecnologici degli Stati Uniti. Perché 500 Startups, il programma di accelerazione in cui siamo stati i primi italiani a entrare, ha dato l’annuncio ufficiale con l’elenco delle aziende ammesse.

Per preparare il lancio della notizia, ieri abbiamo girato insieme a tutti gli altri giovani imprenditori che sono con noi in questo magnifico ufficio, questo video. Date un’occhiata!

Per chi parla inglese, sul blog di Timbuktu, c’è un breve racconto dell’esperienza che stiamo facendo nella Silicon Valley.

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L’idea che mi sono fatta degli Stati Uniti

Cerco di riassumere in alcuni punti le cose che mi sembra di aver capito di questo strano paese.

1) Che noi ce lo immaginiamo parecchio diverso da com’è. Io almeno mi immaginavo che qui tutto fosse super moderno e perfettamente funzionante. Ma:

– l’iPhone (almeno il 3gs) qui funziona molto peggio che in Italia, la connessione in 3G è davvero lentissima ed esasperante

– il Caltrain (il treno che percorre la spina dorsale della Silicon Valley, il posto in cui si inventa il futuro del pianeta) è poco diverso dai trenini del Far West. È lento e, non si capisce come mai, suona il clacson in continuazione.

– prendere un taxi è difficile. Cioè se lo chiami al telefono per farti venire a prendere devi aspettare minimo 20 minuti, e spesso dopo che hai aspettato venti minuti ti cancellano la chiamata

– gli americani non sanno fare la raccolta differenziata. A leggere Good Magazine ci sembra che qui tutto stia andando nella direzione della eco-sostenibilità, ma nella vita quotidiana non è così. Tutto ha degli imballaggi enormi e la gente sbaglia sistematicamente la differenziazione. In molti uffici non c’è neanche un cestino differenziato per la carta.

2) Questo paese è straordinario.

Davvero. La metafora che ho usato spesso per descrivere la sensazione fisica che ho provato qui è quella del tapis roulant: finora ho corso tanto, mi sono allenata, ma è stato come rimanere sempre nello stesso punto. Qui, se corri e sei coraggioso, i metri, i chilometri, li macini davvero. Quindi sì, gli USA sono ancora la terra delle opportunità, e sì, senti che “the sky is the limit” non è un’espressione retorica. Il talento viene riconosciuto, ma non solo. Sul talento si investe, ci si rende conto che può produrre ricchezza, per tutti, e non ci si limita alle pacche sulle spalle.

L’impressione è che qui la gente si renda conto che il talento, l’energia e la tenacia sono risorse limitate. Nessuno ti tratta mai come se ci fossero altre 1000 persone come te.

3) La quantità di senzatetto che si trovano in giro è assolutamente impressionante.

È un modo immediato e molto duro di scontrarsi con una società che è costruita su principi fondamentalmente diversi dai nostri. Non sto dando un giudizio di valore, ma davvero capisci quanto è diverso dall’Europa questo paese. Nel paese dove il merito trionfa, ti rendi conto che il demerito fa molto presto a essere “espulso” dalla società. (E per demerito intendo fare degli sbagli come sviluppare una dipendenza dall’alcol, perdere il lavoro e non avere un piano B, non aver dato abbastanza importanza alla costruzione del proprio benessere, ma anche avere un disagio mentale e non avere una famiglia alle spalle..). L’impressione è che l’America non perdoni. A San Francisco, per dire, ci sono 10.000 persone che vivono per la strada. Già, 10.000.

4) Siamo davvero degli sbruffoni noi.

Anche qui ci sono gli sbruffoni, certo. Ma noi lo siamo di più. Appena abbiamo guadagnato il nostro piccolo posto al sole, iniziamo a tirarcela, e iniziamo a trattare gli altri dall’alto in basso, come se dovessero dimostrarci qualcosa anche solo per poter parlare con noi. Mettiamoci un mano sulla coscienza e capiamo che questo è uno dei maggiori ostacoli all’innovazione che esistono in Italia . Qui, se hai passione e un bel progetto in mano, puoi presentarti a chiunque. Le persone ti trattano con rispetto e ti stanno ad ascoltare. Sì, anche quelle di aziende gigantesche, come Youtube, Adobe, Twitter. Quindi, cari dirigenti italiani, smettetela per favore di trattare i giovani imprenditori a pesci in faccia, con l’atteggiamento di chi “tanto prima o poi da qui dovete passare perché più grosso di noi non c’è nessuno”. Perché se ragionate così, non avete capito che l’unico modo che avete per non farvi travolgere è stringere alleanze con chi sta disegnando il futuro.

5) Il concetto del WIN-WIN

Qui è fortissimo e investe ogni aspetto della gestione di un progetto. Si basa sull’idea molto semplice che se si vuole portare avanti un progetto di successo, si deve fare in modo che gli interessi delle persone che ci lavorano siano allineati, e quindi bisogna trovare un punto di sintesi in cui tutti sentano di starci guadagnando in quella relazione. Altrimenti è chiaro che una delle parti in causa cercherà dei modi per riprendersi quello che sente sarebbe suo di diritto. Noi siamo abituati a vivere le trattative come una gara a chi è più bravo a prendersi di più dando meno. Invece, dagli USA dovremmo imparare a capire cosa dare in cambio di cosa rispetto ai nostri interessi e alle nostre necessità di quel momento.

6) I donuts con il cappuccino ci stanno benissimo.

Ma il cappuccino fatevelo a casa da soli. Non ne ho trovato neanche uno degno di questo nome in giro.

7) La natura è sconvolgente. Le calle e gli Iris, per dire, crescono a mazzi, spontaneamente.

Immagine

Forse dovrò continuare in un’altra puntata.

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