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Ah, tu questa pizza la chiameresti “Italian”?

Lo so. È sbagliato fare gli italiani all’estero che criticano tutto il cibo che vedono e guardano tutto dall’alto in basso. Per quanto possa valere, vi assicuro che mi sforzo di non farlo. E tutto sommato sono abbastanza aperta a provare tante altre cucine. E anche a cucinare cose diverse da quelle con cui sono cresciuta.

Oggi, per esempio, ho cucinato Bulghur con gamberi, peperoni rossi e gialli, curry, scorza di limone e carote. Ve lo consiglio. Una cosa rapida che si fa in mezz’ora.

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Insomma, questo per dimostrarvi che sono aperta e cerco di adeguarmi.

Ma quando vedo una pizza con il pollo e i fagioli, o con il pesto e 5 spicchi d’aglio (interi) per fetta (sì, per fetta) permettetemi di confessarvi che non riesco a non scuotere la testa.

Forse è per questo che abbiamo deciso di creare una app per insegnare ai bambini di tutto il mondo come sono fatte 10 pizze classiche italiane. La app si chiama Oscar Pizza Chef, e da oggi la trovate in vendita nell’App Store. In italiano e in inglese, per iPhone e per iPad.

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SIGNORE E SIGNORI: LA NUOVA TIMBUKTU!!!

Oggi mi scoppia il cuore di gioia.

Negli ultimi mesi ho lavorato durissimamente, e mi sono confrontata con sfide che mai avrei pensato di essere capace di affrontare. È bello. Ho avuto la fortuna di condividere questo percorso con una squadra di persone davvero straordinarie: Elena, Samuele, Diego, Annalisa, Trevor ed Erica. È un lusso lavorare sul dettaglio con l’approfondimento con cui l’abbiamo fatto, e posso dire con orgoglio di aver lavorato davvero tanto e senza risparmiarmi mai per potermi concedere questo lusso.

Oggi nasce la nuova versione di Timbuktu, la iPad app per genitori e bambini.

Troverete ogni giorno una storia, un gioco o un’attività da fare con i vostri bambini, con il design dei più straordinari giovani artisti da tutto il mondo.

La potete scaricare qui: https://itunes.apple.com/app/timbuktu/id428469245?mt=8.

Augurateci buona fortuna, abbiamo ancora tantissima strada da fare! Fatemi sapere che ne pensate, e se potete lasciateci una bella recensione sull’App Store!

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Quando a mezzogiorno si parla inglese

È uscito sull’App store Timbuktu magazine, la rivista per iPad che spiega il mondo ai bambini. Questi siamo noi che lo spieghiamo, il primo numero è in inglese. Ci abbiamo lavorato con kilodrammi e io mi sono occupata della direzione creativa. Elena ha diretto il progetto.

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Nuovi lavori

Le immagini di backstage di Timbuktu, la prima rivista digitale per bambini.

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Allora la puzza si sente! (Qui la potete anche vedere)

Dopo anni a discutere se la puzza si senta o meno (c’era qualcuno che si ostinava a dire che non si sentiva, per carità non ci chiedete il perché) siamo giunti a una certezza. Anzi a due, in un colpo solo. La puzza si sente (non è un’invenzione di chi non ha niente di meglio da fare) e sì, viene proprio dalla discarica Vergine. Questo, grazie a un rilievo Arpa, è stato stabilito qualche giorno fa. Ok, fin qui ci siamo.

Sentirla si sente. Ma vederla? Per vederla oltre alle foto del concorso che un po’ sono qui e un po’ girano su facebook, potete guardare qui una raccolta delle foto più belle della festa dell’accoglienza di oggi. Già, perché alla festa dell’accoglienza, tutti i bambini, le mamme e tutti gli altri, a Lizzano, si sono presentati con una mascherina sulla faccia. C’è ancora qualcuno che ha tentato di prenderli in giro quelli che a Lizzano gli vogliono bene, ma a guardare queste immagini, si capisce chi è il protagonista della giornata di oggi.

È gente nelle cui mani c’è, già oggi, il futuro di Lizzano. Godeteveli.

 

E qui, giusto per chiudere in bellezza (per chi se lo fosse perso), il video girato questa estate, in occasione della processione del nostro patrono:

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Dedicato ad Attiva Lizzano e alle manifestazioni di questi giorni

Mi piacerebbe tanto essere a Lizzano in questi giorni. Sento dalle voci al telefono la trepidazione che precede sempre l’accadere di qualcosa. Mi sembra che questo qualcosa sia bello. Lasciatevi coinvolgere se non lo avete ancora fatto.

Il mio augurio per tutti i lizzanesi che si stanno muovendo, l’ho trovato stamattina, in una poesia di Bruno Munari.

ALBERO

l’esplosione lentissima

di un seme.

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We think

Per me fare i lavori di gruppo è sempre stato faticosissimo. Mi ricordo alla scuola elementare quando ci davano da fare i cartelloni insieme, io lo odiavo. E alla scuola media le ricerche, dio mio. Lavorare in gruppo non è una cosa per cui mi sentivo portata. Poi a un certo punto della mia vita mi sono messa a fare teatro. Che il teatro se non sei in gruppo non lo fai. Lì ho capito che il livello di qualità che può raggiungere un lavoro di gruppo è molto molto difficile che lo raggiunga una persona da sola.

Ho pensato anche che, allora, forse nelle scuole il lavoro di gruppo dovrebbe essere più incoraggiato non come extra, ma come dimensione fondante dell’apprendimento. C’è una associazione di insegnanti negli Stati Uniti che si chiama “Teach for America” ed è una grandissima associazione alla quale Obama si è appoggiato per la riforma della scuola. Molti degli insegnanti che fanno parte di Teach for America dividono la classe in gruppi fin dalle prime classi elementari, dicono che, una volta avviato il processo di apprendimento, i bambini si spiegano meglio le cose tra di loro.

Beh, il modo in cui siamo cresciuti noi è molto diverso. A scuola se uno è bravo è incoraggiato all’individualismo più che a condividere con gli altri. Ed è tutto così, se ci pensate. Io penso che noi del sud questa cosa la facciamo ancora di più. Infatti non abbiamo la cultura della cooperativa, per esempio. O delle associazioni di categoria. Questi sono fattori determinanti per lo sviluppo di un territorio.

Nel video che posto qui oggi, c’è una riflessione molto bella su come Internet può aiutare questi processi. E’ un video che fa parte del progetto “We think”, “Noi pensiamo”, dell’esperto di creatività e innovazione per l’impresa Charles Leadbeater.

A un certo punto c’è una frase: before you were what you owned, now you are what you share. Che significa: un tempo eri ciò che possedevi, ora sei quello che condividi.

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I bambini di oggi

Che questa può sembrare un’espressione di quelle espressioni trite e ritrite è vero, però vedete che io intendo proprio i bambini che ho visto oggi, quelli che stavano manifestando insieme a me nel centro di Taranto.

Quando ancora stavamo camminando verso l’arsenale, dove era il punto d’incontro, li ho visti scendere dalle macchine insieme alle mamme, e tirare fuori un po’ impacciati i cartelloni che portavano, più grossi di loro (anche questo è un luogo comune ma per una volta è bello e soprattutto è vero!). I loro erano cartelloni gentili: “Sig. Ministro qui si muore di diossina”, poi un disegno di una città verde, felice e la scritta “Taranto come la sogniamo noi” e così via. Ce n’erano tantissimi di bambini.

A vederli mi hanno dato un po’ di speranza. E non perché i bambini sono il simbolo della speranza del mondo eccetera eccetera, non per questo. No perché a Taranto comunque non è così. I bambini a Taranto sono un simbolo del pericolo costante in cui viviamo perché a Taranto, quelli che non si ammalano di tumore o di leucemia, si considerano sopravvissuti. Perché un bambino su tre a Taranto c’ha una tosse che non passa mai che poi è causata dal fatto che a Taranto, un bambino su tre c’ha i bronchi ostruiti. Come se fosse un fumatore incallito. E parlo di bambini da 0 a 5 anni.

E allora, direte voi, com’è che sti bambini ti hanno dato un po’ di speranza? Il fatto è che mi sono ricordata che quando ero piccola io, che avrò avuto 7 anni, una domenica con i miei genitori avevamo fatto una gita che mi era piaciuta tantissimo. Eravamo saliti su una specie di trenino, avevamo visto degli edifici grossissimi, ci avevano spiegato che quella cosa che stavamo vedendo era la più grande d’Europa e io ero orgogliosa perché ce l’avevo proprio vicino a casa mia. Alla fine di questa gita ci avevano anche dato le pizzette e i succhi di frutta, poi avevano acceso un fuoco e i vigili del fuoco avevano fatto una specie di spettacolo che a me mi era sembrato bellissimo: si erano buttati dalla finestra per spegnere il fuoco perché in quel posto lì tutti erano davvero bravi e superaddestratissimi.

Non so se l’Ilva ha ancora il raccapricciante coraggio di organizzare queste gite che fanno sembrare quella fabbrica di morte un paese dei balocchi.

Fatto sta che nessuno dei bambini di oggi sembrava avere la testa d’asino. E allora ho pensato che la battaglia sarà forse lunga e difficile, ma che la vinceremo, perché i bambini di oggi la sanno molto più lunga di quanto non la sapevamo noi.

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