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Mi sa che io resto

Se dovessi scrivere stamattina una delle liste che ieri abbiamo sentito a “Vieni via con me”, se dovessi scrivere una lista dei motivi per cui resto in Italia, la prima cosa che scriverei stamattina è “perché l’Italia è il mio paese ed è il paese di Falcone, di Benigni, di Saviano, di Fazio e di Abbado”. Ma li avete visti? Santo cielo che bell’Italia.

Mille cose si potrebbero dire della puntata di ieri sera, sulla quantità e qualità degli spunti di riflessione e sulle occasioni di contatto con una narrazione nuova, affascinante, emozionante perché vera (dio mio, vera) di questo paese prostrato che ci siamo ritrovati ad avere per patria.

Mille cose, dicevo, ma una, una in particolare: Benigni che si rivolge a Sandokan. Con la sua leggerezza, con ironia ma con un coraggio e una fermezza incredibili. Questa mi è sembrata una novità assoluta, io per lo meno una cosa così non l’ho mai vista. Nel paese degli innominabili, del timore reverenziale, della paura delle ritorsioni, del garantismo applicato più ai boss che agli altri, il genio di Benigni ha raggiunto una nuova altezza. Ha guardato in faccia Schiavone e quelli come lui, li ha presi in giro, smascherando com’è ridicolo quel prendersi così sul serio di chi crede di poter guadagnare rispetto con gli ammazzamenti, di chi crede di poter disegnare la storia con gli attentati.

Benigni li ha guardati negli occhi e gli ha detto “vendicatevi”, e la sua battuta, esilarante, in quel momento coincideva con una enorme verità, l’impossibilità categorica della vendetta. La vendetta non può annientare l’onestà, non ammazza l’ideale, soltanto uccide te stesso, e l’altro. La storia continua però.

In un paese in cui Saviano ha difficoltà a prendere casa in affitto, perché nessuno lo vuole come vicino di casa, Benigni ieri sera ci ha fatto una grandissima lezione di coraggio. Di quelle che, portate nella vita quotidiana, cambiano un paese.

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Angelo Vassallo e il suo messaggio al Mezzogiorno

Oggi, su Repubblica, Saviano ci spiega che significa la morte di Angelo Vassallo e perché non bisogna dimenticarcelo. Il suo articolo finisce così:

È in quei posti invisibili, apparentemente marginali che si costruisce il percorso di un Paese. Tutto questo non si è visto in tempo e oggi si continua a ignorarlo. La scelta del sindaco in un comune del Sud determina l’equilibrio del nostro Paese più che un Consiglio dei ministri. Al Sud governare è difficile, complicato, rischioso. Amministratori perbene e imprenditori sani ci sono, ma sono pochi e vivono nel pericolo.

In queste ore a Venezia verrà proiettato sul grande schermo “Noi credevamo” di Mario Martone, una storia risorgimentale che parte proprio dal Cilento, dal sud Italia. Forse in queste ore di sgomento che seguono la tragedia del sindaco Angelo Vassallo vale la pena soffermarsi sull’unico risorgimento ancora possibile che è quello contro le organizzazioni criminali. Un risorgimento che non deve declinarsi come una conquista dei sani poteri del Nord verso i barbari meridionali: del resto è una storia che già abbiamo vissuto e che ancora non abbiamo metabolizzato. Ma al contrario deve investire sul Mezzogiorno capace di innovazione, ricerca, pulizia, che forse è nascosto ma esiste. Deve scommettere sulla possibilità che il Paese sappia imporre un cambiamento. E che da qui parta qualcosa che mostri all’intera Italia il percorso da prendere. È la nostra ultima speranza, la nostra sola risorsa. Noi ci crediamo.

Anche noi.

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