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Padri e figli

Nel film “I cento passi” c’è un pezzo, all’inizio, dove un signore fa un comizio infuocato contro la mafia in mezzo alla piazza del paese. Nessuno c’è a sentirlo, ma lui grida lo stesso. Poi arriva a sentirlo un signore di mezza età che si siede e dopo un po’ lo applaude e gli dice beffardo: “ma dov’è questa mafia? che cos’è la mafia?”. Quel signore là, quello di mezza età, dice così perché lui è mafioso e ha tutto l’interesse di dire che la mafia non esiste.

Poi questa cosa, l’abbiamo sentita dire mille volte pure dai compaesani di Saviano. “La camorra non esiste”, “sì, ci sono persone brave e persone cattive, ma quelli sono fatti loro”.

Ecco, io vi volevo dire, che io queste persone le capisco. Cioè io c’ho l’impressione di capire perché loro dicono così. Cioè secondo me è sbagliato pensare che loro lo dicono perché sono tutti in malafede, che in realtà loro lo sanno benissimo che cos’è la camorra e non dicono niente solo perché hanno paura. Io credo che non è così.

Io credo che loro veramente non sanno che sia la camorra. Perché ci hanno vissuto dentro da quando sono nati, e quella per loro non è camorra, è come va la vita. Se uno è  cresciuto in un paese in cui è normale promettere un posto di lavoro per un voto, questa non la considera mafia. “Che c’entra, la mafia è quelli che si sparano, che mettono le bombe…” e invece no. No, perché le pistole e le bombe sono solo l’ultimo anello della catena. Se uno smette di pensare che è necessario affiliarsi a un clan per poter vivere, allora a mano a mano questo meccanismo lo svuota dall’interno. E questa a me, mi sbaglierò, ma mi sembra l’unica strada per vincere sulla mafia in Italia.

L’affiliazione, per esempio, è un meccanismo che in Italia non te lo richiedono solo i Casalesi. Tutte le volte che pensi che per trovare un lavoro bisogna trovare chi ti raccomanda, quella è un’affiliazione. La protezione degli “amici” a scapito degli “estranei” è la classica gestione del clan. A molti di noi questa sembra una cosa normale, quindi non la consideriamo mafia. Ma basta mettere un attimo il naso fuori dall’Italia per capire che forse qualche domanda in più dobbiamo farcela tutti.

Perché in Italia non ci sono quasi mai concorsi pubblici per dirigere i teatri? In tutti gli altri paesi europei chiunque di noi può concorrere per dirigere i più importanti teatri del paese. Qui da noi, no. Scusate se vi parlo di teatro, ma questa è la cosa che io conosco un po’ di più. Illegale non sarà, però è espressione di una cultura alla quale io credo che noi, se vogliamo diventare un paese moderno, abbiamo il dovere di ribellarci.

A Milano c’è un teatro in centro, si chiama “Teatro Litta”. Il Teatro Litta ha un programma molto bello che si chiama “Work in progress”, è un programma unico in Italia. Funziona così: il teatro adotta un giovane regista per tre anni e gli produce tre spettacoli fornendogli tutta l’assistenza di cui ha bisogno sul piano produttivo, promozionale, artistico eccetera. Come vedete è un programma davvero bello. Credete che ci sia un bando pubblico per selezionare questo giovane regista? Non c’è.

E allora come si fa a selezionare il giovane artista che avrà questa possibilità? Semplice. Uno viene a conoscenza da voci di corridoio che il giovane regista precedente è arrivato al termine del suo triennio allora cerca di farsi presentare o di presentarsi al direttore artistico di questo teatro per vedere un po’ cosa si può fare per farsi prendere, cerca di stare simpatico a questo direttore, di stargli un po’ dietro, ma “non ci sono scadenze”, “noi vediamo un po’ di gente”, “poi decidiamo”… vi sembra una cosa seria? Infatti non lo è.

Io penso che se noi non iniziamo a ribellarci a questo genere di cose, io credo che noi della mafia in Italia non ci libereremo mai.

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