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We think

Per me fare i lavori di gruppo è sempre stato faticosissimo. Mi ricordo alla scuola elementare quando ci davano da fare i cartelloni insieme, io lo odiavo. E alla scuola media le ricerche, dio mio. Lavorare in gruppo non è una cosa per cui mi sentivo portata. Poi a un certo punto della mia vita mi sono messa a fare teatro. Che il teatro se non sei in gruppo non lo fai. Lì ho capito che il livello di qualità che può raggiungere un lavoro di gruppo è molto molto difficile che lo raggiunga una persona da sola.

Ho pensato anche che, allora, forse nelle scuole il lavoro di gruppo dovrebbe essere più incoraggiato non come extra, ma come dimensione fondante dell’apprendimento. C’è una associazione di insegnanti negli Stati Uniti che si chiama “Teach for America” ed è una grandissima associazione alla quale Obama si è appoggiato per la riforma della scuola. Molti degli insegnanti che fanno parte di Teach for America dividono la classe in gruppi fin dalle prime classi elementari, dicono che, una volta avviato il processo di apprendimento, i bambini si spiegano meglio le cose tra di loro.

Beh, il modo in cui siamo cresciuti noi è molto diverso. A scuola se uno è bravo è incoraggiato all’individualismo più che a condividere con gli altri. Ed è tutto così, se ci pensate. Io penso che noi del sud questa cosa la facciamo ancora di più. Infatti non abbiamo la cultura della cooperativa, per esempio. O delle associazioni di categoria. Questi sono fattori determinanti per lo sviluppo di un territorio.

Nel video che posto qui oggi, c’è una riflessione molto bella su come Internet può aiutare questi processi. E’ un video che fa parte del progetto “We think”, “Noi pensiamo”, dell’esperto di creatività e innovazione per l’impresa Charles Leadbeater.

A un certo punto c’è una frase: before you were what you owned, now you are what you share. Che significa: un tempo eri ciò che possedevi, ora sei quello che condividi.

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Elementare? Watson!

Oggi è uscita una ricerca dell’Invalsi che poi sarebbe l’Istituto Nazionale per la Valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione.

Insomma, questa ricerca dice che c’è un grosso divario tra le opportunità di apprendimento offerte ai bambini del Sud e quelle a disposizione dei loro coetanei del Nord. Le classi esaminate erano seconde e quinte elementari. Il rapporto fotografa una situazione grave, ma, possiamo ammetterlo, non sorprendente. Le ragioni sono storiche, sociali, politiche. Una politica della scuola che non metta tra le sue massime priorità la risoluzione di questa profonda ingiustizia non è degna di essere considerata tale.

Il problema è strutturale e c’è moltissimo da fare per mettere le scuole nella situazione di poter svolgere il loro lavoro con la dignità necessaria.

Però c’è anche qualcosa che possiamo fare nel nostro piccolo, ogni giorno, per cercare di salvarci dall’abisso sul ciglio del quale ci troviamo. La cultura non passa solo attraverso la scuola e il contesto in cui i bambini e i ragazzi crescono, tutto ciò che c’è intorno alla scuola ha un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei nostri paesi. In una situazione critica come quella in cui ci troviamo, la limitatezza delle risorse ci impone di scegliere con attenzione su cosa investire.

Troppo spesso nei nostri paesi i fondi destinati alla cultura vengono sperperati per iniziative che, o si modellano su stereotipi televisivi di bassissimo livello, con la scusa che “la ggente non capiscono” oppure continuano stancamente a ricalcare i presunti fasti di un passato in cui “le tradizioni, le usanze, il folklore, il dialetto, le ricette della nonna, gli attrezzi del nonno”. Questo genere di iniziative non possono occupare la quasi totalità degli spazi destinati alla cultura. Primo perché non si pongono il problema di stabilire un legame con i ragazzi ai quali vengono indirizzate: vabene la salvaguardia delle tradizioni, ma che cosa interessa a questi ragazzi? Loro che cosa vorrebbero fare? Che cosa vorrebbero sapere e come vorrebbero impararlo?

Questa è una sfida che noi possiamo e dobbiamo raccogliere con passione e impegno e umiltà. Qui a Mezzogiorno possiamo iniziare a immaginare il futuro e a sperimentarlo. Se continuiamo a crogiolarci nello stereotipo della terra del sole, con i tempi umani, dove le tradizioni contano, e i sapori sono quelli di una volta, e il progresso non progredisce, e il passato non passa… credo che abbiamo poche chances di essere protagonisti del nostro futuro.

Possiamo continuare ad aspettare una riforma della scuola geniale, una politica di investimenti oculata e giusta, ma se non cambiamo il nostro sguardo, purtroppo, anche il migliore dei governi possibili potrebbe non essere abbastanza.

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