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E noi italiani come ce l’immaginiamo il futuro?

Da quando l’anno scorso ho iniziato a vivere in California, mi sono spesso fermata a pensare e a cercare di capire quali fossero le differenze fondamentali tra l’Italia e gli Stati Uniti. Non parlo di paesaggio, di cibo, di arte. Parlo soprattutto dei principi sui quali si fondano gli Stati Uniti d’America, e quelli su cui si fonda la Repubblica italiana.

Una delle cose più difficili da accettare per me vivendo qui è il numero di persone che vivono in mezzo alla strada. La maggior parte sono disabili (fisici o mentali), la maggior parte di questi disabili sono afro-americani. Una enorme quantità di persone (10 mila pare) a San Francisco vive senza una casa.

La prima sensazione che ho avuto quando sono arrivata in California, è stata quella di una enorme spinta avanti. Mentre spesso in Italia avevo provato la dolorosissima sensazione che tutto mi tirasse indietro, qui è stato l’opposto. Le prospettive c’erano, ci sono. Se sei bravo e lavori duro hai la sensazione di poter arrivare ovunque. The sky is the limit.

All’inizio la sensazione legata a questo pensiero è stata molto positiva, di entusiasmo. Di rabbia, nei confronti dell’Italia che mi aveva tenuto a briglie strette finora. Poi però pensando a quanto è complessa la società, a quanti legami, leve, spinte, danno a un Paese una forma piuttosto che un’altra, ho iniziato a pensare all’Italia e agli Stati Uniti e alle startup in termini diversi.

Ho sempre difeso a spada tratta la meritocrazia. Poi ho visto questo TED talk, e ho iniziato a farmi qualche domanda in più.

Chi ha talento deve poter andare a una velocità supersonica, niente lo deve trattenere dal raggiungere le vette del potere, del denaro, del prestigio (sempre che la persona in questione sia interessata, cosa che non credo sia giusta dare per scontata, Will Hunting docet). Ma se questo vuol dire che chi non ha tutto questo talento deve stare in fondo e rimanerci e non ostacolare quelli bravi, siamo ancora tutti d’accordo con lo spingere a tavoletta sulla meritocrazia? Io ho iniziato ad avere qualche dubbio.

Certo, che oggi in Italia il tema del sostegno dei talenti sia un tema centrale non ci piove, non lo metto in discussione. Piuttosto mi interrogo sul come, perchè ci sono tanti “come” e dire “meritocrazia” e basta non vuol dire nulla. Mi interrogo sul perchè questi temi non siano al centro del dibattito politico italiano. E non intendo solo quello che dicono i politici, ma anche quello di cui parliamo noi, quello di cui scrivono i giornali. A me sembra un tema fondamentale per lo sviluppo del paese.

Il nostro è un paese che ha voluto una scuola pubblica di eccellenza, che ha cercato attraverso la scuola di costruire l’uguaglianza, il nostro è un paese che si è posto (e continua a porsi) il problema di sostenere la cultura, che la cultura sia un affare di stato. Il nostro è un paese che considera l’assistenza sanitaria un diritto di ogni cittadino. Il nostro è un paese in cui chi affitta una casa è più tutelato di chi la possiede, perchè avere una casa è considerato un diritto.

Tutto questo ha un prezzo? Come si bilancia con il potere all’imprese, la detassazione, le politiche economiche? Qual è il punto di equilibrio? Possiamo davvero solo guardare agli Stati Uniti e cercare di copiare come possiamo? Il nostro paese si fonda su principi che faticosamente Obama sta cercando di affermare anche negli Stati Uniti. Allora qual è il punto di sintesi che possiamo e dobbiamo trovare? Qual è la nostra via allo sviluppo?

Qual è il paese che ci stiamo immaginando? Credo che sarebbe molto bello se ognuno di noi facesse questo esercizio, invece che perdersi nelle polemiche. Credo che sarebbe bello se lo scrivessimo nei nostri profili facebook che paese ci stiamo immaginando, credo che potremmo affrontare meglio le elezioni se ci facessimo questa domanda. Chissà, magari se ce la facessimo in tanti, potrebbero iniziare a parlarne anche i giornali.

Magari potremmo incentivare i giornali a essere uno strumento di racconto non solo del pettegolezzo, ma delle aspirazioni, dei sogni di un paese.

Per questo sono contentissima di essere una dei mentor di Changemakers for Expo Milano 2015. Un progetto bellissimo, in cui 10 team per otto settimane lavoreranno instancabilmente per mettere a punto un progetto di impresa innovativa che possa cambiare il nostro Paese, e il mondo. Lavorare e provare ad aiutare 27 persone che stanno cercando un modo di disegnare una via italiana all’innovazione mi sembra un modo eccellente di prepararmi alle elezioni.

PS: Questo post mi è venuto in mente leggendo questo articolo di Stefano Bernardi sul Corriere del Veneto. Ho pensato che è su questi temi che è bello confrontarsi.

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Che Milano è mai questa?

Questa campagna elettorale ha un grosso merito. Mi ha fatto scoprire una Milano che non conoscevo, una Milano che in questi otto anni non avevo mai creduto possibile. Milano mi ha dato tanto, ma l’ho sempre guardata un po’ di traverso, lo confesso.

Guardandola ho sempre visto una città arrabbiata, nervosa, cinica. Dove gli intellettuali sono snob e fanno i contemporanei replicando in realtà il modello ottocentesco degli aperitivi in galleria, dove il popolo è sempre incazzato nero e non ha mai tempo per niente. Dove chi governa è la solita banda di cialtroni all’italiana, ma si dà arie da pool di competenze di una capitale europea. Da quando ho finito la scuola si è rafforzata in me l’impressione di una città che ti chiede moltissimo e ti dà indietro poco e niente, solo la speranza che qualche briciola cada dalla mensa di quelli che (beati loro) contano davvero.

Questa campagna elettorale ho provato a leggerla dalla prospettiva in cui mi ero abituata a leggere questa città, e non l’ho capita. Ho pensato che il centro sinistra stesse sbagliando, che stesse facendo una campagna elettorale poco pop, che non coinvolgesse le persone. La diffidenza a cui mi ero abituata, in un primo momento, mi ha impedito di vedere che cosa stava nascendo. Adesso però, è impossibile negare che qui sta succedendo qualcosa di nuovo e non sta succedendo negli uffici delle persone che contano, ma per le strade (e chi conosce un po’ Milano sa quanto questo sia incredibile).

Beh, questa Milano sconosciuta sorride, festeggia, gira in bicicletta con i figli alle 10 di sera, si abbraccia per strada, ha il senso dell’umorismo, non se la tira, ha messo da parte il basso profilo (che Dio sia lodato) perché per se stessa ha deciso che vuole di più. L’energia che Giuliano Pisapia è stato in grado di mettere in circolo ha del miracoloso. Ci sta facendo scoprire una Milano della quale è possibile innamorarsi. Una città diversa da quella in cui si sta per necessità. Una città che potrebbe addirittura piacerci, e parecchio.

Che cosa controbatte a questa sferzata di intelligenza, allegria e ironia il centrodestra? Questo (cito a memoria i manifesti che vedo in giro):

“Moschea a Milano. E se fosse nel tuo quartiere?”

“Con la sinistra Ecopass a 10 euro”

E così via. Risponde dicendo bugie (L’Ecopass lo introdusse proprio la Moratti) e alimentando sentimenti razzisti, di chiusura, di odio nei milanesi. Questo, mi chiedo, è il centrodestra che accusa la sinistra di essere poco popolare, troppo seria, di non dire barzellette? Il livore che traspare dalla loro comunicazione non può essere riscattato da una volgare barzelletta.

Qui non si tratta di essere di destra o di sinistra. Si tratta di scegliere una città vitale, sorridente, popolare, aperta e veramente moderna, oppure una città livida, chiusa su se stessa, rabbiosa e che tenta con ogni mezzo di difendere i privilegi di una casta consolidati da decine di anni (il che non è mai un presupposto affidabile per il rinnovamento).

Questa campagna elettorale ci ha dimostrato che Milano può essere molto meglio di come l’abbiamo sempre immaginata. Votiamo allora, e lasciamo che lo diventi.

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Lu votu

Ieri sera ho visto una bellissima puntata di Exit, un’inchiesta sulle elezioni in Calabria. Quello che viene fuori da questa inchiesta sono i disastri provocati dal meccanismo del voto di scambio. Un meccanismo che noi conosciamo molto bene e che, addirittura, a molte persone sembra l’unico modo in cui si possa fare politica.

Non è così. Ma a cambiare questo meccanismo, non saranno quelli che ne beneficiano, questo mi pare ovvio. Tutto ciò che si può fare in merito, dobbiamo farlo noi. Iniziando a considerare insultanti quelli che ci chiedono il voto in cambio di un lavoro, i medici che ci chiedono il voto in cambio di farci prima un esame, quelli che ci hanno operato e ci telefonano a casa in tempo di elezioni. E’ bene dire a chiare lettere e una volta per tutte che nei confronti dei medici che ci hanno curato, noi non abbiamo alcun obbligo e che entrare in questi giochetti politici non fa che diminuire la qualità della sanità pubblica.

La Calabria di tutto questo è l’incarnazione più dolorosa. Questi giochetti passano sulla vita delle persone, non solo sulla loro coscienza. Il caso di un ragazzo che avrebbe bisogno di essere operato d’urgenza e l’ospedale che dispone dei servizi adatti non “fa uscire il posto” fino all’intervento della polizia perché “quelli là non sono nessuno” è una cosa alla quale tutti noi dobbiamo pensare. Quel ragazzo è morto, perché l’ospedale ha fatto questa tarantella del posto per otto ore.

Dobbiamo pensarci tutte le volte che facciamo una telefonata per chiedere “un favore“, e dobbiamo chiedercelo ogni volta che “facciamo un favore” aspettandoci in cambio un voto, o l’appoggio elettorale per qualcuno a cui “portiamo i voti”.

“Lu votu” può essere un grande momento di libertà, oppure la partecipazione di uno schiavo alla costruzione della piramide altrui. A scegliere una cosa piuttosto che l’altra, siamo solo noi.

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Piccoli segnali

Ieri, per arrivare a questo blog, quelli che ci sono arrivati da un motore di ricerca avevano digitato “lizzano puzza” e “lizzano discarica”.

Oggi, invece, per trovare a mezzogiorno hanno scritto “puglia cielo”.

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Siamo tutti osservatori

Tra una manciata di ore mi metto in viaggio per andare a votare.

Rilancio anche da a mezzogiorno l’iniziativa “Siamo tutti osservatori” di Roberto Saviano. Mi sembra importante. Molti di noi si sono trovati davanti a tentativi di inquinare il voto: si va dal traffico di bustone di spesa per comprare i voti, quando non dalle banconote, a gente che gira intorno ai seggi e non si fa scrupoli ad aggiungere o togliere schede. Evidentemente la gravità di questi comportamenti non si commenta da sola. Allora commentiamola noi. Denunciamola. Stiamo con gli occhi aperti e, per quanto riguarda noi, non facciamoci comprare.

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La posta in gioco

Da Corriere.it:

I valori «non negoziabili», ha elencato l’arcivescovo di Genova, sono «la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna». Su questo fondamento, ha spiegato, «si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l’accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l’integrazione; il rispetto del creato; la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata».

Insospettiscono le parole del card. Bagnasco. Siamo daccordo con il mettere al primo posto la dignità della persona umana. Questo è tutto ciò per cui ci stiamo battendo. Ma poi? Il proseguo contraddice la premessa.

Ognuno di noi ha nella sua famiglia l’esperienza di una nonna o di una vecchia zia che si è trovata alle prese con un aborto clandestino. A Taranto, per esempio, c’è un dottore che lo sanno tutti che è diventato ricco facendo aborti clandestini. Questo è dignitoso? E quelle donne che non potevano permetterselo e che abortivano con gli uncinetti e che a volte morivano dissanguate, questo è dignitoso?

E un ragazzino con la passione per la danza al quale i compagni di classe fracassano le gambe a forza di calci al grido di “frocio”, è dignitoso? Il fatto che contro qualsiasi prova scientifica la chiesa continui a considerare le persone omosessuali “malate”, vi chiedo, è dignitoso? Se sono malate, perché non interdirle al voto? Qual è questa malattia oscura che ci porteremmo dentro? Santa Romana Chiesa ha forse dei laboratori segreti in cui conducono ricerche che noi non conosciamo?

Che cosa vuol dire, oggi, votare a tutela della dignità umana? Quel PDL che si definisce difensore della vita, quale vita sta difendendo? Un partito il cui premier definisce le donne sulla base del loro possibile utilizzo come oggetti sessuali, sta promuovendo la vita?

Espropriare una persona della gestione del proprio corpo va esattamente in una direzione opposta a quella di garantirle dignità.

La donna che vorrebbero deve essere utilizzata o per il proprio sollazzo o per la riproduzione e non ha alcuna possibilità di decidere niente del proprio destino. Un bel passo avanti, no?

Che cosa sta negoziando la Chiesa?

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Alla Puglia

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