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L’Italia dovrebbe diventare la Silicon Valley? Anche no. (Post dedicato agli startup-guru che hanno visto l’Ammerica)

AVVERTENZA: questo post contiene un linguaggio ad alta frequenza di storpiature lessicali e semantiche che personalmente aborro, ma che ho dovuto usare per amore di verosimiglianza con le conversazioni alle quali ho assistito/partecipato

Da quando sono arrivata negli Stati Uniti per fondare Timbuktu insieme a Elena Favilli ho iniziato a essere parte di una conversazione che si ripete ciclicamente (in loop per gli startup-guru) in qualsiasi dibattito online e offline tra startupper nostrani in Italia e startupper nostrani all’estero. Gli argomenti presentati sono quasi sempre gli stessi, quindi ve li riassumo in ordine sparso alternati tra fanatici dell’Ammerica e surdati ‘nnammurati:

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Miracolo italiano parte seconda: questo ristorante vi lascerà a bocca aperta. Si chiama XFood.

Come alcuni di voi sanno, vivo a San Francisco. San Francisco è considerata l’ombelico del mondo in termini di innovazione, tecnologia, impresa. È un posto eccitante, dove tutto viaggia a grandissima velocità, è la città che mi ha dato la possibilità di lanciare Timbuktu. Eppure, non è solo a San Francisco che mi sento al centro del mondo.

Quella sensazione del tutto è possibile, dello “stiamo cambiando il mondo”, la sensazione di essere al posto giusto al momento giusto… io ce l’ho anche quando vado a San Vito dei Normanni (BR) – a 40 km da Lizzano. Il progetto di cui voglio parlarvi oggi si chiama XFood, ma dovete avere un po’ di pazienza, perché devo dirvi tutta la storia per bene.

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Innovatori, vi prego, parlate italiano!

Avete notato anche voi che tutte le volte che si parla di innovazione e cambiamento le parole chiave usate, i titoli delle conferenze, i nomi dei settori vengono sempre usati in inglese? Che ne pensate? Io lo trovo dannoso. Davvero pensiamo che l’innovazione e il cambiamento possano essere raccontati soltanto in inglese? Che dire “food” sia più moderno di “cibo”? Che “social” sia più fico di “sociale”? Che “job” sia più rassicurante di “lavoro”?

A me sembra una tendenza pericolosa, e altamente lesiva della percezione che noi abbiamo del nostro Paese e del suo potenziale nel campo dell’innovazione. Se noi innovatori per primi rinunciamo a descrivere l’innovazione nella nostra lingua, è come se rafforzassimo il messaggio che l’innovazione vera avviene sempre altrove, e che se vogliamo essere davvero “cool” dobbiamo fare finta di abitare quell’altrove e rinunciare al racconto che la nostra lingua può costruire del futuro.

Usare l’italiano solo per descrivere il passato e non per generare futuro ci priva di una enorme ricchezza: che facciamo costruiamo le basi per diventare coloni nel nostro stesso Paese? Progettare in italiano, creare le nostre parole per descrivere le cose nuove che tanti di noi stanno inventando ci aiuterà a sentirci padroni di un pezzo di futuro.

Non sono tra coloro che dicono elaboratore al posto di computer, intendiamoci. Ma “food”? In Italia? Come on!

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Le Primarie, Vendola e la Primavera Italiana

Domani andrò a votare Nichi Vendola, per la terza volta.

Sono orgogliosa di far parte di una regione che ha scelto con tanta cura il suo candidato per due volte. Vedete, sono contenta di queste primarie del centrosinistra, ma mi dispiace che Renzi venga considerato l’unico candidato che non appartiene all'”apparato”. Vendola ha conquistato la sua candidatura, restando sempre all’interno del partito e contestandolo, con forza, quando il centrosinistra aveva fatto di tutto per non ricandidarlo, al termine del suo primo mandato. Si battè per le primarie, e le stravinse, perché i pugliesi avevano testimoniato l’impatto che la sua politica aveva avuto sulla nostra regione, e non volevano fermare quella rivoluzione.

Sotto la presidenza di Vendola, la Puglia ha vissuto una vera e propria primavera. Ho testimoniato in prima persona l’impatto sulla società pugliese (e su di me!) delle politiche dell’innovazione che lui e la sua squadra hanno saputo mettere in campo. Ho visto con i miei occhi l’importanza della rete che hanno saputo costruire. La capacità di costruire una rete di persone di talento e di farle entrare in contatto con la regione, senza generare la dinamica del circolino degli illuminati, non è cosa da tutti.

La sinistra che voto, votando Vendola, è una sinistra moderna che interpreta e rilancia, non insegna e bacchetta o rottama e ridicolizza. È una sinistra che ha dimostrato di conoscere gli strumenti di una progettazione partecipata e di altissimo livello. È una sinistra che premia la qualità e, allo stesso tempo, si occupa di creare le condizioni perché la qualità arrivi a tanti, perché tanti imparino a ricercarla e a riconoscerla.

È una sinistra che non interpreta l’innovazione come un fenomeno di tendenza, ma come una esigenza degli esseri umani  e, in quanto tale, come declinabile in tante forme diverse, non solo in quelle che oggi vanno sulle pagine dei giornali. È una sinistra che ha capito profondamente la metafora della “foresta pluviale” e che ha saputo assumersi dei rischi, per promuovere la nascita di una cultura dell’innovazione matura e responsabile.

Soprattutto è una sinistra che è stata in grado di costruire politiche di ampio respiro, politiche che hanno dato a un territorio la fiducia nel cambiamento e nel fatto che era possibile, che è possibile, superarsi. Tante cose sono rimaste da fare, importanti e urgenti. Ma hanno creato un ecosistema che è in grado di superarli. Vendola e i suoi assessori hanno messo in campo una energia e una passione che ha reso le persone in grado di immaginare e costruire un’alternativa. Anche una’alternativa a loro stessi. Hanno dato alle persone la forza e la fiducia di capire che sarebbe arrivato il momento di “rottamarli”, e di proseguire da soli.

Non posso immaginare un’eredità più preziosa di questa, e un cambiamento più profondo nel modo di intendere la politica. Mi piacerebbe tanto, in questo momento storico, vedere l’impatto sull’Italia intera di questo approccio. Per questo domani voterò Nichi Vendola.

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We think

Per me fare i lavori di gruppo è sempre stato faticosissimo. Mi ricordo alla scuola elementare quando ci davano da fare i cartelloni insieme, io lo odiavo. E alla scuola media le ricerche, dio mio. Lavorare in gruppo non è una cosa per cui mi sentivo portata. Poi a un certo punto della mia vita mi sono messa a fare teatro. Che il teatro se non sei in gruppo non lo fai. Lì ho capito che il livello di qualità che può raggiungere un lavoro di gruppo è molto molto difficile che lo raggiunga una persona da sola.

Ho pensato anche che, allora, forse nelle scuole il lavoro di gruppo dovrebbe essere più incoraggiato non come extra, ma come dimensione fondante dell’apprendimento. C’è una associazione di insegnanti negli Stati Uniti che si chiama “Teach for America” ed è una grandissima associazione alla quale Obama si è appoggiato per la riforma della scuola. Molti degli insegnanti che fanno parte di Teach for America dividono la classe in gruppi fin dalle prime classi elementari, dicono che, una volta avviato il processo di apprendimento, i bambini si spiegano meglio le cose tra di loro.

Beh, il modo in cui siamo cresciuti noi è molto diverso. A scuola se uno è bravo è incoraggiato all’individualismo più che a condividere con gli altri. Ed è tutto così, se ci pensate. Io penso che noi del sud questa cosa la facciamo ancora di più. Infatti non abbiamo la cultura della cooperativa, per esempio. O delle associazioni di categoria. Questi sono fattori determinanti per lo sviluppo di un territorio.

Nel video che posto qui oggi, c’è una riflessione molto bella su come Internet può aiutare questi processi. E’ un video che fa parte del progetto “We think”, “Noi pensiamo”, dell’esperto di creatività e innovazione per l’impresa Charles Leadbeater.

A un certo punto c’è una frase: before you were what you owned, now you are what you share. Che significa: un tempo eri ciò che possedevi, ora sei quello che condividi.

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