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Ma secondo voi è normale?

È il titolo dell’articolo che ha scritto Elena Favilli a proposito dell’Ilva di Taranto, sul Post.

Andatevelo a leggere cliccando qui.

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Che cosa sta succedendo a Taranto?

Oggi siamo a meno quarantasei. Meno quarantasei giorni alla scadenza del termine entro il quale il Comune di Taranto può richiedere all’Ilva Spa il risarcimento danni secondo la sentenza della Corte di Cassazione nr. 38936 del 24.10.2005.

Che cosa successe allora? In un processo contro l’Ilva per gravi danni all’ambiente, gli enti pubblici si erano costituiti parte civile: provincia e comune si erano schierati per la prima volta dalla parte dei cittadini e avevano deciso di affrontare (così pareva) il colosso. Ma che accadde?

Il 27 febbraio 2004 venne siglato un atto d’intesa (il terzo) tra Stato, Regione, Provincia, Comune di Taranto e Ilva. Di conseguenza la provincia e il comune ritirarono la costituzione di parte civile nel processo. Il processo andò comunque avanti e si giunse a un atto storico: una condanna definitiva in Cassazione. Ma. Siccome gli enti pubblici avevano ritirato la costituzione di parte civile e avevano raggiunto un accordo con l’Ilva, i giudici non determinarono una pena per la sentenza di condanna e fissarono il termine di prescrizione per la richiesta di un risarcimento al 23 ottobre 2010. Eccoci.

Che cosa prevedeva questa intesa? Una riduzione delle emissioni entro certi limiti (che, a quanto pare, non sono stati rispettati) e il fatto che (secondo quanto riportato da Gianmarco Leone su Tarantoggi) qualora il sindaco decidesse di richiedere il risarcimento nei termini stabiliti dalla Cassazione, “l’onere dell’ammontare del risarcimento danni deciso dal giudice civile, sarebbe stato totalmente coperto dall’ente regionale”. Cioè: dopo essere stati pagati con la salute, i danni dell’Ilva dovrebbero anche essere pagati dalle tasche di tutti i contribuenti pugliesi (grazie a Fitto, Florido e Di Bello).

Ancora Leone sostiene quindi che l’esitazione di Stefàno di fronte alla richiesta di un risarcimento – che sarebbe importantissimo per la città sia dal punto di vista pragmatico che da quello ideale – sarebbe dovuto al fatto di non voler scaricare sulle spalle dell’alleato Vendola un fardello così pesante in un momento difficile per la Regione Puglia sul piano del bilancio. Ma l’avv. Nicola Russo, coordinatore e responsabile del comitato promotore referendario “TARANTO FUTURA“, sostiene che c’è al TAR c’è una causa pendente per rendere nulla questa parte dell’accordo perché contro la legge: “non c’è accordo che tenga” scrive, un ente pubblico non può assumersi l’onere di un risarcimento per un danno provocato da un privato.

E allora? Che cosa stanno aspettando? Stefàno ha affidato l’incarico di promuovere l’azione civile a un primo avvocato, Maria Luisa de Benedetto, la quale con una nota del 19 luglio 2010 ha rifiutato. Al che, l’11 agosto 2010, il Comune di Taranto ha conferito un nuovo incarico all’Avv. Paolo Miraglia per difendere e rappresentare le ragioni dell’Ente civico contro l’Ilva Spa innanzi al Tribunale di Taranto. Non si sa ancora se questi accetterà oppure no.

Se non dovesse accettare, è molto, molto difficile che in 46 giorni si possa conferire un nuovo incarico e arrivare pronti in tribunale. E, nonostante una condanna definitiva della Cassazione che sancisce con certezza e in modo non opinabile la pericolosità del colosso per la città e la provincia di Taranto, tutta questa storia potrebbe diventare l’ennesima occasione in cui la città di Taranto si prostra davanti al gruppo Riva.

Chi può fare qualcosa, qualunque cosa, non dovrebbe consentirlo. Passate la voce.

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Arrivederci a Taranto

“Arrivederci a Taranto” è un documentario che è stato realizzato nell’agosto del 2007 da Roberto Paolini e Paola Podenzani. Entrambi vivono e lavorano a Milano, anche se Paola è metà milanese e metà salentina.

Due anni e mezzo fa hanno fatto un viaggio in Puglia e sono passati dall’Ilva: “lo spettacolo fuori dai finestrini è maestoso, dantesco, decadente, i colori  innaturali, abbacinanti” scrive Paola.

Buona visione.

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Dalla padella alla brace o dalla brace alla padella? Questo è il problema.

Sulla prima pagina di Repubblica di ieri Fabrizio Ravelli parlava dell’inquinamento di Milano che batte i record europei, che fa invecchiare i giornalai e quelli che lavorano per strada più in fretta anche di 13 anni, che fa aumentare sempre di più le patologie respiratorie. (A me, d’altra parte, quando sto a Milano, la bronchite mi viene SEMPRE).

Io ho pensato porca miseria! Non so proprio da che parte girarmi.

Ho cercato su youtube “smog milano” e ho trovato questo video che è stato postato tre giorni fa.

C’è sicuramente una riflessione da fare sul fatto che lo smog di Milano occupa le prime pagine e l’Ilva no. Ma c’è anche da dire che di questioni ambientali, nonostante la preziosa attenzione data a Gomorra, si parla troppo poco in generale, vista la situazione catastrofica in cui si trova l’Italia.

Io, nel mio piccolo, dell’Ilva parlo a tutti quelli che incontro: a Bologna, a Milano, a Torino, a Firenze, ad Arezzo. Gli parlo dell’Ilva e ovviamente anche del Fizz, della Puzza insomma. Visto che non ne parlano i giornali, lancio la proposta che ne parliamo noi. Sui social network, ma anche proprio a voce, tipo “ma sai che…?”. Se anche voi che non siete di Taranto ne parlate delle cose che leggete qui o in giro, noi non ci offenderemo, promesso.

Non penseremo che state infangando la nostra terra, al massimo che volete ripulirla da questi fanghi insieme a noi. E vi ringrazieremo.

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Come stare al cinema

Perché noi c’abbiamo delle location che potrebbero farci anche qui certi film di successo.

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I bambini di oggi

Che questa può sembrare un’espressione di quelle espressioni trite e ritrite è vero, però vedete che io intendo proprio i bambini che ho visto oggi, quelli che stavano manifestando insieme a me nel centro di Taranto.

Quando ancora stavamo camminando verso l’arsenale, dove era il punto d’incontro, li ho visti scendere dalle macchine insieme alle mamme, e tirare fuori un po’ impacciati i cartelloni che portavano, più grossi di loro (anche questo è un luogo comune ma per una volta è bello e soprattutto è vero!). I loro erano cartelloni gentili: “Sig. Ministro qui si muore di diossina”, poi un disegno di una città verde, felice e la scritta “Taranto come la sogniamo noi” e così via. Ce n’erano tantissimi di bambini.

A vederli mi hanno dato un po’ di speranza. E non perché i bambini sono il simbolo della speranza del mondo eccetera eccetera, non per questo. No perché a Taranto comunque non è così. I bambini a Taranto sono un simbolo del pericolo costante in cui viviamo perché a Taranto, quelli che non si ammalano di tumore o di leucemia, si considerano sopravvissuti. Perché un bambino su tre a Taranto c’ha una tosse che non passa mai che poi è causata dal fatto che a Taranto, un bambino su tre c’ha i bronchi ostruiti. Come se fosse un fumatore incallito. E parlo di bambini da 0 a 5 anni.

E allora, direte voi, com’è che sti bambini ti hanno dato un po’ di speranza? Il fatto è che mi sono ricordata che quando ero piccola io, che avrò avuto 7 anni, una domenica con i miei genitori avevamo fatto una gita che mi era piaciuta tantissimo. Eravamo saliti su una specie di trenino, avevamo visto degli edifici grossissimi, ci avevano spiegato che quella cosa che stavamo vedendo era la più grande d’Europa e io ero orgogliosa perché ce l’avevo proprio vicino a casa mia. Alla fine di questa gita ci avevano anche dato le pizzette e i succhi di frutta, poi avevano acceso un fuoco e i vigili del fuoco avevano fatto una specie di spettacolo che a me mi era sembrato bellissimo: si erano buttati dalla finestra per spegnere il fuoco perché in quel posto lì tutti erano davvero bravi e superaddestratissimi.

Non so se l’Ilva ha ancora il raccapricciante coraggio di organizzare queste gite che fanno sembrare quella fabbrica di morte un paese dei balocchi.

Fatto sta che nessuno dei bambini di oggi sembrava avere la testa d’asino. E allora ho pensato che la battaglia sarà forse lunga e difficile, ma che la vinceremo, perché i bambini di oggi la sanno molto più lunga di quanto non la sapevamo noi.

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