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L’Italia dovrebbe diventare la Silicon Valley? Anche no. (Post dedicato agli startup-guru che hanno visto l’Ammerica)

AVVERTENZA: questo post contiene un linguaggio ad alta frequenza di storpiature lessicali e semantiche che personalmente aborro, ma che ho dovuto usare per amore di verosimiglianza con le conversazioni alle quali ho assistito/partecipato

Da quando sono arrivata negli Stati Uniti per fondare Timbuktu insieme a Elena Favilli ho iniziato a essere parte di una conversazione che si ripete ciclicamente (in loop per gli startup-guru) in qualsiasi dibattito online e offline tra startupper nostrani in Italia e startupper nostrani all’estero. Gli argomenti presentati sono quasi sempre gli stessi, quindi ve li riassumo in ordine sparso alternati tra fanatici dell’Ammerica e surdati ‘nnammurati:

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Ode alle mezze misure

Di fatto sono convinta che le misure “intere” non esistano. Quelle che chiamiamo “mezze misure” sono l’unica opzione possibile. Il bianco e il nero sono concetti comodi per poter esprimere in modo sintetico a quale dei due poli tende il nostro grigio, ma sempre di grigio di tratta. Ognuno di noi vive ancorato al tempo, e nessuno di noi sa bene dove fissare l’inizio e la fine di una storia vera. Per questo ci rilassano tanto le storie di finzione: le storie di finzione finiscono in modo definitivo. È chiaro fino a che punto una storia è ancora aperta e quando si chiude. Quando si chiude è finito il libro, ci sono i titoli di coda, o cala il sipario. E si può andare a casa tranquilli e fare tutte le nostre valutazioni sulla storia alla quale abbiamo assistito.
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Ciò che siamo e ciò che vogliamo

Se non l’avete già visto, guardatevi questi due minuti di Saviano al Palasharp. Ci riguardano parecchio.

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20 anni di centrosinistra in 5 minuti

Ecco il nuovo video di Beautiful Lab.

Qui lo vedete per intero.

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Una citazione

Come sapete, ieri e avantieri c’è stato a Firenze il fine settimana dei “rottamatori”, Renzi e Civati. Io ho seguito in diretta su internet la mattinata di ieri e devo dire che quello che ho visto e sentito mi è molto piaciuto. Proporrò qui alcuni degli interventi che mi hanno colpito di più, appena gli organizzatori li metteranno su youtube, ma intanto vi propongo una citazione dal discorso conclusivo di Matteo Renzi:

Al passato dobbiamo dire grazie al futuro dobbiamo dire sì. Il futuro lo pretendiamo.

Mi è sembrata una cosa buona e giusta. E vi propongo anche una riflessione interessante sull’atteggiamento che hanno avuto alcuni personaggi della sinistra rispetto a ciò che è successo lì alla Leopolda.

A parte questo, buona visione a tutti quelli che stasera guarderanno Vieni via con me.

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L’agenda di un altro

Io non ce la faccio più a leggere i giornali, a guardare i tg, i dibattiti, i video su youtube degli interventi in Parlamento. “Di Pietro distrugge Berlusconi – imperdibile”, “Berlusconi bestemmia”, “Bersani vs Berlusconi”… non ce la faccio proprio più.

Perché l’agenda di questi dibattiti la stabilisce ormai da troppi anni un uomo solo e io, con quell’uomo, non ho niente in comune. Non mi interessano i continui litigi che mette su, le barzellette, gli attacchi alla democrazia. Tutto questo parlare nasconde un grande silenzio, perché il nostro paese non lo racconta nessuno. Tutto questo affaccendarsi nasconde un criminale immobilismo: le istituzioni, la struttura stessa dello Stato, i servizi basilari stanno franando e non è più possibile fare finta di niente.

Il racconto del mio paese è regolato dall’agenda di un vecchio in un delirio di onnipotenza. Di un vecchio che si vanta di farsela con le ragazzine, in un paese che appena sente la parola pedofilo prende i forconi in mano. Del mio paese non si raccontano i giovani che non possono sposarsi e mettere su famiglia perché non hanno lavoro, non si raccontano gli omosessuali con le vite a metà perché non hanno diritti, non si raccontano gli anziani che rubano il grana nei supermercati, non si raccontano quelli che vogliono studiare, le sfide reali della scuola che non sono solo i soldi, ma un modo di ripensarsi in una società che è cambiata profondamente. Del mio paese non si racconta di una città come Taranto, anche se è una delle più grandi anomalie ambientali del continente. Nel mio paese una foto come questa non fa impressione a nessuno, perché tutti stanno ad accapigliarsi sull’ultima sparata del capo sui giudici, e a tutti questo sembra normale.

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Papà e biberon

Andate a leggere questo articolo sui Mille. Parla di come l’attenzione ai papà possa risolvere tanti problemi sulla discriminazione femminile nei posti di lavoro.

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Padri e figli

Nel film “I cento passi” c’è un pezzo, all’inizio, dove un signore fa un comizio infuocato contro la mafia in mezzo alla piazza del paese. Nessuno c’è a sentirlo, ma lui grida lo stesso. Poi arriva a sentirlo un signore di mezza età che si siede e dopo un po’ lo applaude e gli dice beffardo: “ma dov’è questa mafia? che cos’è la mafia?”. Quel signore là, quello di mezza età, dice così perché lui è mafioso e ha tutto l’interesse di dire che la mafia non esiste.

Poi questa cosa, l’abbiamo sentita dire mille volte pure dai compaesani di Saviano. “La camorra non esiste”, “sì, ci sono persone brave e persone cattive, ma quelli sono fatti loro”.

Ecco, io vi volevo dire, che io queste persone le capisco. Cioè io c’ho l’impressione di capire perché loro dicono così. Cioè secondo me è sbagliato pensare che loro lo dicono perché sono tutti in malafede, che in realtà loro lo sanno benissimo che cos’è la camorra e non dicono niente solo perché hanno paura. Io credo che non è così.

Io credo che loro veramente non sanno che sia la camorra. Perché ci hanno vissuto dentro da quando sono nati, e quella per loro non è camorra, è come va la vita. Se uno è  cresciuto in un paese in cui è normale promettere un posto di lavoro per un voto, questa non la considera mafia. “Che c’entra, la mafia è quelli che si sparano, che mettono le bombe…” e invece no. No, perché le pistole e le bombe sono solo l’ultimo anello della catena. Se uno smette di pensare che è necessario affiliarsi a un clan per poter vivere, allora a mano a mano questo meccanismo lo svuota dall’interno. E questa a me, mi sbaglierò, ma mi sembra l’unica strada per vincere sulla mafia in Italia.

L’affiliazione, per esempio, è un meccanismo che in Italia non te lo richiedono solo i Casalesi. Tutte le volte che pensi che per trovare un lavoro bisogna trovare chi ti raccomanda, quella è un’affiliazione. La protezione degli “amici” a scapito degli “estranei” è la classica gestione del clan. A molti di noi questa sembra una cosa normale, quindi non la consideriamo mafia. Ma basta mettere un attimo il naso fuori dall’Italia per capire che forse qualche domanda in più dobbiamo farcela tutti.

Perché in Italia non ci sono quasi mai concorsi pubblici per dirigere i teatri? In tutti gli altri paesi europei chiunque di noi può concorrere per dirigere i più importanti teatri del paese. Qui da noi, no. Scusate se vi parlo di teatro, ma questa è la cosa che io conosco un po’ di più. Illegale non sarà, però è espressione di una cultura alla quale io credo che noi, se vogliamo diventare un paese moderno, abbiamo il dovere di ribellarci.

A Milano c’è un teatro in centro, si chiama “Teatro Litta”. Il Teatro Litta ha un programma molto bello che si chiama “Work in progress”, è un programma unico in Italia. Funziona così: il teatro adotta un giovane regista per tre anni e gli produce tre spettacoli fornendogli tutta l’assistenza di cui ha bisogno sul piano produttivo, promozionale, artistico eccetera. Come vedete è un programma davvero bello. Credete che ci sia un bando pubblico per selezionare questo giovane regista? Non c’è.

E allora come si fa a selezionare il giovane artista che avrà questa possibilità? Semplice. Uno viene a conoscenza da voci di corridoio che il giovane regista precedente è arrivato al termine del suo triennio allora cerca di farsi presentare o di presentarsi al direttore artistico di questo teatro per vedere un po’ cosa si può fare per farsi prendere, cerca di stare simpatico a questo direttore, di stargli un po’ dietro, ma “non ci sono scadenze”, “noi vediamo un po’ di gente”, “poi decidiamo”… vi sembra una cosa seria? Infatti non lo è.

Io penso che se noi non iniziamo a ribellarci a questo genere di cose, io credo che noi della mafia in Italia non ci libereremo mai.

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Saviano sì

C’è Italiaterranostra che è un giornale online che ho anche tra i miei link. Ce l’ho perché dentro ci ho trovato delle inchieste belle riguardanti la gestione dei rifiuti in Puglia (una in particolare, di Etta Ragusa). Ieri, però, ci ho trovato una brutta sorpresa.

Si tratta di un articolo di Francesca Foschini su Roberto Saviano. Francesca Foschini, mi pare di capire perché nonostante tutto l’articolo è anche un po’ confuso, titola così: “Saviano: la nuova star Mondadori”. E nell’articolo si passa dal rilevamento del successo di Saviano nella casa editrice, alla questione della scorta al fatto che (a quanto pare) la Foschini avrebbe fatto a Saviano delle domande alle quali lui non ha risposto.

La vis polemica e velenosa della Foschini mi ha fatto pensare a un atteggiamento che ho scoperto essere molto diffuso in Italia e anche a Lizzano (che oltre che essere in Puglia, è anche in Italia): è l’atteggiamento di chi vede un nemico in una persona che ha avuto la possibilità di farsi valere grazie alla qualità del suo lavoro.

In Italia la nostra democrazia è più che mai imperfetta e la meritocrazia quasi non esiste. Per cui le eccezioni a questa regola vengono spesso salutate con livore piuttosto che con gioia e con la speranza che possano indicare la strada per un cambiamento generale.

Se uno ha la possibilità di fare qualcosa di grande e di bello, questa è una vittoria per tutta la società. Il nemico non è chi realizza questa possibilità, ma chi impedisce agli altri di farlo. Altrimenti continueremo a fare il gioco di chi ha tutto l’interesse perché le eccellenze rimangano isolate e cadano nel dimenticatoio.

Questo atteggiamento, che secondo me spesso a noi ci viene proprio naturale, porta tutto al ribasso e renderà ancora più difficile il riscatto della nostra terra dall’ignoranza e dal malgoverno a cui sembriamo condannati da sempre.

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