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Lu votu

Ieri sera ho visto una bellissima puntata di Exit, un’inchiesta sulle elezioni in Calabria. Quello che viene fuori da questa inchiesta sono i disastri provocati dal meccanismo del voto di scambio. Un meccanismo che noi conosciamo molto bene e che, addirittura, a molte persone sembra l’unico modo in cui si possa fare politica.

Non è così. Ma a cambiare questo meccanismo, non saranno quelli che ne beneficiano, questo mi pare ovvio. Tutto ciò che si può fare in merito, dobbiamo farlo noi. Iniziando a considerare insultanti quelli che ci chiedono il voto in cambio di un lavoro, i medici che ci chiedono il voto in cambio di farci prima un esame, quelli che ci hanno operato e ci telefonano a casa in tempo di elezioni. E’ bene dire a chiare lettere e una volta per tutte che nei confronti dei medici che ci hanno curato, noi non abbiamo alcun obbligo e che entrare in questi giochetti politici non fa che diminuire la qualità della sanità pubblica.

La Calabria di tutto questo è l’incarnazione più dolorosa. Questi giochetti passano sulla vita delle persone, non solo sulla loro coscienza. Il caso di un ragazzo che avrebbe bisogno di essere operato d’urgenza e l’ospedale che dispone dei servizi adatti non “fa uscire il posto” fino all’intervento della polizia perché “quelli là non sono nessuno” è una cosa alla quale tutti noi dobbiamo pensare. Quel ragazzo è morto, perché l’ospedale ha fatto questa tarantella del posto per otto ore.

Dobbiamo pensarci tutte le volte che facciamo una telefonata per chiedere “un favore“, e dobbiamo chiedercelo ogni volta che “facciamo un favore” aspettandoci in cambio un voto, o l’appoggio elettorale per qualcuno a cui “portiamo i voti”.

“Lu votu” può essere un grande momento di libertà, oppure la partecipazione di uno schiavo alla costruzione della piramide altrui. A scegliere una cosa piuttosto che l’altra, siamo solo noi.

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Il computer è mio e lo gestisco io.

In questi giorni, ahimè, non ho internet a casa. Questo mi crea notevoli disagi e mi ha fatto pensare ai problemi di comunicazione nei quali mi imbatto quando penso di poter usare internet a casa mia così come l’uso qui a Milano. Qui a Milano attraverso la rete raggiungo tutti quelli che mi vengono in mente. A Lizzano, invece, bisogna che ci si inventi qualcosa perché a fare uso di internet quotidianamente è ancora solo una piccola minoranza.

Penso che oltre che culturale, sociale, mediatica, la rivoluzione di Internet porti con sè anche il germe di una rivoluzione politica. Se, come diceva Gaber, “libertà è partecipazione”, non si può negare che oggi noi siamo potenzialmente molto più liberi di 20 anni fa. E credo che questo sia stato dimostrato dall’uso che di internet hanno fatto alcune delle esperienze politiche più avanzate di cui ho notizia: quella di Obama negli Stati Uniti e quella di Nichi Vendola in Puglia.

A mezzogiorno, nelle case in cui c’è una connessione, a navigare su internet sono quasi sempre solo gli uomini. Perché? C’entra la proverbiale avversione delle donne verso la tecnologia? C’entra il fatto che in molti ritengono disdicevole per una donna essere iscritta su facebook? Che i fidanzati gelosi preferiscono avere una donna con un’attività web limitata?

Potrà far sorridere qualcuno, ma io penso che la rivoluzione culturale delle donne del mezzogiorno abbia con internet oggi una grande possibilità e che non vada lasciata cadere. E se il prezzo può essere quello di qualche complicazione romantica in più… forse è il caso di pagarlo.

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