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Mamme e figli maschi: come crescerli in modo da favorire una società più equa?

Mi sono imbattuta in questa citazione di Renate Siebert a proposito della figura della donna nella cultura mafiosa, e mi sono sorpresa per la lucidità e per la chiarezza con cui la professoressa Siebert descrive una dinamica nella quale così spesso mi sono imbattuta, in contesti che non avrei mai pensato di descrivere come “mafiosi”. Credo sia molto illuminante per capire quali cambiamenti debbano essere promossi all’interno delle nostre famiglie per favorire lo sviluppo di una società più giusta e moderna nel nostro Paese.

Nella sindrome della “madre dei miei figli” echeggia automaticamente un disprezzo per le donne: la donna, temuta e rifiutata con diffidenza perché portatrice delle tentazioni di Eros, desessualizzata e resa funzionale per la riproduzione, diventa l’icona della figura della madre. “L’unica donna veramente importante per un mafioso è e deve essere la madre dei suoi figli, le altre sono tutte puttane”, diceva il giudice Falcone, che bene conosceva i mafiosi. Questo sdoppiamento della figura femminile in madonna e puttana, esasperato in ambiente mafioso, non è estranea alla nostra cultura in generale. A questo si aggiunge un tratto, anch’esso non infrequente: quello di privilegiare il figlio maschio rispetto alla figlia femmina. La nascita del maschio concede alla donna, seppure come riverbero, una partecipazione allo splendore del principio maschile, principio dominante nella sfera pubblica, e contemporaneamente le dà la possibilità di modellarlo, di legarlo, di renderlo dipendente e di farlo suo per interposta persona nella sfera privata. Attraverso il potere sul figlio maschio la madre si appropria dello splendore del principio maschile, perché è lei colei che l’ha generato. Il possesso del figlio, agito fatalmente dall’amore materno, rivela così le sue due facce. Si tratta di un possesso esclusivo, goduto nel privato, che gratifica e valorizza la donna in quanto madre e, contemporaneamente, si tratta di una licenza per il figlio di comportarsi da maschio nel sociale – con tutto ciò che da questa licenza deriva per la madre stessa in quanto donna. Crescere il proprio figlio nell’illusione della sua supremazia significa, per la donna, legarlo a sé, fargli da testimone, da garante della sua superiorità alla quale ella partecipa illusoriamente in quanto madre. Significa anche instillargli, confermargli un disvalore del femminile, al limite un disprezzo per le donne. Valorizzando in questo modo il materno, le madri contribuiscono a svalorizzare il femminile, le donne. Contribuiscono a diffondere una cultura della sopraffazione e della violenza.

Renate Siebert è docente di Sociologia del mutamento all’Università della Calabria. I suoi libri possono essere acquistati qui.

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Si spara nel mio paese

Negli ultimi 11 giorni a Lizzano diversi consiglieri dell’opposizione e un vigile urbano sono stati oggetto di atti violenti che sembrerebbero seguire il copione classico dell’attentato mafioso di tipo intimidatorio.

È stata incendiata la macchina del consigliere Pippo Donzello, e sono stati esplosi colpi di fucile contro le porte di casa di Valerio Morelli, Antonio Motolese, Antonio Lecce e contro l’automobile del vigile urbano Pasquale Castronuovo.

Il paese in questi giorni è battuto dalle macchine dei carabinieri e da alcuni elicotteri.
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AAA cercansi possibili soluzioni

Dunque.

1) Ieri sono state rese note le motivazioni della sentenza di condanna di Marcello Dell’Utri per concorso in associazione mafiosa dello scorso giugno. I giudici hanno accertato che Dell’Utri avrebbe operato come “specifico canale di collegamento” tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi.

2) L’immagine internazionale dell’Italia non è mai caduta tanto in basso.

3) Il lavoro è un problema enorme che nessuno sta affrontando.

Come si fa? Bisogna installare nella mente di Berlusconi l’idea di dimettersi?

 

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Mi sa che io resto

Se dovessi scrivere stamattina una delle liste che ieri abbiamo sentito a “Vieni via con me”, se dovessi scrivere una lista dei motivi per cui resto in Italia, la prima cosa che scriverei stamattina è “perché l’Italia è il mio paese ed è il paese di Falcone, di Benigni, di Saviano, di Fazio e di Abbado”. Ma li avete visti? Santo cielo che bell’Italia.

Mille cose si potrebbero dire della puntata di ieri sera, sulla quantità e qualità degli spunti di riflessione e sulle occasioni di contatto con una narrazione nuova, affascinante, emozionante perché vera (dio mio, vera) di questo paese prostrato che ci siamo ritrovati ad avere per patria.

Mille cose, dicevo, ma una, una in particolare: Benigni che si rivolge a Sandokan. Con la sua leggerezza, con ironia ma con un coraggio e una fermezza incredibili. Questa mi è sembrata una novità assoluta, io per lo meno una cosa così non l’ho mai vista. Nel paese degli innominabili, del timore reverenziale, della paura delle ritorsioni, del garantismo applicato più ai boss che agli altri, il genio di Benigni ha raggiunto una nuova altezza. Ha guardato in faccia Schiavone e quelli come lui, li ha presi in giro, smascherando com’è ridicolo quel prendersi così sul serio di chi crede di poter guadagnare rispetto con gli ammazzamenti, di chi crede di poter disegnare la storia con gli attentati.

Benigni li ha guardati negli occhi e gli ha detto “vendicatevi”, e la sua battuta, esilarante, in quel momento coincideva con una enorme verità, l’impossibilità categorica della vendetta. La vendetta non può annientare l’onestà, non ammazza l’ideale, soltanto uccide te stesso, e l’altro. La storia continua però.

In un paese in cui Saviano ha difficoltà a prendere casa in affitto, perché nessuno lo vuole come vicino di casa, Benigni ieri sera ci ha fatto una grandissima lezione di coraggio. Di quelle che, portate nella vita quotidiana, cambiano un paese.

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Democrazia mafiosa

Su Repubblica di oggi c’è un articolo di Roberto Saviano molto bello.

Nell’ultimo periodo mi è capitato spesso di discutere del voto di scambio e del fatto che, se dovessi fare una campagna per una qualche lista elettorale del mezzogiorno, più che contro gli avversari punterei tutto contro la pratica del voto di scambio. L’ho detto spesso in questi giorni, e molti mi hanno risposto: “E perderesti, è una cosa troppo radicata.”

E’ inaccettabile. Finché non ci scandalizzeremo anche solo a nominarlo questo maledetto modo di pensare il voto, l’Italia non potrà diventare un paese davvero moderno e civile.

Un paragrafo dell’articolo di Roberto dice così:

Il codice etico elettorale viene sbandierato quando si è molto lontani dalle elezioni e poi dimenticato quando bisogna candidare chi ti porta voti. Conviene essere contro le organizzazioni, ma se questo significa perdere? Cosa fai? Compromesso o sconfitta? Tutti rispondono compromesso. E questo perché la politica sembra essersi ridotta a mero strumento che usi per ottenere quello che il diritto non ti dà. Se non hai un lavoro, cerchi di ottenerlo votando quel politico; se non hai un buon letto in ospedale, cerchi di votare il consigliere comunale che ti farà il favore di procurartelo. Ecco, questo sta diventando la politica, non più rispetto dei diritti fondamentali, ma semplice scambio. Quello che si fatica a comprendere, è che il politico che ti promette favori ti dà una cosa ma ti toglie tutto il resto. Ti dà il letto in ospedale per tua nonna, ti dà magari l’autorizzazione ad aprire un negozio di tabacchi, ti dà mezzo lavoro: ma ti sta togliendo tutto. Ti toglie le scuole che dovresti avere per diritto. Ti toglie la possibilità di respirare aria sana, ti toglie il lavoro che ti meriti se sei capace. Questa è diventata la politica italiana: se non ne prendiamo atto, si discute su un equivoco.

Il resto, leggetelo qui.

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Trasi e iessi

Siete tra quelli che hanno sempre creduto che la mafia (o la camorra, o la ‘ndrangheta) sia una cosa dalla quale non è che uno può fare entra e esci, che quando uno è dentro poi uscire è abbastanza difficile?

Beh, anche io ero tra voi. Poi però mi hanno fatto capire (gente che ne sa, Dell’Utri, Andreotti, e alcuni altri) che non è così. Che uno dalla mafia può entrare e uscire quando vuole. E magari, se quest’estate vogliamo farci una vacanza un po’ diversa, possiamo anche andare a fare una settimana nella mafia! Qualcuno ha il numero di telefono per prenotare?

Gipi ci dà tutti i dettagli in questo video.

Come spesso accade, via Il Post.

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Padri e figli

Nel film “I cento passi” c’è un pezzo, all’inizio, dove un signore fa un comizio infuocato contro la mafia in mezzo alla piazza del paese. Nessuno c’è a sentirlo, ma lui grida lo stesso. Poi arriva a sentirlo un signore di mezza età che si siede e dopo un po’ lo applaude e gli dice beffardo: “ma dov’è questa mafia? che cos’è la mafia?”. Quel signore là, quello di mezza età, dice così perché lui è mafioso e ha tutto l’interesse di dire che la mafia non esiste.

Poi questa cosa, l’abbiamo sentita dire mille volte pure dai compaesani di Saviano. “La camorra non esiste”, “sì, ci sono persone brave e persone cattive, ma quelli sono fatti loro”.

Ecco, io vi volevo dire, che io queste persone le capisco. Cioè io c’ho l’impressione di capire perché loro dicono così. Cioè secondo me è sbagliato pensare che loro lo dicono perché sono tutti in malafede, che in realtà loro lo sanno benissimo che cos’è la camorra e non dicono niente solo perché hanno paura. Io credo che non è così.

Io credo che loro veramente non sanno che sia la camorra. Perché ci hanno vissuto dentro da quando sono nati, e quella per loro non è camorra, è come va la vita. Se uno è  cresciuto in un paese in cui è normale promettere un posto di lavoro per un voto, questa non la considera mafia. “Che c’entra, la mafia è quelli che si sparano, che mettono le bombe…” e invece no. No, perché le pistole e le bombe sono solo l’ultimo anello della catena. Se uno smette di pensare che è necessario affiliarsi a un clan per poter vivere, allora a mano a mano questo meccanismo lo svuota dall’interno. E questa a me, mi sbaglierò, ma mi sembra l’unica strada per vincere sulla mafia in Italia.

L’affiliazione, per esempio, è un meccanismo che in Italia non te lo richiedono solo i Casalesi. Tutte le volte che pensi che per trovare un lavoro bisogna trovare chi ti raccomanda, quella è un’affiliazione. La protezione degli “amici” a scapito degli “estranei” è la classica gestione del clan. A molti di noi questa sembra una cosa normale, quindi non la consideriamo mafia. Ma basta mettere un attimo il naso fuori dall’Italia per capire che forse qualche domanda in più dobbiamo farcela tutti.

Perché in Italia non ci sono quasi mai concorsi pubblici per dirigere i teatri? In tutti gli altri paesi europei chiunque di noi può concorrere per dirigere i più importanti teatri del paese. Qui da noi, no. Scusate se vi parlo di teatro, ma questa è la cosa che io conosco un po’ di più. Illegale non sarà, però è espressione di una cultura alla quale io credo che noi, se vogliamo diventare un paese moderno, abbiamo il dovere di ribellarci.

A Milano c’è un teatro in centro, si chiama “Teatro Litta”. Il Teatro Litta ha un programma molto bello che si chiama “Work in progress”, è un programma unico in Italia. Funziona così: il teatro adotta un giovane regista per tre anni e gli produce tre spettacoli fornendogli tutta l’assistenza di cui ha bisogno sul piano produttivo, promozionale, artistico eccetera. Come vedete è un programma davvero bello. Credete che ci sia un bando pubblico per selezionare questo giovane regista? Non c’è.

E allora come si fa a selezionare il giovane artista che avrà questa possibilità? Semplice. Uno viene a conoscenza da voci di corridoio che il giovane regista precedente è arrivato al termine del suo triennio allora cerca di farsi presentare o di presentarsi al direttore artistico di questo teatro per vedere un po’ cosa si può fare per farsi prendere, cerca di stare simpatico a questo direttore, di stargli un po’ dietro, ma “non ci sono scadenze”, “noi vediamo un po’ di gente”, “poi decidiamo”… vi sembra una cosa seria? Infatti non lo è.

Io penso che se noi non iniziamo a ribellarci a questo genere di cose, io credo che noi della mafia in Italia non ci libereremo mai.

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