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Le donne di Attiva Lizzano

Oggi Ivan Scalfarotto, vicepresidente del PD e fondatore di Parks, ha scritto un post molto bello sul problema che L’Italia ha con le donne.

Recentemente sono stato a un evento nel quale si volevano discutere soluzioni per modernizzare il Paese: su 50 invitati le donne erano tre. Quando ho provato a far notare che nessuna modernizzazione poteva nemmeno pensarsi in assenza del punto di vista femminile, i presenti mi hanno guardato come fossi un imprevisto residuato ideologico: con sorpresa, con scetticismo, quasi con commiserazione. Se le donne non vengono a queste iniziative cosa possiamo farci? Problema loro.

Qui a mezzogiorno, avevamo già parlato della questione femminile nei nostri paesi, in cui la vita sociale passa soprattutto dai bar e i bar sono frequentati quasi esclusivamente da uomini. (Per non parlare,  naturalmente, delle segreterie di partito, in cui, quando ci sono, le donne hanno una funzione poco più che esornativa).

Una delle cose belle di Attiva Lizzano, che non è per niente banale se vi guardate intorno, è che ad Attiva Lizzano le donne hanno sempre avuto un grande spazio. Senza bisogno di quote rosa, ma con la naturalezza di chi non ha bisogno di fare il macho per sentirsi forte e di chi ha capito che il punto di vista femminile è fondamentale per uno sviluppo sano e felice della società. Forse loro di questo non se ne sono neanche accorti, e se non se ne accorti glielo dico io da qui e gli faccio i complimenti, anche per questo.

Forza così, ragazze e ragazzi!

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Mi sa che io resto

Se dovessi scrivere stamattina una delle liste che ieri abbiamo sentito a “Vieni via con me”, se dovessi scrivere una lista dei motivi per cui resto in Italia, la prima cosa che scriverei stamattina è “perché l’Italia è il mio paese ed è il paese di Falcone, di Benigni, di Saviano, di Fazio e di Abbado”. Ma li avete visti? Santo cielo che bell’Italia.

Mille cose si potrebbero dire della puntata di ieri sera, sulla quantità e qualità degli spunti di riflessione e sulle occasioni di contatto con una narrazione nuova, affascinante, emozionante perché vera (dio mio, vera) di questo paese prostrato che ci siamo ritrovati ad avere per patria.

Mille cose, dicevo, ma una, una in particolare: Benigni che si rivolge a Sandokan. Con la sua leggerezza, con ironia ma con un coraggio e una fermezza incredibili. Questa mi è sembrata una novità assoluta, io per lo meno una cosa così non l’ho mai vista. Nel paese degli innominabili, del timore reverenziale, della paura delle ritorsioni, del garantismo applicato più ai boss che agli altri, il genio di Benigni ha raggiunto una nuova altezza. Ha guardato in faccia Schiavone e quelli come lui, li ha presi in giro, smascherando com’è ridicolo quel prendersi così sul serio di chi crede di poter guadagnare rispetto con gli ammazzamenti, di chi crede di poter disegnare la storia con gli attentati.

Benigni li ha guardati negli occhi e gli ha detto “vendicatevi”, e la sua battuta, esilarante, in quel momento coincideva con una enorme verità, l’impossibilità categorica della vendetta. La vendetta non può annientare l’onestà, non ammazza l’ideale, soltanto uccide te stesso, e l’altro. La storia continua però.

In un paese in cui Saviano ha difficoltà a prendere casa in affitto, perché nessuno lo vuole come vicino di casa, Benigni ieri sera ci ha fatto una grandissima lezione di coraggio. Di quelle che, portate nella vita quotidiana, cambiano un paese.

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Liberazione

Quando viene la festa della Liberazione, ho come l’impressione di sentirmi sempre un po’ in colpa. Non ho parenti nè conoscenti che siano stati partigiani, mio nonno era stato fascista. Dalle mie parti credo che questa sia la condizione di molti. La cosa che mi ha appassionato alla Resistenza, però, è stato lo studio della storia. Il periodo della liberazione è un periodo affascinante da immaginare, la lotta per la libertà, la rivolta di un popolo, le condizioni di un paese semidistrutto dalla guerra che viene però percorso da un sogno, sono cose che ho sempre trovato di un grande fascino.

Per cui quando sento che il presidente della Provincia di Salerno rimuove la parola “resistenza” dal manifesto della Festa della Liberazione, non provo rabbia, desiderio di rivalsa, frustrazione, no. Provo tristezza e dispiacere. Se il riscatto dell’Italia fosse stato voluto solo da potenze straniere, vorrebbe dire che neanche in quel terribile momento gli italiani sognavano un paese migliore e combattevano per averlo.

Per fortuna, checchè ne dica Cirielli, sappiamo che non è così. E visto che lo sappiamo, forse sarebbe bello oggi prendersi 10 minuti e spiegare questa storia affascinante a quelli che non hanno avuto (ancora) modo o tempo di studiarla.

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We think

Per me fare i lavori di gruppo è sempre stato faticosissimo. Mi ricordo alla scuola elementare quando ci davano da fare i cartelloni insieme, io lo odiavo. E alla scuola media le ricerche, dio mio. Lavorare in gruppo non è una cosa per cui mi sentivo portata. Poi a un certo punto della mia vita mi sono messa a fare teatro. Che il teatro se non sei in gruppo non lo fai. Lì ho capito che il livello di qualità che può raggiungere un lavoro di gruppo è molto molto difficile che lo raggiunga una persona da sola.

Ho pensato anche che, allora, forse nelle scuole il lavoro di gruppo dovrebbe essere più incoraggiato non come extra, ma come dimensione fondante dell’apprendimento. C’è una associazione di insegnanti negli Stati Uniti che si chiama “Teach for America” ed è una grandissima associazione alla quale Obama si è appoggiato per la riforma della scuola. Molti degli insegnanti che fanno parte di Teach for America dividono la classe in gruppi fin dalle prime classi elementari, dicono che, una volta avviato il processo di apprendimento, i bambini si spiegano meglio le cose tra di loro.

Beh, il modo in cui siamo cresciuti noi è molto diverso. A scuola se uno è bravo è incoraggiato all’individualismo più che a condividere con gli altri. Ed è tutto così, se ci pensate. Io penso che noi del sud questa cosa la facciamo ancora di più. Infatti non abbiamo la cultura della cooperativa, per esempio. O delle associazioni di categoria. Questi sono fattori determinanti per lo sviluppo di un territorio.

Nel video che posto qui oggi, c’è una riflessione molto bella su come Internet può aiutare questi processi. E’ un video che fa parte del progetto “We think”, “Noi pensiamo”, dell’esperto di creatività e innovazione per l’impresa Charles Leadbeater.

A un certo punto c’è una frase: before you were what you owned, now you are what you share. Che significa: un tempo eri ciò che possedevi, ora sei quello che condividi.

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Non vai da nessuna parte

MEZZOGIORNO

Senza una spinta.

Senza un santo in paradiso.

Senza le “conoscenze”.

NORD

Senza un’immagine cool.

Senza un’idea che vende.

Senza il network.

Certe volte penso che stavo meglio a mezzogiorno. Almeno i luoghi comuni avevano un’aria più vintage.

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Il computer è mio e lo gestisco io.

In questi giorni, ahimè, non ho internet a casa. Questo mi crea notevoli disagi e mi ha fatto pensare ai problemi di comunicazione nei quali mi imbatto quando penso di poter usare internet a casa mia così come l’uso qui a Milano. Qui a Milano attraverso la rete raggiungo tutti quelli che mi vengono in mente. A Lizzano, invece, bisogna che ci si inventi qualcosa perché a fare uso di internet quotidianamente è ancora solo una piccola minoranza.

Penso che oltre che culturale, sociale, mediatica, la rivoluzione di Internet porti con sè anche il germe di una rivoluzione politica. Se, come diceva Gaber, “libertà è partecipazione”, non si può negare che oggi noi siamo potenzialmente molto più liberi di 20 anni fa. E credo che questo sia stato dimostrato dall’uso che di internet hanno fatto alcune delle esperienze politiche più avanzate di cui ho notizia: quella di Obama negli Stati Uniti e quella di Nichi Vendola in Puglia.

A mezzogiorno, nelle case in cui c’è una connessione, a navigare su internet sono quasi sempre solo gli uomini. Perché? C’entra la proverbiale avversione delle donne verso la tecnologia? C’entra il fatto che in molti ritengono disdicevole per una donna essere iscritta su facebook? Che i fidanzati gelosi preferiscono avere una donna con un’attività web limitata?

Potrà far sorridere qualcuno, ma io penso che la rivoluzione culturale delle donne del mezzogiorno abbia con internet oggi una grande possibilità e che non vada lasciata cadere. E se il prezzo può essere quello di qualche complicazione romantica in più… forse è il caso di pagarlo.

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Cartolina da Casal di Principe

Di Casal di Principe in televisione si vedono quasi sempre quelli che a Saviano non lo possono vedere. In questo documentario ci sono gli altri, quelli che lottano insieme a lui.

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Primavera

Il premio Ubu è una specie di Oscar del teatro italiano. Come per gli oscar, ce n’è di diverse categorie: attore protagonista, miglior spettacolo, miglior testo… e poi ci sono i premi speciali.

Il premio speciale quest’anno l’ha vinto un festival che si tiene a Castrovillari, in Calabria, tra maggio e giugno. Il festival si chiama Primavera dei Teatri ed è uno dei festival più belli che ci sono in Italia oggi. Sicuramente un punto di riferimento per il teatro del mezzogiorno.

Il festival è organizzato da una compagnia che si chiama Scena Verticale, ed è ora giunto alla sua undicesima edizione.

Il fatto che, in uno dei territori più poveri e problematici d’Italia, si trovino i soldi e il tempo di promuovere queste iniziative, mi sembra straordinario. Se mi consentite di essere un po’ enfatica, mi sembra quasi un inno a quella rinascita in cui possiamo sperare e che dobbiamo, assolutamente, imparare a immaginare.

Mi è venuto in mente questo spot che ha realizzato Orange per sponsorizzare il campionato di calcio africano.

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Dalla padella alla brace o dalla brace alla padella? Questo è il problema.

Sulla prima pagina di Repubblica di ieri Fabrizio Ravelli parlava dell’inquinamento di Milano che batte i record europei, che fa invecchiare i giornalai e quelli che lavorano per strada più in fretta anche di 13 anni, che fa aumentare sempre di più le patologie respiratorie. (A me, d’altra parte, quando sto a Milano, la bronchite mi viene SEMPRE).

Io ho pensato porca miseria! Non so proprio da che parte girarmi.

Ho cercato su youtube “smog milano” e ho trovato questo video che è stato postato tre giorni fa.

C’è sicuramente una riflessione da fare sul fatto che lo smog di Milano occupa le prime pagine e l’Ilva no. Ma c’è anche da dire che di questioni ambientali, nonostante la preziosa attenzione data a Gomorra, si parla troppo poco in generale, vista la situazione catastrofica in cui si trova l’Italia.

Io, nel mio piccolo, dell’Ilva parlo a tutti quelli che incontro: a Bologna, a Milano, a Torino, a Firenze, ad Arezzo. Gli parlo dell’Ilva e ovviamente anche del Fizz, della Puzza insomma. Visto che non ne parlano i giornali, lancio la proposta che ne parliamo noi. Sui social network, ma anche proprio a voce, tipo “ma sai che…?”. Se anche voi che non siete di Taranto ne parlate delle cose che leggete qui o in giro, noi non ci offenderemo, promesso.

Non penseremo che state infangando la nostra terra, al massimo che volete ripulirla da questi fanghi insieme a noi. E vi ringrazieremo.

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Elementare? Watson!

Oggi è uscita una ricerca dell’Invalsi che poi sarebbe l’Istituto Nazionale per la Valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione.

Insomma, questa ricerca dice che c’è un grosso divario tra le opportunità di apprendimento offerte ai bambini del Sud e quelle a disposizione dei loro coetanei del Nord. Le classi esaminate erano seconde e quinte elementari. Il rapporto fotografa una situazione grave, ma, possiamo ammetterlo, non sorprendente. Le ragioni sono storiche, sociali, politiche. Una politica della scuola che non metta tra le sue massime priorità la risoluzione di questa profonda ingiustizia non è degna di essere considerata tale.

Il problema è strutturale e c’è moltissimo da fare per mettere le scuole nella situazione di poter svolgere il loro lavoro con la dignità necessaria.

Però c’è anche qualcosa che possiamo fare nel nostro piccolo, ogni giorno, per cercare di salvarci dall’abisso sul ciglio del quale ci troviamo. La cultura non passa solo attraverso la scuola e il contesto in cui i bambini e i ragazzi crescono, tutto ciò che c’è intorno alla scuola ha un ruolo fondamentale per lo sviluppo dei nostri paesi. In una situazione critica come quella in cui ci troviamo, la limitatezza delle risorse ci impone di scegliere con attenzione su cosa investire.

Troppo spesso nei nostri paesi i fondi destinati alla cultura vengono sperperati per iniziative che, o si modellano su stereotipi televisivi di bassissimo livello, con la scusa che “la ggente non capiscono” oppure continuano stancamente a ricalcare i presunti fasti di un passato in cui “le tradizioni, le usanze, il folklore, il dialetto, le ricette della nonna, gli attrezzi del nonno”. Questo genere di iniziative non possono occupare la quasi totalità degli spazi destinati alla cultura. Primo perché non si pongono il problema di stabilire un legame con i ragazzi ai quali vengono indirizzate: vabene la salvaguardia delle tradizioni, ma che cosa interessa a questi ragazzi? Loro che cosa vorrebbero fare? Che cosa vorrebbero sapere e come vorrebbero impararlo?

Questa è una sfida che noi possiamo e dobbiamo raccogliere con passione e impegno e umiltà. Qui a Mezzogiorno possiamo iniziare a immaginare il futuro e a sperimentarlo. Se continuiamo a crogiolarci nello stereotipo della terra del sole, con i tempi umani, dove le tradizioni contano, e i sapori sono quelli di una volta, e il progresso non progredisce, e il passato non passa… credo che abbiamo poche chances di essere protagonisti del nostro futuro.

Possiamo continuare ad aspettare una riforma della scuola geniale, una politica di investimenti oculata e giusta, ma se non cambiamo il nostro sguardo, purtroppo, anche il migliore dei governi possibili potrebbe non essere abbastanza.

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