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Gay, lesbiche, soldati, ragazzini.

Che cosa sta succedendo negli Stati Uniti? Ieri il Senato ha approvato con 65 voti favorevoli e 31 contrari l’abolizione della politica del “Don’t ask, don’t tell”. Che cos’era? Era una regola che permetteva agli omosessuali di arruolarsi solo a patto di nascondere il proprio orientamento sessuale. “Don’t ask, don’t tell” vuol dire “non chiedere, non raccontare”.

Perché è importantissima questa cosa? Perché la politica del “don’t ask, don’t tell” stabiliva un principio assurdamente ipocrita: non l’incompatibilità di cittadini omosessuali con la carriera militare, ma l’incapacità dell’esercito di gestire l’informazione che un suo soldato o generale è omosessuale. Questa incapacità di gestione, invece che ricadere sulle spalle di chi non è in grado di avere a che fare con una certa situazione (e dunque va sostituito) ricadeva sulle spalle del soldato o della soldatessa omosessuale, che doveva così tenere nascosta la propria omosessualità per non svelare le inefficienze del sistema.

Abbastanza inquietante che la potenza armata di uno stato faccia ragionamenti di questo tipo, no?

Nell’ultimo periodo, Obama sta conducendo una importante battaglia culturale contro l’omofobia e oltre che impegnarsi per l’abrogazione di questa legge, ha anche partecipato a una straordinaria campagna mediatica che si chiama “It gets better”, “col tempo migliora”, che è indirizzata a tutti quegli e quelle adolescenti che vivono situazioni molto difficili a causa della propria omosessualità e che spesso, a causa delle violenze subite a causa del bullismo a scuola o in famiglia, si tolgono la vita. Succede anche in Italia, ma nessuno ne parla.

In questi video, importanti politici, star dei telefilm, della musica, dipendenti di grandi aziende come facebook, google, parlano direttamente a questi ragazzi e ragazze e gli dicono: lo sappiamo che fate una vita di merda, ma sappiate che migliorerà. Migliorerà anche grazie al vostro contributo e insieme ce la faremo. Vi immaginate come sarebbe bello se facessimo una cosa così anche in Italia? E, ora che ci penso, perché non iniziamo a farla?

Se sapete l’inglese (è anche sottotitolato) guardatelo, è bellissimo. Quello di sotto, dei dipendenti di Google, è sottotitolato in italiano.

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“Meglio un figlio ladro che un figlio frocio”

Che cosa avete pensato leggendo questo titolo? Avete pensato subito al titolo della canzone degli Skiantos? Oppure avete pensato che fosse una nuova dichiarazione del Presidente del Consiglio o della Conferenza della Famiglia? Tutto sommato è sorprendente che nessuno l’abbia ancora citata, nessuno di loro dico.

È sorprendente visto che:

1) Melania Rizzoli ha potuto scrivere sul Giornale “Basta con le ipocrisie: tutti preferiamo un figlio etero”

2) Berlusconi ha sostanzialmente detto che è meglio andare con le minorenni (essendo un settantenne) che non essere gay

L’ultima perla è di Alemanno e viene proprio dalla conferenza della famiglia:

3) “Se vogliamo aiutare le famiglie, che sono quelle sposate, dobbiamo aumentare le tasse ai single e alle coppie con pochi figli”

Soluzione quest’ultima che non penalizzerebbe solo gli omosessuali (come nessuna delle precedenti, visto che un paese in preda a questa barbarie è un paese peggiore per tutti) ma tutte quelle coppie che sono già penalizzate per il fatto di non essere riconosciute come tali solo perché non sono sposate. A casa mia si direbbe “Dalli ‘n cuerpu”.

Ah, se volete ascoltare la canzone… la trovate qui.

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14 cose che non c’entrano

Ho fatto una lista di cose “insignificanti” che non aiutano a combattere l’omofobia. Cose che quando ne parli ti rispondono “che c’entra?”.

1) Le canzoni di Anna Tatangelo

2) I programmi tv del pomeriggio e la rappresentazione stereotipata “dei gay”

3) L’esigenza di adeguarsi a quella rappresentazione per potersi sentire riconosciuti / La paura di essere associati a quello stereotipo

4) L’ignoranza di verità scientifiche assodate

5) L’assenza di un servizio di informazione adeguato sul tema / La presenza di un servizio di informazione sul tema che si limita alla retorica delle canzoni di Anna Tatangelo (anche identificabile come “retorica-dell’anche-tu-sei-uguale-a-noi”)

6) La paura di affrontare la propria omofobia

7) La paura di essere omosessuali

8 ) Lo snobismo di quelli che credono di essere così poco omofobi da poter fare battute omofobe

9) Lo snobismo degli intellettuali cittadini nei confronti della provincia retrograda

10) Il maschilismo

11) Lo snobismo di quelli che credono di essere così non-maschilisti da poter fare battute maschiliste

12) L’omofobia degli omosessuali nei confronti di altri omosessuali

13) L’omofobia degli omosessuali nei confronti di se stessi

14) Le arrampicate sugli specchi per impedirsi di cambiare idea, anche quando si sente che si è pronti per farlo. (A un certo punto, poi, magari il cuore si indurisce in questa arrampicata. E forse allora sarà troppo tardi).

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Non succede solo qui (ma lì hanno chiamato i carabinieri)

Parlando di baci e abbracci sulla spiaggia, ieri mi hanno segnalato un articolo. Leggendo di questo altro caso di omofobia, molto simile a quello che ho descritto qui la scorsa settimana, ho pensato che si soffoca in questa estate italiana.

Guardate cosa c’era ieri sulla prima pagina del Corriere.

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Guarda come Vendola

Il Post oggi pubblica il discorso con cui Nichi Vendola, il nostro governatore, entrò di fatto nella dirigenza della Fgci, nel febbraio del 1985. E traccia una linea che unisce quel discorso al Vendola di oggi.

Il discorso di Vendola contiene alcune riflessioni importanti soprattutto se consideriamo che sono state pronunciate 25 anni fa, quando lui aveva 26 anni.

Ci sono questioni che vanno finalmente affrontate, con franchezza, scrollandosi di dosso un pesante fardello di pregiudizi e intolleranze. E l’indifferenza può essere più feroce dell’intolleranza.
Vengo da un’esperienza politica in cui ho potuto misurare l’emergere prepotente di una questione omosessuale in termini di formazione di circoli, come qui a Napoli, di socializzazione, di storie, di fatiche, di itinerari individuali e collettivi, ma anche in termini di violenze immani, di solitudini senza scampo, di morti ammazzati.

Per noi non si tratta solo di riconoscere la dignità dell’esperienza omosessuale, si tratta soprattutto di raccogliere la diversità e le diversità come una ricchezza grande e insostituibile del patrimonio morale e politico di chi vuole cambiare il mondo. Si tratta di fare un discorso spietato sulla cultura dominante, sul costume, sulla miserevole e violenta sessualità del maschilismo.

Si tratta di tirar fuori le nostre storie. L’omosessualità è ancora l’amore che non osa pronunciare il suo nome? In questo campo, più che altrove, le parole sono pietre, pesano sulle coscienze, talvolta sono macigni.

Ci sono molte persone, anche compagni, che soffrono di una sofferenza muta. È soprattutto con queste persone, con questi compagni, diciamo i “diversi” di ogni tipo, che ho voglia di costruire l’alternativa. Un’alternativa al ghetto del quartiere dormitorio, al ghetto della fretta spersonalizzante, della solitudine coatta, dell’impotenza, dei gesti della siringa e della fuga terrorizzata da se stessi.

Il discorso si chiude poco più avanti con questa frase:

La nostra identità dobbiamo “giocarcela” sul campo. Sul muro di un palazzone grigio di Bari, ho letto una frase scritta in vernice rossa in cattivo francese, ma il cui senso era inequivocabile. Dalla nervosa geografia urbana, tra graffiti e walkman e neon lividi e metallica solitudine, fin dentro il mio cervello, e spero, fin dentro il vostro cervello: quella frase era “Con amore, per il comunismo”.

Bè, il mio augurio al nostro governatore è di non perdere il coraggio e di scegliere di lavorare ogni giorno “con amore, per L’Italia”.

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4 riflessioni per combattere l’omofobia

1) L’omosessualità non è una pratica sessuale

Dire “sono gay” non è uguale a dire “mi piace farlo nella posizione 69 oppure a missionario”. Non è più accettabile questa confusione che fa credere alla gente che se uno non fa mistero della sua omosessualità è perché vuole esibire il suo rapporto col sesso e scioccare la gente. Nessuno di noi crederebbe che un uomo che ci presenta sua moglie stia alludendo alla loro vita sessuale. Questo vuol dire che tutti quelli che si dichiarano tolleranti nei confronti degli omosessuali “purché vivano questa scelta in privato, com’è giusto che sia” dovrebbero prendere atto di avere una posizione inaccettabile in un paese civile e democratico. Se siamo d’accordo con il principio che la legge è uguale per tutti, sarebbe come chiedere a tutti i cittadini di non fare parola con nessuno riguardo alla propria situazione familiare. Nessuno potrebbe più dire “mio marito” “mia moglie” o prendersi per mano o baciarsi per la strada.

2) L’omosessualità non è un partito, nè un’associazione

“I gay” si sente dire spesso. Come se si trattasse un po’ di un unico insieme. Con sfaccettature, sfumature, certo. Ma come un unico insieme. Questo modo di pensare agli omosessuali porta dritto a un’accusa apparentemente liberale che spesso viene rivolta agli omosessuali (e che spesso anche LGBT tra loro si rivolgono): “comportandoti così non rendi un buon servizio agli omosessuali”. A nessuna persona omosessuale può essere imposto di agire in rappresentanza di un gruppo (che esiste solo nella testa di chi formula l’accusa). Così come per chiunque altro, ognuno di noi agisce secondo i propri desideri e bisogni, i propri valori e le proprie credenze, rivendicando un’individualità che è alla base dello sviluppo della civiltà contemporanea. Le azioni individuali potranno essere o no giudicate ma sempre tenendo presente che si tratta di azioni individuali e che i loro effetti non riguardano “i gay”. Sarebbe come parlare di “etero violenti” in seguito a un omicidio, o a una violenza sessuale, oppure “etero drogati” in seguito a una inchiesta di traffico di coca in una discoteca. Abbastanza impensabile, no? Appunto.

3) “Io ti accetto”

Il rapporto con una persona omosessuale non può partire su questa base. Perché? Perché è come se, invece di partire da zero, io partissi con un debito nei confronti di chi mi accetta (che, se “mi accetta”, mi potrebbe anche rifiutare). Questo è un atteggiamento estremamente comune e spesso difficile da riconoscere. Ci si aspetta che le persone omosessuali riconoscano in qualche modo la concessione che gli viene fatta e che si debbano comportare di conseguenza. Naturalmente questo debito può non esserci affatto oppure pesare su un rapporto in modo lieve o pesantissimo, ma credo sia importante riconoscerlo, perché spesso da qui nascono molti sensi di colpa sia per chi “accetta” (che da qualche parte, forse, sente che c’è qualcosa che lo disturba ma non vuole guardarlo in faccia o non ne è capace o ne ha paura) che per chi “viene accettato” che sente pesare una piccola ipoteca sui propri rapporti.

4) “Non bisogna avere fretta, ci vuole pazienza”

Non siamo ipocriti: per la cultura da cui veniamo e in cui siamo immersi, per i continui proclami della Chiesa, per quello che si sente dire “in giro”, non possiamo aspettarci che sia così immediata una relazione serena con l’omosessualità. Ma. La mancanza di serenità rispetto a questo tema, è una “croce” che va portata da quelli che, per il modo in cui sono cresciuti, per varie ragioni (molto varie) hanno un problema con l’omosessualità. Non è pensabile scaricarla sulle spalle degli omosessuali. Sarebbe come se uno che ha paura delle persone di colore (perché magari sua madre da piccolo lo spaventava con la storia dell'”uomo nero”) chiedesse alle persone di colore di stare in casa, così lui, finché non gli passa, può passeggiare tranquillo.

Il fatto è che, se queste persone di colore non escono finché al poverino passa la paura, magari in casa ci invecchiano, e siccome devono restare in casa, magari non incontrano l’amore della loro vita e magari vorrebbero farsi una famiglia e non possono. E anche se queste persone sono migliaia, milioni, non importa. Devono aspettare pazienti che all’omino che passeggia tranquillo passi la paura.

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Omofobia

Ero al mare a Lizzano quando, qualche giorno fa, mi hanno chiesto di non abbracciare la mia fidanzata perché questo non sarebbe stato rispettoso nei confronti degli altri bagnanti (soprattutto di quelli con bambini piccoli). Naturalmente al mare c’erano molti fidanzati che si abbracciavano, che scherzavano facendo il bagno insieme. Eppure nessuno è andato da loro. Si sono scomodati solo per venire da noi. “Due ragazze in atteggiamento poco decoroso”, mi hanno detto. “Un abbraccio?” ho risposto io. “Qui ci sono persone perbene” mi hanno risposto. Ne ho dedotto che per il sistema di valori della persona con cui stavo parlando, io, evidentemente, non sono una persona per bene.

Allora mi sono chiesta che cos’è una persona per bene. Forse una persona per bene è una persona che ha paura del giudizio degli altri a tal punto da rinunciare a essere se stessa, a tal punto da decidere di nascondere sistematicamente i propri sentimenti. Forse una persona per bene è una persona che accetta il compromesso al ribasso come strategia per vivere “tranquilla”, fregandosene del fatto che l’ignoranza e la paura dell’omosessualità sono una delle prime cause delle violenze che tanti cittadini italiani subiscono ogni giorno. Forse una persona per bene è una persona che crede che i bambini non debbano essere educati all’amore per la differenza, ma che debbano farsi un’idea totalitaria del mondo, preconfezionata secondo gli standard dei propri genitori. Forse una persona per bene, è una persona che non si lascia mai smuovere da nulla, che rimane ferma sulle proprie posizioni fino a marcirci, che non ha curiosità per la vita e per le scoperte che una vita può portare con sè. Magari anche la vita di un altro.

Ho pensato allora che forse davvero non sono una persona per bene. Perché non voglio avere paura, perché voglio essere sincera, e perché se avessi un figlio, mi piacerebbe che fosse diverso da me, mi piacerebbe che fosse migliore e che mi mettesse in crisi, che continuasse a mostrarmi cose del mondo che io non avevo mai colto. Forse se avessi un figlio, mi piacerebbe anche che mi aiutasse a capire che cos’è che fa tanta paura dell’abbraccio di due donne su una spiaggia.

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