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Perché lavorare gratis può rendervi felici e invece le crociate vi renderanno sempre più incazzati.

La mia bacheca di Facebook si è velocemente popolata di veementi blog post contro le esortazioni di Jovanotti a lavorare gratis se, in quel lavoro, c’è per noi una esperienza importante.
Queste esortazioni sono state per me particolarmente stridenti in un momento in cui io sto lavorando gratis a un progetto, e ho chiesto ad altre persone di lavorarci gratis, insieme a me.
Sento già le obiezioni di qualcuno di voi: è volontariato! Non è lavoro. No. È lavoro. Sto facendo una cosa per la quale sono preparata. Una cosa che fa parte di un set di competenze professionali che ho messo a punto in anni di lavoro e studio e per la quale, normalmente, mi farei pagare.
Perché ho scelto di farla gratis? È molto semplice: il progetto al quale sto lavorando mi piace moltissimo, e le persone che lo stanno portando avanti non hanno soldi per pagarmi. Io avrei potuto decidere di lasciar perdere e passare al lavoro successivo. Eppure, invece, ho deciso di dire sì. E sono stata così folle da trascinare altre due persone in questa avventura (persone che non ho letteralmente “trascinato”, persone che ho invitato e che hanno deciso di partecipare).

Io credo che lavorare gratis sia – in determinati casi – una cosa importantissima e che il dibattito tra “lavoro gratis sì” e “lavoro gratis no” sia incredibilmente inutile. Incredibilmente inutile.
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WORK

Nell’ultima settimana si è parlato parecchio di lavoro. Per via di Paola Caruso, la giornalista del Corriere che ha fatto uno sciopero della fame per non essere stata assunta dopo 7 anni di collaborazioni a progetto. Se n’è parlato tanto e da molti punti di vista. Alcuni rispettabili, altri decisamente no.

Quelli che decisamente no, sono quelli di chi dice “c’è crisi, è così. Vedrete che chi è bravo ce la farà comunque.”

Il problema, lo diciamo chiaro e tondo, non è “farcela comunque”. Questo è un modo per niente innovativo di affrontare la questione, un modo retrogrado: non si tratta di una novità portata dalla crisi, è qualcosa che c’è sempre stato. Ma la crisi c’è, e un ripensamento è necessario.

L’ultimo numero di Good Magazine ha come tema “work”, il lavoro appunto. Traduco qui l’editoriale, perché secondo me è il punto di vista più interessante e innovativo che abbia sentito fino a oggi sulla questione.

Sia che ci affatichiamo in un lavoro a tempo determinato, che cerchiamo di trasformare una nostra passione in una carriera o che dobbiamo prenderci cura della nostra famiglia con tutti i mezzi necessari, tutti dobbiamo lavorare. Data questa realtà, è strano che non facciamo di più per migliorare la nostra vita lavorativa.

Potrebbe sembrare strano oggi parlare in questi termini di lavoro, visto che in giro ce n’è così poco. Ma quando non ci sono problemi di occupazione, il lavoro è dato per scontato. Andiamo a lavorare. Ci arriva la paga. Torniamo a lavorare. Adesso – che il lavoro è il primo dei nostri pensieri – potrebbe essere il momento migliore per cambiare le nostre cattive abitudini.

Sarebbe bello che questo numero, allora, servisse come punto di partenza per una nuova generazione di lavoratori per ripensare alle condizioni del loro lavoro. Nel farlo, forse, potremmo emergere da questa crisi non solo con un’economia rivitalizzata, ma anche con una nuova prospettiva sull’attività che occupa la maggior parte del nostro tempo da svegli.

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