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Ciò che siamo e ciò che vogliamo

Se non l’avete già visto, guardatevi questi due minuti di Saviano al Palasharp. Ci riguardano parecchio.

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Trenta colpi

Oggi Roberto Saviano racconta la strage in provincia di Vibo Valentia, “peggio della ‘ndrangheta”.

Gli animali che sconfinano e mangiano l’orto e rovinano la coltivazione. Alberi tagliati senza permesso compromettendo la frutta. I confini della terra continuamente manomessi, e poi in piazza non ci si saluta e si sentono gli sfottò arrivare dietro la schiena. Anzi, un giorno dopo una discussione prendersi uno schiaffo in pieno viso. Questo è sufficiente per far decidere a Filandari in provincia di Vibo Valentia di condannare a morte. Ercole Vangeli e – secondo quanto sta emergendo dalle indagini – alcuni suoi parenti, non vogliono più che i vicini gli freghino la terra, non vogliono più che li prendano in giro in paese dicendo a tutti che loro, i Fontana, fanno quello che vogliono e i vicini, i Vangeli, sono dei miserabili che devono obbedire. Non vogliono più vedere gli zoccoli delle bestie dei Fontana rovinare le loro colture. Né vogliono vedere i loro nocciòli e gli ulivi estirpati per allargare le coltivazioni dei Fontana. Vogliono vendicarsi.

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Mi sa che io resto

Se dovessi scrivere stamattina una delle liste che ieri abbiamo sentito a “Vieni via con me”, se dovessi scrivere una lista dei motivi per cui resto in Italia, la prima cosa che scriverei stamattina è “perché l’Italia è il mio paese ed è il paese di Falcone, di Benigni, di Saviano, di Fazio e di Abbado”. Ma li avete visti? Santo cielo che bell’Italia.

Mille cose si potrebbero dire della puntata di ieri sera, sulla quantità e qualità degli spunti di riflessione e sulle occasioni di contatto con una narrazione nuova, affascinante, emozionante perché vera (dio mio, vera) di questo paese prostrato che ci siamo ritrovati ad avere per patria.

Mille cose, dicevo, ma una, una in particolare: Benigni che si rivolge a Sandokan. Con la sua leggerezza, con ironia ma con un coraggio e una fermezza incredibili. Questa mi è sembrata una novità assoluta, io per lo meno una cosa così non l’ho mai vista. Nel paese degli innominabili, del timore reverenziale, della paura delle ritorsioni, del garantismo applicato più ai boss che agli altri, il genio di Benigni ha raggiunto una nuova altezza. Ha guardato in faccia Schiavone e quelli come lui, li ha presi in giro, smascherando com’è ridicolo quel prendersi così sul serio di chi crede di poter guadagnare rispetto con gli ammazzamenti, di chi crede di poter disegnare la storia con gli attentati.

Benigni li ha guardati negli occhi e gli ha detto “vendicatevi”, e la sua battuta, esilarante, in quel momento coincideva con una enorme verità, l’impossibilità categorica della vendetta. La vendetta non può annientare l’onestà, non ammazza l’ideale, soltanto uccide te stesso, e l’altro. La storia continua però.

In un paese in cui Saviano ha difficoltà a prendere casa in affitto, perché nessuno lo vuole come vicino di casa, Benigni ieri sera ci ha fatto una grandissima lezione di coraggio. Di quelle che, portate nella vita quotidiana, cambiano un paese.

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Democrazia mafiosa

Su Repubblica di oggi c’è un articolo di Roberto Saviano molto bello.

Nell’ultimo periodo mi è capitato spesso di discutere del voto di scambio e del fatto che, se dovessi fare una campagna per una qualche lista elettorale del mezzogiorno, più che contro gli avversari punterei tutto contro la pratica del voto di scambio. L’ho detto spesso in questi giorni, e molti mi hanno risposto: “E perderesti, è una cosa troppo radicata.”

E’ inaccettabile. Finché non ci scandalizzeremo anche solo a nominarlo questo maledetto modo di pensare il voto, l’Italia non potrà diventare un paese davvero moderno e civile.

Un paragrafo dell’articolo di Roberto dice così:

Il codice etico elettorale viene sbandierato quando si è molto lontani dalle elezioni e poi dimenticato quando bisogna candidare chi ti porta voti. Conviene essere contro le organizzazioni, ma se questo significa perdere? Cosa fai? Compromesso o sconfitta? Tutti rispondono compromesso. E questo perché la politica sembra essersi ridotta a mero strumento che usi per ottenere quello che il diritto non ti dà. Se non hai un lavoro, cerchi di ottenerlo votando quel politico; se non hai un buon letto in ospedale, cerchi di votare il consigliere comunale che ti farà il favore di procurartelo. Ecco, questo sta diventando la politica, non più rispetto dei diritti fondamentali, ma semplice scambio. Quello che si fatica a comprendere, è che il politico che ti promette favori ti dà una cosa ma ti toglie tutto il resto. Ti dà il letto in ospedale per tua nonna, ti dà magari l’autorizzazione ad aprire un negozio di tabacchi, ti dà mezzo lavoro: ma ti sta togliendo tutto. Ti toglie le scuole che dovresti avere per diritto. Ti toglie la possibilità di respirare aria sana, ti toglie il lavoro che ti meriti se sei capace. Questa è diventata la politica italiana: se non ne prendiamo atto, si discute su un equivoco.

Il resto, leggetelo qui.

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Angelo Vassallo e il suo messaggio al Mezzogiorno

Oggi, su Repubblica, Saviano ci spiega che significa la morte di Angelo Vassallo e perché non bisogna dimenticarcelo. Il suo articolo finisce così:

È in quei posti invisibili, apparentemente marginali che si costruisce il percorso di un Paese. Tutto questo non si è visto in tempo e oggi si continua a ignorarlo. La scelta del sindaco in un comune del Sud determina l’equilibrio del nostro Paese più che un Consiglio dei ministri. Al Sud governare è difficile, complicato, rischioso. Amministratori perbene e imprenditori sani ci sono, ma sono pochi e vivono nel pericolo.

In queste ore a Venezia verrà proiettato sul grande schermo “Noi credevamo” di Mario Martone, una storia risorgimentale che parte proprio dal Cilento, dal sud Italia. Forse in queste ore di sgomento che seguono la tragedia del sindaco Angelo Vassallo vale la pena soffermarsi sull’unico risorgimento ancora possibile che è quello contro le organizzazioni criminali. Un risorgimento che non deve declinarsi come una conquista dei sani poteri del Nord verso i barbari meridionali: del resto è una storia che già abbiamo vissuto e che ancora non abbiamo metabolizzato. Ma al contrario deve investire sul Mezzogiorno capace di innovazione, ricerca, pulizia, che forse è nascosto ma esiste. Deve scommettere sulla possibilità che il Paese sappia imporre un cambiamento. E che da qui parta qualcosa che mostri all’intera Italia il percorso da prendere. È la nostra ultima speranza, la nostra sola risorsa. Noi ci crediamo.

Anche noi.

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Lu votu (parte seconda)

Saviano ha detto una cosa importante nella puntata dell’11 aprile di quest’anno. Ne ha dette tante, ma una in particolare. Ha detto che il voto di scambio ti dà solo l’impressione di darti qualcosa (l’asfalto davanti casa, una lavatrice, una bustona di spesa, 50 euro, nel migliore dei casi un contratto a tempo determinato), ma quello che succede, quello che stai facendo in quel momento è rinunciare a tutto il resto per quella cosa minuscola.

“Il voto di scambio” ha detto “è tritolo messo sotto la democrazia”.

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