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Miracolo italiano #3: quando un biellese emigra a Matera (e si innamora di una materana)

La storia che vi voglio raccontare inizia con la mia diffidenza.
Incontrai Andrea Paoletti per la prima volta qualche anno fa a The Hub Milano. Pochi minuti dopo le presentazioni mi disse che voleva andare in Basilicata a fare qualcosa. Non sapeva ancora bene cosa, ma “invece che trasferirmi in Brasile ho pensato di andare in Basilicata”.
Io gli chiesi se avesse parenti là perché “Ma come questo vive a Milano e si trasferisce in Basilicata???” pensai. “Senz’altro vuole venire al sud perché gli sembra l’ultima frontiera del radical chic”. Lo confesso ora ad Andrea, scrivendo questo post, che queste erano le cose che pensai di lui quando mi disse del suo piano.
Non sono mai stata così felice di sbagliarmi in pieno, perché Andrea quando mi disse di quella idea balzana stava di fatto avviando il suo miracolo. Ma andiamo con ordine, perché questa è veramente una storia speciale.
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Mamme e figli maschi: come crescerli in modo da favorire una società più equa?

Mi sono imbattuta in questa citazione di Renate Siebert a proposito della figura della donna nella cultura mafiosa, e mi sono sorpresa per la lucidità e per la chiarezza con cui la professoressa Siebert descrive una dinamica nella quale così spesso mi sono imbattuta, in contesti che non avrei mai pensato di descrivere come “mafiosi”. Credo sia molto illuminante per capire quali cambiamenti debbano essere promossi all’interno delle nostre famiglie per favorire lo sviluppo di una società più giusta e moderna nel nostro Paese.

Nella sindrome della “madre dei miei figli” echeggia automaticamente un disprezzo per le donne: la donna, temuta e rifiutata con diffidenza perché portatrice delle tentazioni di Eros, desessualizzata e resa funzionale per la riproduzione, diventa l’icona della figura della madre. “L’unica donna veramente importante per un mafioso è e deve essere la madre dei suoi figli, le altre sono tutte puttane”, diceva il giudice Falcone, che bene conosceva i mafiosi. Questo sdoppiamento della figura femminile in madonna e puttana, esasperato in ambiente mafioso, non è estranea alla nostra cultura in generale. A questo si aggiunge un tratto, anch’esso non infrequente: quello di privilegiare il figlio maschio rispetto alla figlia femmina. La nascita del maschio concede alla donna, seppure come riverbero, una partecipazione allo splendore del principio maschile, principio dominante nella sfera pubblica, e contemporaneamente le dà la possibilità di modellarlo, di legarlo, di renderlo dipendente e di farlo suo per interposta persona nella sfera privata. Attraverso il potere sul figlio maschio la madre si appropria dello splendore del principio maschile, perché è lei colei che l’ha generato. Il possesso del figlio, agito fatalmente dall’amore materno, rivela così le sue due facce. Si tratta di un possesso esclusivo, goduto nel privato, che gratifica e valorizza la donna in quanto madre e, contemporaneamente, si tratta di una licenza per il figlio di comportarsi da maschio nel sociale – con tutto ciò che da questa licenza deriva per la madre stessa in quanto donna. Crescere il proprio figlio nell’illusione della sua supremazia significa, per la donna, legarlo a sé, fargli da testimone, da garante della sua superiorità alla quale ella partecipa illusoriamente in quanto madre. Significa anche instillargli, confermargli un disvalore del femminile, al limite un disprezzo per le donne. Valorizzando in questo modo il materno, le madri contribuiscono a svalorizzare il femminile, le donne. Contribuiscono a diffondere una cultura della sopraffazione e della violenza.

Renate Siebert è docente di Sociologia del mutamento all’Università della Calabria. I suoi libri possono essere acquistati qui.

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Ha senso dare mazzate ai muri?

La diffidenza aprioristica nei confronti della politica mi ha sempre disturbato. L’atteggiamento di chi considera qualunque coinvolgimento con la cosa pubblica come una cosa di cui vergognarsi l’ho sempre trovato incredibilmente irresponsabile.

Purtroppo, soprattutto al sud forse, questo è un atteggiamento incredibilmente diffuso. Che cosa ha prodotto questa attitudine finora? Il fatto che chi si avvicina alla politica è spesso chi lo fa con fini personali che non coincidono con il bene pubblico. D’altra parte, se “la gente per bene” si rifiuta di “sporcarsi le mani” chi rimane? Rimangono quelli là. E il gioco è sempre lo stesso: cittadini onesti che si lamentano, ma non si mettono mai in gioco, e cittadini meno onesti che bene o male si difendono ma che d’altra parte sono lì per quello (e il motivo per cui sono lì si sapeva anche nel momento delle elezioni, perché nei paesi ci si conosce e queste cose si sanno).

Questo meccanismo si è rotto.

Ho constatato che ci sono molte persone che (incredibilmente) pensano che sia impossibile fare politica senza rimanere onesti. Sarebbe come dire che non ci si può sposare senza diventare fedifraghi, o che non si può sostenere un esame senza copiare. Vi sembra sensato?

Ci sono molte persone che si lamentano della nostra classe politica, ma che in sostanza preferiscono che rimanga così, perché gli piace molto di più lamentarsi e prendersela con chi è al potere che non cercare il modo più efficace di risolvere i problemi. Perché spesso per risolvere i problemi bisogna assumersi delle responsabilità. Molte responsabilità. E questo fa paura.

Qual è la soluzione che molti adottano?

Gridare a gran voce che c’è bisogno di innovare, e continuare a chiedere l’innovazione a quelli che hanno ripetutamente dimostrato di non sapere o volere innovare. Continuare a chiedere coraggio e onestà a chi ha ripetutamente dimostrato di non essere interessato né a una cosa né all’altra. Così si sente di avere la coscienza a posto e di essere cittadini attivi, che partecipano.

Dare mazzate a un muro nella speranza che diventi un muratore, non ha mai portato a grandi risultati. C’è bisogno che ognuno di noi sia disposto ad assumersi maggiori responsabilità, se davvero vogliamo cambiare qualcosa. 

 

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Le donne di Attiva Lizzano

Oggi Ivan Scalfarotto, vicepresidente del PD e fondatore di Parks, ha scritto un post molto bello sul problema che L’Italia ha con le donne.

Recentemente sono stato a un evento nel quale si volevano discutere soluzioni per modernizzare il Paese: su 50 invitati le donne erano tre. Quando ho provato a far notare che nessuna modernizzazione poteva nemmeno pensarsi in assenza del punto di vista femminile, i presenti mi hanno guardato come fossi un imprevisto residuato ideologico: con sorpresa, con scetticismo, quasi con commiserazione. Se le donne non vengono a queste iniziative cosa possiamo farci? Problema loro.

Qui a mezzogiorno, avevamo già parlato della questione femminile nei nostri paesi, in cui la vita sociale passa soprattutto dai bar e i bar sono frequentati quasi esclusivamente da uomini. (Per non parlare,  naturalmente, delle segreterie di partito, in cui, quando ci sono, le donne hanno una funzione poco più che esornativa).

Una delle cose belle di Attiva Lizzano, che non è per niente banale se vi guardate intorno, è che ad Attiva Lizzano le donne hanno sempre avuto un grande spazio. Senza bisogno di quote rosa, ma con la naturalezza di chi non ha bisogno di fare il macho per sentirsi forte e di chi ha capito che il punto di vista femminile è fondamentale per uno sviluppo sano e felice della società. Forse loro di questo non se ne sono neanche accorti, e se non se ne accorti glielo dico io da qui e gli faccio i complimenti, anche per questo.

Forza così, ragazze e ragazzi!

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Mi sa che io resto

Se dovessi scrivere stamattina una delle liste che ieri abbiamo sentito a “Vieni via con me”, se dovessi scrivere una lista dei motivi per cui resto in Italia, la prima cosa che scriverei stamattina è “perché l’Italia è il mio paese ed è il paese di Falcone, di Benigni, di Saviano, di Fazio e di Abbado”. Ma li avete visti? Santo cielo che bell’Italia.

Mille cose si potrebbero dire della puntata di ieri sera, sulla quantità e qualità degli spunti di riflessione e sulle occasioni di contatto con una narrazione nuova, affascinante, emozionante perché vera (dio mio, vera) di questo paese prostrato che ci siamo ritrovati ad avere per patria.

Mille cose, dicevo, ma una, una in particolare: Benigni che si rivolge a Sandokan. Con la sua leggerezza, con ironia ma con un coraggio e una fermezza incredibili. Questa mi è sembrata una novità assoluta, io per lo meno una cosa così non l’ho mai vista. Nel paese degli innominabili, del timore reverenziale, della paura delle ritorsioni, del garantismo applicato più ai boss che agli altri, il genio di Benigni ha raggiunto una nuova altezza. Ha guardato in faccia Schiavone e quelli come lui, li ha presi in giro, smascherando com’è ridicolo quel prendersi così sul serio di chi crede di poter guadagnare rispetto con gli ammazzamenti, di chi crede di poter disegnare la storia con gli attentati.

Benigni li ha guardati negli occhi e gli ha detto “vendicatevi”, e la sua battuta, esilarante, in quel momento coincideva con una enorme verità, l’impossibilità categorica della vendetta. La vendetta non può annientare l’onestà, non ammazza l’ideale, soltanto uccide te stesso, e l’altro. La storia continua però.

In un paese in cui Saviano ha difficoltà a prendere casa in affitto, perché nessuno lo vuole come vicino di casa, Benigni ieri sera ci ha fatto una grandissima lezione di coraggio. Di quelle che, portate nella vita quotidiana, cambiano un paese.

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Omofobia

Ero al mare a Lizzano quando, qualche giorno fa, mi hanno chiesto di non abbracciare la mia fidanzata perché questo non sarebbe stato rispettoso nei confronti degli altri bagnanti (soprattutto di quelli con bambini piccoli). Naturalmente al mare c’erano molti fidanzati che si abbracciavano, che scherzavano facendo il bagno insieme. Eppure nessuno è andato da loro. Si sono scomodati solo per venire da noi. “Due ragazze in atteggiamento poco decoroso”, mi hanno detto. “Un abbraccio?” ho risposto io. “Qui ci sono persone perbene” mi hanno risposto. Ne ho dedotto che per il sistema di valori della persona con cui stavo parlando, io, evidentemente, non sono una persona per bene.

Allora mi sono chiesta che cos’è una persona per bene. Forse una persona per bene è una persona che ha paura del giudizio degli altri a tal punto da rinunciare a essere se stessa, a tal punto da decidere di nascondere sistematicamente i propri sentimenti. Forse una persona per bene è una persona che accetta il compromesso al ribasso come strategia per vivere “tranquilla”, fregandosene del fatto che l’ignoranza e la paura dell’omosessualità sono una delle prime cause delle violenze che tanti cittadini italiani subiscono ogni giorno. Forse una persona per bene è una persona che crede che i bambini non debbano essere educati all’amore per la differenza, ma che debbano farsi un’idea totalitaria del mondo, preconfezionata secondo gli standard dei propri genitori. Forse una persona per bene, è una persona che non si lascia mai smuovere da nulla, che rimane ferma sulle proprie posizioni fino a marcirci, che non ha curiosità per la vita e per le scoperte che una vita può portare con sè. Magari anche la vita di un altro.

Ho pensato allora che forse davvero non sono una persona per bene. Perché non voglio avere paura, perché voglio essere sincera, e perché se avessi un figlio, mi piacerebbe che fosse diverso da me, mi piacerebbe che fosse migliore e che mi mettesse in crisi, che continuasse a mostrarmi cose del mondo che io non avevo mai colto. Forse se avessi un figlio, mi piacerebbe anche che mi aiutasse a capire che cos’è che fa tanta paura dell’abbraccio di due donne su una spiaggia.

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Liberazione

Quando viene la festa della Liberazione, ho come l’impressione di sentirmi sempre un po’ in colpa. Non ho parenti nè conoscenti che siano stati partigiani, mio nonno era stato fascista. Dalle mie parti credo che questa sia la condizione di molti. La cosa che mi ha appassionato alla Resistenza, però, è stato lo studio della storia. Il periodo della liberazione è un periodo affascinante da immaginare, la lotta per la libertà, la rivolta di un popolo, le condizioni di un paese semidistrutto dalla guerra che viene però percorso da un sogno, sono cose che ho sempre trovato di un grande fascino.

Per cui quando sento che il presidente della Provincia di Salerno rimuove la parola “resistenza” dal manifesto della Festa della Liberazione, non provo rabbia, desiderio di rivalsa, frustrazione, no. Provo tristezza e dispiacere. Se il riscatto dell’Italia fosse stato voluto solo da potenze straniere, vorrebbe dire che neanche in quel terribile momento gli italiani sognavano un paese migliore e combattevano per averlo.

Per fortuna, checchè ne dica Cirielli, sappiamo che non è così. E visto che lo sappiamo, forse sarebbe bello oggi prendersi 10 minuti e spiegare questa storia affascinante a quelli che non hanno avuto (ancora) modo o tempo di studiarla.

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We think

Per me fare i lavori di gruppo è sempre stato faticosissimo. Mi ricordo alla scuola elementare quando ci davano da fare i cartelloni insieme, io lo odiavo. E alla scuola media le ricerche, dio mio. Lavorare in gruppo non è una cosa per cui mi sentivo portata. Poi a un certo punto della mia vita mi sono messa a fare teatro. Che il teatro se non sei in gruppo non lo fai. Lì ho capito che il livello di qualità che può raggiungere un lavoro di gruppo è molto molto difficile che lo raggiunga una persona da sola.

Ho pensato anche che, allora, forse nelle scuole il lavoro di gruppo dovrebbe essere più incoraggiato non come extra, ma come dimensione fondante dell’apprendimento. C’è una associazione di insegnanti negli Stati Uniti che si chiama “Teach for America” ed è una grandissima associazione alla quale Obama si è appoggiato per la riforma della scuola. Molti degli insegnanti che fanno parte di Teach for America dividono la classe in gruppi fin dalle prime classi elementari, dicono che, una volta avviato il processo di apprendimento, i bambini si spiegano meglio le cose tra di loro.

Beh, il modo in cui siamo cresciuti noi è molto diverso. A scuola se uno è bravo è incoraggiato all’individualismo più che a condividere con gli altri. Ed è tutto così, se ci pensate. Io penso che noi del sud questa cosa la facciamo ancora di più. Infatti non abbiamo la cultura della cooperativa, per esempio. O delle associazioni di categoria. Questi sono fattori determinanti per lo sviluppo di un territorio.

Nel video che posto qui oggi, c’è una riflessione molto bella su come Internet può aiutare questi processi. E’ un video che fa parte del progetto “We think”, “Noi pensiamo”, dell’esperto di creatività e innovazione per l’impresa Charles Leadbeater.

A un certo punto c’è una frase: before you were what you owned, now you are what you share. Che significa: un tempo eri ciò che possedevi, ora sei quello che condividi.

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Non vai da nessuna parte

MEZZOGIORNO

Senza una spinta.

Senza un santo in paradiso.

Senza le “conoscenze”.

NORD

Senza un’immagine cool.

Senza un’idea che vende.

Senza il network.

Certe volte penso che stavo meglio a mezzogiorno. Almeno i luoghi comuni avevano un’aria più vintage.

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Pizzeria?

Come sapete qualche settimana fa in Puglia ci sono state le primarie. Allora io sono andata la mattina a votare nell’aula consiliare e poi a farmi un giro lì il pomeriggio.

Ovviamente c’erano anche alcune donne che sono venute a votare, ma nessuna si è fermata. Sono arrivate, hanno votato, sono andate via. Io mi volevo fermare un attimo, fare una chiacchierata, però anche io che sono giovane e (credo) anche abbastanza emancipata, ero un po’ in difficoltà. Tutti quelli che erano fermi in capannelli a parlare, ma tutti, erano uomini.

Allora oggi, che è pure l’otto marzo, mi è venuto in mente di quando alla scuola media l’otto marzo andavo a cena in pizzeria con le mie compagne di squadra di pallavolo, mi sono ricordata che io un po’ mi sono sempre sentita in imbarazzo in quelle serate. Mi sembrava un po’ triste come cosa, ecco.

Poi invece uno si diverte, non dico di no. Però perché, per esempio, oltre che regalare le mimose alle professoresse e alle compagne di classe, oltre che mandarci gli auguri via sms, non cerchiamo di capire che cos’è che ci tiene lontane dalle varie sezioni dei diversi partiti?

Che ci può essere di così sconveniente in una donna che fa politica seriamente? Perché se c’è una donna in lista è sempre considerata come un accessorio? Un “di più” che dovrebbe dimostrare l’apertura mentale del partito. Lo trovo insopportabile.

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