4 riflessioni per combattere l’omofobia

1) L’omosessualità non è una pratica sessuale

Dire “sono gay” non è uguale a dire “mi piace farlo nella posizione 69 oppure a missionario”. Non è più accettabile questa confusione che fa credere alla gente che se uno non fa mistero della sua omosessualità è perché vuole esibire il suo rapporto col sesso e scioccare la gente. Nessuno di noi crederebbe che un uomo che ci presenta sua moglie stia alludendo alla loro vita sessuale. Questo vuol dire che tutti quelli che si dichiarano tolleranti nei confronti degli omosessuali “purché vivano questa scelta in privato, com’è giusto che sia” dovrebbero prendere atto di avere una posizione inaccettabile in un paese civile e democratico. Se siamo d’accordo con il principio che la legge è uguale per tutti, sarebbe come chiedere a tutti i cittadini di non fare parola con nessuno riguardo alla propria situazione familiare. Nessuno potrebbe più dire “mio marito” “mia moglie” o prendersi per mano o baciarsi per la strada.

2) L’omosessualità non è un partito, nè un’associazione

“I gay” si sente dire spesso. Come se si trattasse un po’ di un unico insieme. Con sfaccettature, sfumature, certo. Ma come un unico insieme. Questo modo di pensare agli omosessuali porta dritto a un’accusa apparentemente liberale che spesso viene rivolta agli omosessuali (e che spesso anche LGBT tra loro si rivolgono): “comportandoti così non rendi un buon servizio agli omosessuali”. A nessuna persona omosessuale può essere imposto di agire in rappresentanza di un gruppo (che esiste solo nella testa di chi formula l’accusa). Così come per chiunque altro, ognuno di noi agisce secondo i propri desideri e bisogni, i propri valori e le proprie credenze, rivendicando un’individualità che è alla base dello sviluppo della civiltà contemporanea. Le azioni individuali potranno essere o no giudicate ma sempre tenendo presente che si tratta di azioni individuali e che i loro effetti non riguardano “i gay”. Sarebbe come parlare di “etero violenti” in seguito a un omicidio, o a una violenza sessuale, oppure “etero drogati” in seguito a una inchiesta di traffico di coca in una discoteca. Abbastanza impensabile, no? Appunto.

3) “Io ti accetto”

Il rapporto con una persona omosessuale non può partire su questa base. Perché? Perché è come se, invece di partire da zero, io partissi con un debito nei confronti di chi mi accetta (che, se “mi accetta”, mi potrebbe anche rifiutare). Questo è un atteggiamento estremamente comune e spesso difficile da riconoscere. Ci si aspetta che le persone omosessuali riconoscano in qualche modo la concessione che gli viene fatta e che si debbano comportare di conseguenza. Naturalmente questo debito può non esserci affatto oppure pesare su un rapporto in modo lieve o pesantissimo, ma credo sia importante riconoscerlo, perché spesso da qui nascono molti sensi di colpa sia per chi “accetta” (che da qualche parte, forse, sente che c’è qualcosa che lo disturba ma non vuole guardarlo in faccia o non ne è capace o ne ha paura) che per chi “viene accettato” che sente pesare una piccola ipoteca sui propri rapporti.

4) “Non bisogna avere fretta, ci vuole pazienza”

Non siamo ipocriti: per la cultura da cui veniamo e in cui siamo immersi, per i continui proclami della Chiesa, per quello che si sente dire “in giro”, non possiamo aspettarci che sia così immediata una relazione serena con l’omosessualità. Ma. La mancanza di serenità rispetto a questo tema, è una “croce” che va portata da quelli che, per il modo in cui sono cresciuti, per varie ragioni (molto varie) hanno un problema con l’omosessualità. Non è pensabile scaricarla sulle spalle degli omosessuali. Sarebbe come se uno che ha paura delle persone di colore (perché magari sua madre da piccolo lo spaventava con la storia dell'”uomo nero”) chiedesse alle persone di colore di stare in casa, così lui, finché non gli passa, può passeggiare tranquillo.

Il fatto è che, se queste persone di colore non escono finché al poverino passa la paura, magari in casa ci invecchiano, e siccome devono restare in casa, magari non incontrano l’amore della loro vita e magari vorrebbero farsi una famiglia e non possono. E anche se queste persone sono migliaia, milioni, non importa. Devono aspettare pazienti che all’omino che passeggia tranquillo passi la paura.

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