Qualcuno vota Minervini

Qualcuno vota Minervini perché è nato a Molfetta.

Qualcuno vota Minervini perché il papà, la mamma, lo zio… il cugino, no.

Qualcuno vota Minervini perché vede la Puglia come una promessa, il Meridione come una poesia, il Mediterraneo come il Paradiso terrestre.

Qualcuno vota Minervini perché prima di Minervini si sentiva solo.

Qualcuno vota Minervini perché ha avuto un’educazione troppo cattolica.

Qualcuno vota Minervini perché “la Storia è dalla nostra parte”.

Qualcuno vota Minervini perché gliel’hanno detto quelli di Bollenti Spiriti.

Qualcuno vota Minervini perché quelli del partito non gliel’hanno detto.

Qualcuno vota Minervini perché è una brava persona.

Qualcuno vota Minervini perché “ma Emiliano è una brava persona?”

Qualcuno vota Minervini perché anche se non è ricco, ama il popolo.

Qualcuno vota Minervini perché si commuove davanti ai comitati autocostruiti e adora i buffet a kilometro zero.

Qualcuno vota Minervini perché vuole cambiare lavoro.

Qualcuno vota Minervini perché è così ateo che ha bisogno di un’altra Chiesa.

Qualcuno vota Minervini perché è così affascinato dai Principi Attivi che vuole essere uno di loro.

Qualcuno vota Minervini perché basta borghesia, proletariato e lotta di classe. Troviamo parole nuove per disegnare il cambiamento, no?

Qualcuno vota Minervini perché non vuole tornare indietro.

Qualcuno vota Minervini perché “viva Papa Francesco, viva don Tonino Bello, viva Franco Cassano!”

Qualcuno vota Minervini per fare rabbia a Emiliano.

Qualcuno vota Minervini perché vuole troppo bene a Nichi.

Qualcuno vota Minervini perché l’Ex Fadda, Hub Bari, Black Shape, la Scuola di Bollenti Spiriti, la primavera pugliese e mo?

Qualcuno vota Minervini per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno vota Minervini perché qualunque cosa veda gli sembra un’energia latente che aspetta di essere liberata.

Qualcuno vota Minervini perché chi è nuovo vota Minervini.

Qualcuno vota Minervini perché non c’è niente di meglio.

Qualcuno vota Minervini perché non sopporta l’UDC.

Qualcuno vota Minervini perché “non mi faccio certo comprare con una cena”.

Qualcuno vota Minervini perché l’Ilva, il gasdotto, l’aeroporto di Grottaglie, l’università dei baroni, la sanità.

Qualcuno vota Minervini perché sogna una crescita diversa da quella americana.

Qualcuno vota Minervini perché non sopporta più quella cosa sporca che si chiama partitocrazia.

Qualcuno vota Minervini perché crede che i trafficanti di voti e chi li cerca abbiano ucciso la democrazia.

Qualcuno vota Minervini perché pensa di poter essere vivo e felice solo se lo sono anche gli altri.

Qualcuno vorrebbe votare Minervini, ma gli hanno chiesto di votare un altro. (Resisti!)

Qualcuno vota Minervini perché ha bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché è disposto a cambiare ogni giorno, perché sente la necessità di una morale diversa, perché sente una forza, #laforza di un volo, di un sogno.

Qualcuno vota Minervini perché con accanto questo slancio si sente più di se stesso, come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dell’altro il senso di appartenenza a una Puglia che può spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

Qualcuno, dall’altra parte dell’oceano, spera che tanti votino Minervini.

Che questi ultimi dieci anni ci abbiano fatto maturare e ci abbiano fatto capire che le cose si cambiano insieme o non si cambiano.

Che la promessa di una poltrona non è il modo giusto di iniziare una rivoluzione, anche la poltrona è stata promessa a noi.

Qualcuno vota Minervini perché basta giochetti e strategie dal retrobottega delle segreterie. Il cambiamento si costruisce in mezzo alla gente con onestà, coraggio, voglia di mettersi in discussione e di rischiare.

Andate a votare il 30 novembre. Gettate il cuore oltre l’ostacolo e proseguiamo questo cammino rilanciando. Facciamo della Puglia il laboratorio politico più avanzato d’Europa. Votiamo Guglielmo Minervini.

Siate affamate, siate folli.

La verità è che sono la regina del mio universo soltanto finché sono nel mio studio. Soltanto finché sono nel luogo protetto in cui le idee che poi diventano giochi, parchi, festival, app, libri vengono messe per la prima volta sulla carta. Là mi sento padrona del mio destino: la mia volontà crea le regole, piega le parole, supera ogni difficoltà e sperimenta la vertigine dell’ambizione.

Appena varco la soglia del mio studio per uscire, tutto cambia. Vado in palestra e un altro avventore mi spiega come fare meglio un esercizio. Prendo la macchina, e un vicino mi spiega come uscire dal parcheggio. Mentre esco dal parcheggio, un altro che vuole parcheggiare suona il clacson, perché non sto uscendo abbastanza velocemente e sto “bloccando il traffico”.
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Il mio primo mese a Los Angeles

Vivo negli Stati Uniti dall’inizio del 2012. Ho vissuto tra San Francisco e Berkeley per i primi due mesi, a Mountain View per i successivi 7 mesi, poi ancora a San Francisco per un anno e mezzo e, un mese fa, mi sono trasferita a Los Angeles. A Venice, per la precisione, uno dei quartieri-cittadine che compongono Los Angeles, giusto a sud di Santa Monica. Venice si chiama come la nostra Venezia perché un urbanista di nome Abbot Kinney nel 1905 si mise in testa di costruire una città che riproducesse la nostra Venezia nella California del Sud.

Sento già molti di voi inorridire e no, Venice Beach non ha nulla a che vedere con Venezia, ma è lo stesso un gran bel posto.

Venice è stata a lungo trascurata dalla città di Los Angeles e questo ne fece uno “slum by the ocean” (una baraccopoli sull’oceano) negli anni ’50. Gli affitti bassi, le spiagge bellissime e l’atmosfera decadente ne fecero una delle roccaforti dei poeti della beat generation. Da una decina di anni a questa parte il volto di Venice è cambiato. A Venice convive una delle più numerose popolazioni di veterani del Vietnam, con attori del calibro di Jon Favreau e Robert Downey Jr., con celebri startuppers come il fondatore di Snapchat, il team di Whisper, l’incubatore Amplify e molti altri. Nel 2011 a Venice è stata aperta anche la sede di Google LA e Venice è entrata a pieno diritto a far parte di quella fascia costiera di Los Angeles nota come Silicon Beach.

Ma l’aria che si respira a Venice è molto diversa da quella di San Francisco e della Silicon Valley. Queste sono le cose che – finora – più mi hanno fatto pensare

Ma che ci facevo a San Francisco?

1) IL TEMPO

Nel mio primo weekend a Los Angeles ho fatto il bagno nell’oceano. Sì, a Ottobre. Qui il tempo è meraviglioso e, soprattutto, ti puoi fidare: se esci e ci sono 20 gradi non corri il rischio che 10 minuti dopo ce ne siano 10 dietro l’angolo (stress costante a San Francisco). Tipo che se hai una Fiat500 Cabrio la capote è fissa aperta, e non è niente male.

2) I VICINI

I miei vicini a San Francisco SOMA spesso non salutavano, neanche se eri tu a salutare per prima. Diciamo che la sensazione di essere circondata da nerd con gravi problemi di socialità non è il massimo quando cerchi di integrarti in un posto. Per carità, puoi trovare gente che ti dà consigli in ascensore su come costruire un activity tracker, o usare una coda alla cassa del supermercato per fare brainstorming su un baco del tuo software, ma ci sono anche i momenti in cui semplicemente ti servirebbe del basilico e non hai nessuno a cui chiederlo. Non aiuta a sentirsi a casa ecco.

I miei nuovi vicini si sono presentati, scambiano due parole quando ci incrociamo, sorridono e fanno lavori diversi gli uni dagli altri. Ho anche un numero pari di vicine e vicini, cosa che mi fa sentire molto più a mio agio. Nel mio palazzo precedente a San Francisco c’erano pochissime donne.

3) LA CASA

Negli ultimi mesi a San Francisco io ed Elena abbiamo vissuto in un monolocale semi-arredato di 22mq pagando una cifra esorbitante. Qui abbiamo una casa di 60mq con un piccolo giardino, una palestra e una piscina che ci costa meno del monolocale a San Francisco ed è a un chilometro e mezzo dalla spiaggia.

4) NETWORKING

La mia impressione di questo primo mese è che essere una donna a Los Angeles sia più facile che esserlo a San Francisco. Nella prima settimana qui siamo andate a una cena organizzata da un’associazione che si chiama “Women Center for Creative Work“: un’associazione che riunisce donne che lavorano nel mondo della creatività come scrittrici, direttrici creative, designer, cuoche, producer, stiliste, imprenditrici, fotografe. A questa cena ho incontrato e parlato per venti minuti con la creatrice del mio show preferito “Transparent“. La diversità di questo incontro rispetto a incontri simili cui ho partecipato a San Francisco e in Silicon Valley mi è balzata agli occhi. Durante questo meetup la sensazione non è stata quella di essere a una sessione di speed dating con biglietti da visita, ma quella di avere l’opportunità di parlare con delle altre persone e di condividere esperienza non necessariamente legata al lavoro, non strettissimamente funzionale. Che sollievo. Ci sono stati momenti in cui ho pensato di essere ormai incapace di avere questo tipo di scambio con un’estranea/o.

Un mese è troppo presto per dare giudizi definitivi, ma – come avrete capito – la mia prima impressione è ottima. Non so se questo tipo di networking sblocchi o meno più o meno opportunità, questo lo vedremo. Di certo posso dire che la mancanza di diversità con la quale ho fatto i conti a San Francisco mi ha messo in difficoltà come persona e che mi fa un immenso piacere potermi confrontare con persone che fanno lavori diversi dal mio (o magari anche simili!) perché credo che questo sia fondamentale per lavorare sulla capacità (personale e dei propri prodotti) di generare empatia.

“Non ci sono donne in Silicon Valley. O meglio, ce ne sono pochissime.”

Gentile Presidente Matteo Renzi,

oggi è il giorno del suo incontro a San Francisco con gli imprenditori italiani della Silicon Valley.
Incontrerà persone eccezionali, che sapranno raccontarle al meglio la potenza della Silicon Valley e la sua incredibile capacità di anticipazione, innovazione e generazione di ricchezza.
Siamo sicure che si parlerà molto delle lezioni che l’Italia può trarre dalla Silicon Valley per favorire lo sviluppo di una vera cultura dell’innovazione, capace di generare una vera economia dell’innovazione. Siamo meno sicure, purtroppo, che si parlerà dei limiti della Silicon Valley, e di uno in particolare, da cui non si può prescindere se si vuole davvero parlare dell’impatto che l’innovazione deve avere sulla società intera.

Non ci sono donne, in Silicon Valley. O meglio, ce ne sono pochissime.

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Lettera d’amore per Guglielmo Minervini

Caro Guglielmo,

non ci conosciamo ancora di persona ma tu hai già avuto un’importanza enorme nella mia vita. Nel 2010 ero scoraggiata e avevo paura. Continuavo a partecipare a concorsi teatrali che a volte vincevo a volte no, ma che non cambiavano niente nella vita di nessuno. Avevo finito i miei studi, ma non riuscivo a trovare lavoro. Provavo a mandare curriculum, ma nessuno mi rispondeva. Mentre lavoravo ai miei progetti, avevo trovato un lavoretto in uno studio di registrazione vicino Milano: il mio compito era spazzare via le briciole dei cornetti che mangiavano le troupe che venivano a registrare spot televisivi e videoclip. Il Gabibbo mangiava un cornetto e io dovevo assicurarmi che le briciole scomparissero quasi prima di toccare terra. 

Ero triste e avevo iniziato a pensare che la mia voglia di fare fosse una maledizione. Che non mi avrebbe portato altro che sofferenza perché poi, quando cercavo di mettere in circolo un’idea, un progetto diverso, mi davano un premio, una pacca sulla spalla. Mi dicevano “sei brava” e poi in qualche modo però tornavo a spazzare quelle dannate briciole.
Ho partecipato a Principi Attivi con rabbia. Ho messo insieme una squadra di 6 dei miei amici più bravi e abbiamo lavorato come pazzi per mettere insieme un progetto che spaccasse. Il bando mi era piaciuto, mi sembrava diverso, ma non sapevo cosa aspettarmi.

Il 30 dicembre arriva la notizia. Non solo siamo passati, siamo arrivati primi. Primi su 2.200 proposte. Mi commossi, ma ancora non sapevo come Principi Attivi fosse diverso da qualunque altro concorso (in Italia o all’estero) al quale ho partecipato. Non sapevo che quei 25.000 Euro erano la parte più piccola del premio. Il bello era altro. Il bello era che quel bando non era stato confezionato per dare via i soldi, non era stato confezionato per essere uno strumento di propaganda politica. No. Era stato confezionato per creare una squadra. Per conoscersi, per fare un censimento e per aiutare i bollenti spiriti pugliesi a guardarsi in faccia. A non sentirsi soli. A non sentirsi come mi sentivo io quando spazzavo quelle briciole. Mai più. Era stato confezionato per testare una nuova idea di politica. Una politica che prende la rabbia delle persone e la fa fiorire. Le persone che ho conosciuto grazie al tuo lavoromi hanno reso una cittadina e una persona migliore. Hanno creduto per primi in Italia nella mia capacità di poter generare valore per gli altri.

Ho iniziato a seguirti, a leggere i tuoi pensieri ogni giorno. Ho visto il tuo sforzo quotidiano per la trasformazione della realtà, per l’individuazione delle risorse latenti, per la costruzione partecipata. Ho visto in azione il tuo coraggio nello sperimentare modelli nuovi, nell’investire sulle persone, nell’analizzare i fallimenti e nel ricominciare. Ho visto le persone della tua squadra lavorare fino a mezzanotte per elaborare gli strumenti migliori possibili per cambiare la Puglia. Sono stata orgogliosa di presentare i progetti della mia regione ovunque: a New York, in California, in Australia. Credo che possiamo fare tantissimo ancora, che questo sia soltanto l’inizio.

Averti come governatore della Puglia è il mio sogno.

Con affetto e immensa stima,

Francescasferracorsa

P.S.: Sarebbe bellissimo averti a Lizzano!

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Che cosa c’entra l’innovazione con quel gusto per il surreale che abbiamo al sud?

Maurizio ha un’edicola a Lizzano. Una decina di giorni fa, verso le 6 di pomeriggio ha ricevuto una telefonata. “Vieni 5 minuti al cinema che mi devi fare un favore”. Maurizio è andato al cinema, dove ha trovato un gruppo di persone che lo aspettava. Gli hanno chiesto di spogliarsi.

Questo potrebbe essere l’inizio di una storia violenta, una storia di pizzo e vendetta. E invece, no.
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Di chi è Sferracavalli?

Sferracavalli è di quelli a cui piace mischiarsi.

Con i bambini

con i vecchi

con le galline

con le pecore

con i cavalli

con quelli che c’hanno le edicole

con quelli vestiti da soldati romani

e con quelli vestiti da Gesù.

Sferracavalli è di quelli che si interessano.

Che quando vedono movimento, vanno a vedere.

Di quelli che “si trovano a passare”.

Di quelli che si mettono in mezzo.

Di quelli che ti portano una coppa di anguria perché hanno visto che faceva caldo.

Di quelli che vedono che uno ti ha portato l’anguria, e il giorno dopo ti portano i fichi d’india sbucciati e freddi per fare “tagghianasu”.

Sferracavalli è dei baristi e dei pizzaioli.

Di quelli che quando nomini Sferracavalli ti fanno lo sconto.

Di quelli che si comprano il dizionario di inglese casomai si trova un forestiero che non parla l’italiano.

Di quelli che si vogliono ampliare e quindi vengono al corso di innovazione rurale.

Sferracavalli è degli innamorati.

Che vengono perché c’è il ragazzo che gli piace.

Che vengono perché ci sono le ragazze di fuori paese.

Che pitturano per farsi vedere.

Che la sera non vogliono mai tornare a casa.

Sferracavalli è degli artisti.

Dei cantanti solisti.

E di quelli che cantano in coro.

Dei registi e degli attori.

Dei pittori.

Dei fotografi che portano le mostre al Cinema Massimo.

Di quelli che non hanno mai provato ma gli piacerebbe.

Di quelli che vincono i premi in tutto il mondo, ma qua è un’altra soddisfazione.

Sferracavalli è delle famiglie.

Di quelle che si mettono in casa uno sconosciuto e poi si divertono come pazzi.

Di quelle che “magari imparo un po’ d’inglese”.

Di quelle che poi diventano amici su Facebook e si fanno gli auguri del compleanno.

Che poi vogliono andare in Nuova Zelanda per vedere come stanno là.

Di quelle che vengono marito e moglie e i bambini a Sferracavalli e noi non li vogliamo separare.

Sferracavalli è dei single.

Di quelli che lasciano la casa alle famiglie di fuori per non farli separare e vanno dalla madre “per il periodo”.

Di quelli che non sanno cucinare ma ti portano gli ingredienti.

Di quelli che non c’hanno gli ingredienti ma ti portano gli attrezzi.

Sferracavalli è delle donne

Che qua comandano più degli uomini e li tengono a bacchetta.

Che quando parlano tutti ascoltano.

Che ascoltano tutti, sempre.

Che parlano con tutti e non si stancano di raccontare.

Sferracavalli è di tutte le associazioni

Di quelle che ci ospitano e ci vogliono bene in un modo che se uno non lo vede non se lo può immaginare.

Di quelle che ci prestano i costumi per fare i video.

Di quelle che ci prestano la strumentazione.

Di quelle che vengono a tutti gli incontri.

Di quelle che ci fanno il sito e le locandine.

Di quelle che vengono a fare i corsi per i bambini.

Sferracavalli è dei negozianti e degli ingegneri.

Di quelli che non si pagano.

Che ti prestano le cose.

Che poi me li dai.

Che ti fanno il progetto senza chiederti niente.

Sferracavalli è degli innovatori pugliesi.

Che ci hanno voluto bene dal primo momento.

Che hanno creduto in noi e ci hanno sempre guardato con la certezza che ce l’avremmo fatta.

Sferracavalli è dei vigili urbani.

Che quando passano ti sorridono.

Che ti chiedono scusa se devi ripassare per una carta che la comandante non c’è.

Sferracavalli è degli avversari politici.

Di quelli che si scannano su facebook, ma poi si presentano al momento giusto per dare una mano.

Di quelli che condividono il link su facebook.

Di quelli che “dobbiamo imparare a lavorare insieme”.

Sferracavalli è di chi è agli arresti domiciliari.

Di quelli che vogliono fare un’altra vita.

Che possono guardarsi da casa i laboratori perché facciamo lo streaming in diretta su http://www.laboratoridalbasso.it.

E che quando saranno liberi, noi qua vi aspettiamo per costruire qualcosa insieme.

Sferracavalli è di Lizzano

ed è di tutti quelli che ci vogliono provare.

Dei curiosi. Di quelli che hanno voglia di fare. Di quelli che vogliono spaccare tutto.

Sferracavalli inizia domani sera. Ve lo raccontiamo nella sede di “Amici dei Musei”, affianco al Cinema Massimo, alle 20.30. E come avrete capito, ci sarà pure qualcosa da mangiare. Se volete fare tagghianasu, portate qualcosa pure voi.

 

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L’Italia dovrebbe diventare la Silicon Valley? Anche no. (Post dedicato agli startup-guru che hanno visto l’Ammerica)

AVVERTENZA: questo post contiene un linguaggio ad alta frequenza di storpiature lessicali e semantiche che personalmente aborro, ma che ho dovuto usare per amore di verosimiglianza con le conversazioni alle quali ho assistito/partecipato

Da quando sono arrivata negli Stati Uniti per fondare Timbuktu insieme a Elena Favilli ho iniziato a essere parte di una conversazione che si ripete ciclicamente (in loop per gli startup-guru) in qualsiasi dibattito online e offline tra startupper nostrani in Italia e startupper nostrani all’estero. Gli argomenti presentati sono quasi sempre gli stessi, quindi ve li riassumo in ordine sparso alternati tra fanatici dell’Ammerica e surdati ‘nnammurati:

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“Chi ti credi di essere?”: quello sguardo che mi spaventa quando sogno di tornare in Italia

Io amo l’Italia.

Amo gli italiani, l’italiano, gli odori, i modi, i sapori, la varietà dei paesaggi, le stagioni, le persone che si guardano negli occhi, gli abbracci, condividere i momenti tristi, lo sconforto, amo le relazioni familiari (anche complicate), il lei (anche se mi accorgo di confondermi quando lo uso ora), amo la forma dell’Italia: sulla cartina mi sembra la più bella di tutte le nazioni. Sono orgogliosa di avere ricevuto una educazione eccellente e di non avere un euro di debito, a differenza dei miei coetanei americani.

Amo il design, gli inviti a pranzo, l’estate caldissima, il mare, le regioni. I treni (perfino i treni ho imparato ad apprezzare qui che da San Francisco a Los Angeles un treno sarebbe così comodo, ma non c’è).

Per tutte queste ragioni, penso continuamente di tornare. Pianifico il mio ritorno in Italia, elaboro strategie, immagino la mia casa, scelgo la mia città, valuto i pro e i contro di Milano, i pro e i contro di un piccolo paese, la vicinanza agli aeroporti, alle stazioni: sogno a occhi aperti, spesso, di tornare. Sogno di portare in Italia la mia azienda e di farla crescere da lì.

Poi però, ogni volta, arriva quel momento in cui il sogno diventa più dettagliato, e inizio a preoccuparmi. Continua a leggere

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