Che cosa c’entra l’innovazione con quel gusto per il surreale che abbiamo al sud?

Maurizio ha un’edicola a Lizzano. Una decina di giorni fa, verso le 6 di pomeriggio ha ricevuto una telefonata. “Vieni 5 minuti al cinema che mi devi fare un favore”. Maurizio è andato al cinema, dove ha trovato un gruppo di persone che lo aspettava. Gli hanno chiesto di spogliarsi.

Questo potrebbe essere l’inizio di una storia violenta, una storia di pizzo e vendetta. E invece, no.
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Di chi è Sferracavalli?

Sferracavalli è di quelli a cui piace mischiarsi.

Con i bambini

con i vecchi

con le galline

con le pecore

con i cavalli

con quelli che c’hanno le edicole

con quelli vestiti da soldati romani

e con quelli vestiti da Gesù.

Sferracavalli è di quelli che si interessano.

Che quando vedono movimento, vanno a vedere.

Di quelli che “si trovano a passare”.

Di quelli che si mettono in mezzo.

Di quelli che ti portano una coppa di anguria perché hanno visto che faceva caldo.

Di quelli che vedono che uno ti ha portato l’anguria, e il giorno dopo ti portano i fichi d’india sbucciati e freddi per fare “tagghianasu”.

Sferracavalli è dei baristi e dei pizzaioli.

Di quelli che quando nomini Sferracavalli ti fanno lo sconto.

Di quelli che si comprano il dizionario di inglese casomai si trova un forestiero che non parla l’italiano.

Di quelli che si vogliono ampliare e quindi vengono al corso di innovazione rurale.

Sferracavalli è degli innamorati.

Che vengono perché c’è il ragazzo che gli piace.

Che vengono perché ci sono le ragazze di fuori paese.

Che pitturano per farsi vedere.

Che la sera non vogliono mai tornare a casa.

Sferracavalli è degli artisti.

Dei cantanti solisti.

E di quelli che cantano in coro.

Dei registi e degli attori.

Dei pittori.

Dei fotografi che portano le mostre al Cinema Massimo.

Di quelli che non hanno mai provato ma gli piacerebbe.

Di quelli che vincono i premi in tutto il mondo, ma qua è un’altra soddisfazione.

Sferracavalli è delle famiglie.

Di quelle che si mettono in casa uno sconosciuto e poi si divertono come pazzi.

Di quelle che “magari imparo un po’ d’inglese”.

Di quelle che poi diventano amici su Facebook e si fanno gli auguri del compleanno.

Che poi vogliono andare in Nuova Zelanda per vedere come stanno là.

Di quelle che vengono marito e moglie e i bambini a Sferracavalli e noi non li vogliamo separare.

Sferracavalli è dei single.

Di quelli che lasciano la casa alle famiglie di fuori per non farli separare e vanno dalla madre “per il periodo”.

Di quelli che non sanno cucinare ma ti portano gli ingredienti.

Di quelli che non c’hanno gli ingredienti ma ti portano gli attrezzi.

Sferracavalli è delle donne

Che qua comandano più degli uomini e li tengono a bacchetta.

Che quando parlano tutti ascoltano.

Che ascoltano tutti, sempre.

Che parlano con tutti e non si stancano di raccontare.

Sferracavalli è di tutte le associazioni

Di quelle che ci ospitano e ci vogliono bene in un modo che se uno non lo vede non se lo può immaginare.

Di quelle che ci prestano i costumi per fare i video.

Di quelle che ci prestano la strumentazione.

Di quelle che vengono a tutti gli incontri.

Di quelle che ci fanno il sito e le locandine.

Di quelle che vengono a fare i corsi per i bambini.

Sferracavalli è dei negozianti e degli ingegneri.

Di quelli che non si pagano.

Che ti prestano le cose.

Che poi me li dai.

Che ti fanno il progetto senza chiederti niente.

Sferracavalli è degli innovatori pugliesi.

Che ci hanno voluto bene dal primo momento.

Che hanno creduto in noi e ci hanno sempre guardato con la certezza che ce l’avremmo fatta.

Sferracavalli è dei vigili urbani.

Che quando passano ti sorridono.

Che ti chiedono scusa se devi ripassare per una carta che la comandante non c’è.

Sferracavalli è degli avversari politici.

Di quelli che si scannano su facebook, ma poi si presentano al momento giusto per dare una mano.

Di quelli che condividono il link su facebook.

Di quelli che “dobbiamo imparare a lavorare insieme”.

Sferracavalli è di chi è agli arresti domiciliari.

Di quelli che vogliono fare un’altra vita.

Che possono guardarsi da casa i laboratori perché facciamo lo streaming in diretta su http://www.laboratoridalbasso.it.

E che quando saranno liberi, noi qua vi aspettiamo per costruire qualcosa insieme.

Sferracavalli è di Lizzano

ed è di tutti quelli che ci vogliono provare.

Dei curiosi. Di quelli che hanno voglia di fare. Di quelli che vogliono spaccare tutto.

Sferracavalli inizia domani sera. Ve lo raccontiamo nella sede di “Amici dei Musei”, affianco al Cinema Massimo, alle 20.30. E come avrete capito, ci sarà pure qualcosa da mangiare. Se volete fare tagghianasu, portate qualcosa pure voi.

 

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L’Italia dovrebbe diventare la Silicon Valley? Anche no. (Post dedicato agli startup-guru che hanno visto l’Ammerica)

AVVERTENZA: questo post contiene un linguaggio ad alta frequenza di storpiature lessicali e semantiche che personalmente aborro, ma che ho dovuto usare per amore di verosimiglianza con le conversazioni alle quali ho assistito/partecipato

Da quando sono arrivata negli Stati Uniti per fondare Timbuktu insieme a Elena Favilli ho iniziato a essere parte di una conversazione che si ripete ciclicamente (in loop per gli startup-guru) in qualsiasi dibattito online e offline tra startupper nostrani in Italia e startupper nostrani all’estero. Gli argomenti presentati sono quasi sempre gli stessi, quindi ve li riassumo in ordine sparso alternati tra fanatici dell’Ammerica e surdati ‘nnammurati:

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“Chi ti credi di essere?”: quello sguardo che mi spaventa quando sogno di tornare in Italia

Io amo l’Italia.

Amo gli italiani, l’italiano, gli odori, i modi, i sapori, la varietà dei paesaggi, le stagioni, le persone che si guardano negli occhi, gli abbracci, condividere i momenti tristi, lo sconforto, amo le relazioni familiari (anche complicate), il lei (anche se mi accorgo di confondermi quando lo uso ora), amo la forma dell’Italia: sulla cartina mi sembra la più bella di tutte le nazioni. Sono orgogliosa di avere ricevuto una educazione eccellente e di non avere un euro di debito, a differenza dei miei coetanei americani.

Amo il design, gli inviti a pranzo, l’estate caldissima, il mare, le regioni. I treni (perfino i treni ho imparato ad apprezzare qui che da San Francisco a Los Angeles un treno sarebbe così comodo, ma non c’è).

Per tutte queste ragioni, penso continuamente di tornare. Pianifico il mio ritorno in Italia, elaboro strategie, immagino la mia casa, scelgo la mia città, valuto i pro e i contro di Milano, i pro e i contro di un piccolo paese, la vicinanza agli aeroporti, alle stazioni: sogno a occhi aperti, spesso, di tornare. Sogno di portare in Italia la mia azienda e di farla crescere da lì.

Poi però, ogni volta, arriva quel momento in cui il sogno diventa più dettagliato, e inizio a preoccuparmi. Continua a leggere

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Gli auguri per per un papà del sud (il mio)

Mio padre mi ha insegnato il gusto di raccontare le storie.

Si annoiava a leggerci i libri di favole, e quando eravamo piccole aveva di fatto costruito una saga di fiabe in cui lui era il protagonista di improbabili avventure che lo vedevano lanciarsi da auto in corsa, sventare rapine e fare scherzi assurdi a temibili criminali.

Mi ha insegnato il gusto dell’avventura e della libertà.

Durante tutti i viaggi in camper, le spedizioni per provare le jeep sulla sabbia che si concludevano con noi che spingevamo una macchina che ci spruzzava la sabbia in faccia, le gite in gommone in cui prendeva le onde (bassissime) per farci credere di essere in un mare in tempesta.

Mi ha ripetuto così tante volte la sua gioia di avere un negozio tutto suo in cui potesse decidere quando chiudere senza dover chiedere a nessuno… che credo sia uno dei responsabili della mia voglia di fondare un’impresa.

Mi ha insegnato a non temere chi non merita rispetto.

Una delle lezioni più importanti che abbia mai imparato. Ci portava “all’avventura” per le strade di campagna simulava inseguimenti “col boss”. Una vecchia masseria diventava la roccaforte del boss che noi violavamo per poi lanciarci in inseguimenti esilaranti. “Il boss” non mi ha mai fatto paura, grazie a lui.

Mi ha insegnato l’amore per un’onestà serena, mai bacchettona. Un’onestà che nasce in modo semplice dal considerare gli altri come propri pari. Che si tratti di un ministro o di un cameriere, mi ha insegnato a guardare chiunque negli occhi, con gentilezza, senza timore.

Mi ha insegnato, e continua a insegnarmi ogni giorno, che ognuno deve comportarsi nel modo che lo fa sentire bene: “occhio per occhio”… non ha mai avuto senso per lui. “Perché mi devo far privare della libertà di fare come voglio io?” ribatte quando gli diciamo di essere meno generoso con chi si è dimostrato scortese o scorretto.

Mi ha insegnato a vedere le cose per il loro potenziale, più che per lo stato in cui sono.

Quando nei primi anni ’90 il centro storico di Lizzano era completamente abbandonato, lui ci portava a passeggiare là e ci raccontava storie sul castello. Ha sempre sognato a occhi aperti e condiviso i suoi sogni con noi. Spesso lo abbiamo preso in giro per questo, e spesso litighiamo anche. Ma sognare insieme a qualcuno è una delle cose più belle che possano esserci, anche perché a furia di sognare insieme agli altri… certi sogni diventano realtà.

Oggi mi dispiace tanto di essere lontana. 

Tanti auguri papà!

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Quando una banda di paese conquista l’Europa

Con moltissimo piacere vi propongo di leggere questa storia bellissima scritta da Elena Favilli e pubblicata oggi su Che Futuro. Elena racconta la storia straordinaria della banda del suo paese, e dei cittadini che l’hanno sostenuta.

Questa è la storia del laboratorio musicale più rivoluzionario d’Italia. È la storia di un paese di 5.000 abitanti della provincia di Arezzo che ha saputo trasformare la sua banda in uno degli esperimenti di musica contemporanea più apprezzati al mondo. È la storia di un compositore che ha osato immaginare che persone comuni potessero imparare a suonare qualsiasi cosa. È la storia di un’amministrazione comunale che ha avuto il coraggio di sostenere quel sogno, e affiancarlo alla sfida di inventare un modo nuovo di insegnare musica a scuola. È la storia di Orio Odori, ed è la storia di Banda Improvvisa.

 

A vent’anni Orio Odori era una promessa strumentale al conservatorio di Firenze. Il suo insegnante gli aveva già tracciato la strada per una carriera luminosa come clarinettista d’orchestra sinfonica. E in effetti per una decina d’anni quello fu il suo mestiere. Ma a trent’anni era già chiaro per lui che suonare in un’orchestra gli dava solo inquietudine. Troppa rigidità, poche possibilità di sperimentazione, e soprattutto nessuno spazio per suonare la propria musica. Decise di seguire la sua vocazione di musicista di strada, e trovò nella banda di Loro Ciuffenna un primo gruppo di persone che gli diedero fiducia e decisero di seguirlo.

 

Continua a leggere su Che Futuro.

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Miracolo italiano #3: quando un biellese emigra a Matera (e si innamora di una materana)

La storia che vi voglio raccontare inizia con la mia diffidenza.
Incontrai Andrea Paoletti per la prima volta qualche anno fa a The Hub Milano. Pochi minuti dopo le presentazioni mi disse che voleva andare in Basilicata a fare qualcosa. Non sapeva ancora bene cosa, ma “invece che trasferirmi in Brasile ho pensato di andare in Basilicata”.
Io gli chiesi se avesse parenti là perché “Ma come questo vive a Milano e si trasferisce in Basilicata???” pensai. “Senz’altro vuole venire al sud perché gli sembra l’ultima frontiera del radical chic”. Lo confesso ora ad Andrea, scrivendo questo post, che queste erano le cose che pensai di lui quando mi disse del suo piano.
Non sono mai stata così felice di sbagliarmi in pieno, perché Andrea quando mi disse di quella idea balzana stava di fatto avviando il suo miracolo. Ma andiamo con ordine, perché questa è veramente una storia speciale.
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Miracolo italiano parte seconda: questo ristorante vi lascerà a bocca aperta. Si chiama XFood.

Come alcuni di voi sanno, vivo a San Francisco. San Francisco è considerata l’ombelico del mondo in termini di innovazione, tecnologia, impresa. È un posto eccitante, dove tutto viaggia a grandissima velocità, è la città che mi ha dato la possibilità di lanciare Timbuktu. Eppure, non è solo a San Francisco che mi sento al centro del mondo.

Quella sensazione del tutto è possibile, dello “stiamo cambiando il mondo”, la sensazione di essere al posto giusto al momento giusto… io ce l’ho anche quando vado a San Vito dei Normanni (BR) – a 40 km da Lizzano. Il progetto di cui voglio parlarvi oggi si chiama XFood, ma dovete avere un po’ di pazienza, perché devo dirvi tutta la storia per bene.

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Mamme e figli maschi: come crescerli in modo da favorire una società più equa?

Mi sono imbattuta in questa citazione di Renate Siebert a proposito della figura della donna nella cultura mafiosa, e mi sono sorpresa per la lucidità e per la chiarezza con cui la professoressa Siebert descrive una dinamica nella quale così spesso mi sono imbattuta, in contesti che non avrei mai pensato di descrivere come “mafiosi”. Credo sia molto illuminante per capire quali cambiamenti debbano essere promossi all’interno delle nostre famiglie per favorire lo sviluppo di una società più giusta e moderna nel nostro Paese.

Nella sindrome della “madre dei miei figli” echeggia automaticamente un disprezzo per le donne: la donna, temuta e rifiutata con diffidenza perché portatrice delle tentazioni di Eros, desessualizzata e resa funzionale per la riproduzione, diventa l’icona della figura della madre. “L’unica donna veramente importante per un mafioso è e deve essere la madre dei suoi figli, le altre sono tutte puttane”, diceva il giudice Falcone, che bene conosceva i mafiosi. Questo sdoppiamento della figura femminile in madonna e puttana, esasperato in ambiente mafioso, non è estranea alla nostra cultura in generale. A questo si aggiunge un tratto, anch’esso non infrequente: quello di privilegiare il figlio maschio rispetto alla figlia femmina. La nascita del maschio concede alla donna, seppure come riverbero, una partecipazione allo splendore del principio maschile, principio dominante nella sfera pubblica, e contemporaneamente le dà la possibilità di modellarlo, di legarlo, di renderlo dipendente e di farlo suo per interposta persona nella sfera privata. Attraverso il potere sul figlio maschio la madre si appropria dello splendore del principio maschile, perché è lei colei che l’ha generato. Il possesso del figlio, agito fatalmente dall’amore materno, rivela così le sue due facce. Si tratta di un possesso esclusivo, goduto nel privato, che gratifica e valorizza la donna in quanto madre e, contemporaneamente, si tratta di una licenza per il figlio di comportarsi da maschio nel sociale – con tutto ciò che da questa licenza deriva per la madre stessa in quanto donna. Crescere il proprio figlio nell’illusione della sua supremazia significa, per la donna, legarlo a sé, fargli da testimone, da garante della sua superiorità alla quale ella partecipa illusoriamente in quanto madre. Significa anche instillargli, confermargli un disvalore del femminile, al limite un disprezzo per le donne. Valorizzando in questo modo il materno, le madri contribuiscono a svalorizzare il femminile, le donne. Contribuiscono a diffondere una cultura della sopraffazione e della violenza.

Renate Siebert è docente di Sociologia del mutamento all’Università della Calabria. I suoi libri possono essere acquistati qui.

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Il nuovo “miracolo italiano” è già iniziato. A sud.

Immaginate un centro storico semi distrutto e quasi abbandonato. Un paese siciliano in crisi, come tutti i paesi del sud Italia. Immaginate uno di quei paesi da cui i giovani se ne vanno e ritornano solo d’estate e magari a Natale. Uno di quei paesi in cui si dice spesso “qua non c’è niente”. Immaginate un paese bruttino. Uno dei nostri paesi bruttini, cresciuti un po’ come veniva, senza preoccupazioni artistiche o attenzione sul piano urbanistico. Paesi di commercianti, di imprenditori edili… forse avete capito.

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Scrivo da Favara, cittadina di 33.000 abitanti in provincia di Agrigento, a 10km dalla Valle dei Templi.
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